Pubblichiamo il testo teatrale FATA MORGANA vincitore del I Premio all’ActorsPoetry Festival 2017 di Genova nella sezione Autori-performers.

FATA MORGANA è uno spettacolo teatrale scritto, interpretato e diretto da MARICA ROBERTO, diplomata al Piccolo Teatro di Milano con Giorgio Strehler con cui ha lavorato in molti allestimenti, tra cui Arlecchino servitore di due padroni Faust frammenti 1 e 2. Ha partecipato agli allestimenti del Piccolo Teatro per 8 anni, poi ha iniziato un suo personale percorso di autrice e creatrice di spettacoli con la fondazione della compagnia Attori&Musici che ha la musica come fondamento strutturale dei suoi lavori.

FATA MORGANA è uno spettacolo di forte coinvolgimento emotivo, anche per l’impatto delle percussioni impetuose e del linguaggio intensamente espressionista per il sapiente impasto di lingua e dialetto. Si tratta di un monologo travolgente, tra recitazione, canto e musica dal vivo, che mette in scena la Fata Morgana, fenomeno di miraggio tipico dello stretto di Messina, diventato poi personaggio del mito, in una reinterpretazione fantastica in cui si fa voce di denuncia per storie di donne vittime della mafia e della criminalità organizzata. E’ un testo di forte valenza sociale e politica con cui l’autrice vuole mostrare al pubblico, attraverso una fantasiosa rielaborazione mitica, fatti e vicende di vita a che la distorsione dell’informazione di massa ha sempre tentato di nascondere. Attraverso la voce della Fata Morgana, sostenuta e sottolineata dalle musiche siciliane, prendono vita donne che sono state uccise perché hanno rifiutato di prostituirsi, perché non hanno taciuto quanto avevano visto e appreso, madri che hanno cercato invano i propri figli spariti, che sono state costrette a fuggire, tutte sempre ingannate dall’amore.

E’ un teatro di denuncia che vuole sfatare la falsa convinzione secondo cui il codice d’onore mafioso impedirebbe di toccare le donne e i bambini: sotto l’etichetta di “femminicidio” si celano sovente storie oltremodo inquietanti di “disonorate”  e “suicidate”.

Purtroppo la lettura del solo testo non può rendere appieno tutto il valore e l’efficacia espressiva e comunicativa di questo lavoro che si avvale della vibrante recitazione di Marica Roberto e delle intense sonorità musicali dei bravi esecutori.

LA FATA MORGANA fantasia su un mito

Personaggi

La Fata Morgana (in forma di nove sorelle)

Uomini (che sono anche i musicanti)

*La fata morgana è un tramite per il racconto di tutte le donne, una
“medium”, una madre che si prende cura, vestita esageratamente di cose come
una strega, zingara, coi vestiti sovrapposti delle sue sorelle.*
*L’azione del racconto sarà scandita dall’uso di oggetti come una favola,
quasi un “cunto”. Alcuni oggetti sono “obbligati” perché vengono dai fatti
di cronaca: queste donne sono vittime delle mafie. *

FATA Culla, stanza, esercito, santo, mare, fiume, paese, ventre … culla,
stanza, esercito, santo, mare, fiume, paese, ventre … ( *tirando fuori da
un bustone della spazzatura cose*)

Vi racconterò storie, come ossessioni d’amore.

Non so perché, “gira vota e firrìa”
l’amore entra di qua l’amore esce di là,
non so perché, perché in tutte le mie storie
inciampo sempre in questa cosa qua
l’amore che viene l’amore che va.

Forse è che anch’io, Fata Morgana, sono stata amante di Re, moglie infelice
amante felice. Sorella, amante, sacerdotessa, madre, maga, regina, fata
delle Acque fata d’acqua fatta d’acqua. Sono miraggio. Mi chiamano Morgana
Morgane Morgaine Morgan Morgen Morrigan; bambina mi chiamano, ragazza,
donna, Maria Rosa Antonia Santa mamma nonna nipote madre, mi chiamano madre.
Io, la più vecchia di nove sorelle, nove fate devastate e feconde,
guaritrice sono, e le mie sorelle le riporto in vita. Da qualunque forma e
da qualunque sgarbo, da qualunque malattia e da qualunque violenza.

Contastorie, che un po’ di storie ve le voglio contare
Cantastorie, che un po’ di storie ve le voglio cantare.

MUSICA – CANTO : OLÍ OLÍ OLÀ Balistreri (*come d’allegria*):

OLÍ OLÍ OLÀ
POCU PAROLI

PALAZZU FABBRICA

OLÍ OLÍ OLÀ PALAZZU FABBRICATU

‘NMENZU O MARI

‘NMENZU LU MARI C’È

NA VILLA NOVA
VENI LU VENTU E LA

OLÍ OLÍ OLÀ

VENI LU VENTU E LA
MMUTTA A LA PLAJA …
TOLLA ‘NTICHITI TOLLA-LA
TOLLA ‘NTICHITI TOLLA-LA
TOLLA ‘NTICHITI TOLLA-LA
TOLLA RA LA LA …
CI STA NA PICCIUTTEDDA MARIOLA

DI NOMU CI MITTEMU
OLÍ OLÍ OLÀ
DI NOMU CI MITTEMU CAMIOLA

TENI LI CAPIDDUZZI BRUNI E RIZZI

E SI LI ‘NTRIZZA A LA
OLÍ OLÍ OLÀ
E SI LI ‘NTRIZZA A LA PALERMITANA

TOLLA ‘NTICHITI TOLLA-LA
TOLLA ‘NTICHITI TOLLA-LA
TOLLA ‘NTICHITI TOLLA-LA
TOLLA RA LA LA.

Signori! Si comincia! E ‘ssttativi!

*-LA BAMBINA E IL FUOCO *

C’era una volta – ma c’è ancora, ancora c’è – Maria, una bambina di 14
anni. Portava un vestitino avana, quel giorno, e una collana, avana di
conchiglie.
Candore di giglio odore di mare forma d’orecchio bagnato dal sale.
La ragazzina, bambina, un giorno, col vestito avana e con la collana, fece
per scappare, scappare per scappare, andare, respirare. Stava proprio per
partire, con l’amica del cuore. Non ne poteva più di famiglia e dolore, di
padri padroni, di restrizioni.

Ma un bel giorno Maria – che era una bella bruna brunetta – si innamorò di
Mario, si innamorò, si innamorò, si innamorò la ragazzina Maria!
E un bel giorno in una chiesa sconsacrata
*sconsacrata senza sacro senza umano *

*senza Dio anche fosse pagano*
*senza idoli senza niente*
*le memorie di nessuna gente*
un bel giorno nella chiesa sconsacrata, alla ragazzina Maria , Mario, il
fidanzato, un bel giorno aveva detto, con un sussurro di parola:
“prostituisciti”.

Però ‘sta figghiuledda avìa ‘na testa dura! E ci dissi no – No! – ci dissi.

UOMO E che si po’ diri di no? No, non si po’ diri di no. VI-E -TA-TO!

FATA Dopo poco tempo che passò successe che nella doccia trovarono un
falò, nella doccia trovarono un falò. Nell’inferno bruciava Maria. Fuoco
le hanno dato. Fuoco le ha dato Mario, il fidanzato, l’innamorato.

UOMO E che si po’ diri di no?

FATA (*“diventando” fuoco*): rosso cremisi porpora arancio rosato, colore
vino colore di rosa, colore di cuore, occhi di canna nera, fili di labbra,
riccioli finti di fuoco, luce che diventa matta. Ma in questa luce che
matta diventa, la nostra sorella, la nostra Maria, la nostra bambina, con
un filu un filu ‘i vuci, denunciò il suo fidanzato, l’innamorato che la
bruciò. E se l’acqua non bastò per la vita di Maria, le sue parole come
gocce incidono la pietra e presto o tardi pietra si faranno, pietra
diventeranno.

MUSICA – CANTO: CIURI CIURI tradizionale:

CIURI, CIURI
CIURI DI TUTTU L’ANNU
L’AMURI CA MI DASTI TI LU TORNU…

CIURI, CIURI
CIURI DI TUTTU L’ANNU
L’AMURI CA, MI DASTI TI LU TORNU…

CIURI DI ROSI RUSSI A LU SBUCCIARI

AMARA A CUI LI TÒ PAROLI CRIRI.

L’OMINI SITI TUTTI MUNSIGNARI
JÙ NON TI VOGGHIU NO! TI NNI PÒ IRI.

 

*-LA STRANIERA *

FATA Nord Sud Sud Nord Nord Sud …
Vado e vengo Vado e vengo Vado e vengo
– Amore mio sto arrivando! Bedda mi dici, bedda mi dici l’amuri miu! – (
*prendendo*
* un foglicino dove legge queste parole scritte. Gran risata per il suo
linguaggio e allegria per l’innamoramento*) l’amuri miu!
Quest’altra era una forestiera, ragazza, sapete com’è, una forestiera è una
straniera, viveva nel Nord, non proprio Nord Nord, un po’ più sud, Toscana.
Un’estranea, insomma una che non ci appartiene, non è di noi.
La forestiera si innamora.
Oh! ma di mezzo c’è sempre l’amore! E com’è? l’amore di mezzo c’è.

UOMO ma forse amore è e forse amore non è

FATA Di chi si innamora? di un bello calabrisello, studente. Che fa lo
studente al Nord, non proprio Nord Nord, un po’ più Sud, Toscana.

E quanto si innamorano! Uh!

UOMO … ma forse amore è e forse amore non è.

FATA Un giorno Rosa, che era il nome della ragazza, ci va a trovare
Antonio, che era il nome del ragazzo, lì nel Sud, con mamma e papà, e li
accolgono il ragazzo con mamma e papà, lì nel Sud. Il Sud! Il Sud contiene
tanto sole. Tanto!

– Però gioia mia io non ti voglio vedere più, c’è anche tanto sangue qui –
disse la ragazza Rosa.
Beh ma l’amore si sa com’è – e gioia non ti voglio vedere

UOMO E gioia perché?

FATA E tesoro non ce la faccio

UOMO E tesoro perché?

FATA Fra gioie e tesori e amuri si sa ritornano baci e sospiri, si sa.

Però poi Antonio suo amato rimane senza papà, ammazzato.
Però poi Antonio suo amato anche lui si trova inguaiato.
Ferito si trova.
– Il mio ragazzo è malato ferito bucato luparato! Vieni Antonio caro,
curati qua al Nord, tradisci Antonio caro, parla amore mio, parla amore mio

– Sì Rosa mia sì parlo amore mio, parlo te lo giuro, parlo amore mio te lo
giuro amore mio –
Poi successe successe una cosa così:
Rosa cara amore mio ha parlato, Antonio caro amore mio ha parlato.

Della famiglia dei morti delle ammazzatine delle armi di chi hanno visto di
chi non hanno visto della famiglia dei morti delle ammazzatine delle armi
di chi hanno visto di chi non hanno visto e hanno parlato parlato di chi di
cosa … (*ad libitum*)
E poi successe successe un’altra cosa così:

Antonio caro amore mio, inguaiato e luparato, ha ritrattato.
E Rosa Rosa voleva dire, Rosa Rosa voleva dire – no neanche io ho parlato –
no dei morti, no delle ammazzatine, no niente armi, no eh chi ho visto? No
niente – E Rosa Rosa diceva – Scrivo lettere e mi discolpo e spiego e
spiego spiego e mi discolpo.

UOMO Eh ma non si fa bugiardella, forestiera e bugiardella!

FATA – Dove vado ora dove, dove vado? Chi mi vede chi mi ha vista? Che
faccio? Come faccio? … – Papà pronto? Ecco torno, torno al Nord – arrivo!-
Le figlie, che bugiarde le figlie! Dal padre non tornò non tornò dal padre.
E il padre aspetta, aspetta e cerca aspetta e cerca, gira come un
paloggero, gira come un colombo, e la madre, aspetta e ti riaspetta, la
madre, aspetta e ti riaspetta, la madre, due anni passano che aspetta, e se ne va,

dopo due anni che aspetta, nell’aldilà,
e il padre aspetta, cerca, aspetta e cerca, e aspetta, finché un giorno che
aspetta, tredici anni che aspetta, (prende un giornale) apre il giornale,
stava così, sfogliando così, ecco là, gliel’avevano restituita la figlia,
gliel’aveva restituita il mare, il Mare. Pezzi di lei. Povera lei. Povero
lui. Poveri tutti noi.

MUSICA – CANTO: AVO’ Balistreri:

AVO’ L’AMURI MIU TE VOGGHIU BENI

L’OCCHIUZZI DI ME FIGGHIA SU SIRENI
AO’ AO’
CHI AVI LA FIGGHIA MIA CA SEMPRI CIANCI

VOLI FATTA LA NACA MMENZU L’ARANCI

AO’ AO’

CIATU DI L’ARMA MIA FACCI D’ARANCIU

CA MANCU P’UN TESORU IO TE CANCIU

AO’ AO’
ORA S’ADDURMISCIU ‘STA FIGGHIA MIA

SARVATIMMILLA VUI MADRI MARIA

AO’ AO’

 

*-TRE GENERAZIONI *

C’erano tre, una mamma una nonna una nipote.
-Ahiaiai marito mio te ne sei andato ahiaiai marito mio che mi hai
lasciato, ahiaiai ahiaiai! –
E ahiaiai e ahiaiai donna Antonia, la mamma, non la finiva mai.
Questa storia è così:
un giorno Antonia la mamma si sposò, un giorno fece un figlio, un giorno ne
fece un altro un giorno un altro ancora. Insomma tre. Un altro giorno il
marito le morse. Le morse? Sì: le morì.
Ahiaiai marito mio te ne sei andato ahiaiai marito mio che mi hai lasciato,
ahiaiai ahiaiai! –
E ahiaiai e ahiaiai donna Antonia non la finiva mai.

UOMO Donna Antonia ma che fate? Donna Antonia sempre piangete? Donna
Antonia bella siete, non vi disperate,
Venite qua, Antonia bella che bella siete.

FATA E la mamma, mamma di 3 figli, vedova di 1 marito, così di nuovo: paf!
si innamorò. Biiiiihhhhhhh che coraggio! Perché coraggio?

UOMO Perché non si fa! Non si fa!

FATA Eh Antonia non si fa così, niente amore più, basta finito andato. E
che non lo sapevi? E che non lo sapevate tutti e due? E che volevate fare
gli innamoratini? Gli innamoratini ah?

UOMO Basta, adesso ti dico io com’è che si fa.

FATA Prima fanno fuori lui, peccatore de li peccatori, disonorato
disonorante. Poi a ttia, poi tocca a ttia … e che per caso volevi vivere
una nuova vita Antonia ah? E ti vengono a trovare, ‘nta to’ casa. Tu li
conosci e gli apri. E gli offri il caffè. Il caffè della mattina. Chi beddu
‘u cafè! La mamma si era appena alzata, la nonna si era appena alzata, la
nipote no, la nipote no, dormiva ancora. E allora via con le pistole! A te
disonorata vicino al tavolino ti straziano un pochettino, dda ‘nterra ti
straziano, e che ci fa se c’è pure tua mammà, straziano macari a idda,
straziano pure lei, vecchia quant’è, e che ci fa se c’è pure tua
nipote? Straziano
macari a idda.

Ecco come si fa, così si fa.

La mamma si era appena alzata, la nonna si era appena alzata, la nipote no,
la nipote no, dormiva ancora, le nipoti!

 

*-LA BOTTIGLIA *

FATA (*Canticchiando a mo’ di matta già nelle vesti del personaggio
successivo, da* FILASTROCCHE SICILIANE *Balistreri*):

CHIOVI CHIOVI CHIOVI LA GATTA FA LI PROVI
LU SURICI SI MARITA CU LA COPPOLA DI SITA

NESCI LA CUGNATA CU LA VESTA ARRACCAMATA
NESCI LU SIGNURI E FA SPUNTARI ‘U SULI
NESCI NESCI SULI PI LU SANTU SALVATURI
‘ETTA UN PUGNO DI NUCIDDI ARRICRIA LI PICCIRIDDI
‘ETTA UN PUGNO DI DINARI ARRICRIA LI CRISTIANI
‘ETTA UN PUGNO DI PUMELI ARRICRIA LI CAVALERI

SIGNURUZZU CHIUVITI CHIUVITI CA LA TERRA E’ MORTA ‘I SITI

E SI ACQUA ‘ON NI MANNATI SEMU PERSI E CONSUMATI

L’ACQUA D’IN CIELO SAZIA LA TERRA FUNTI CHINA DI PIETÀ

I NOSTRI LATRI RIPOSANO ‘N TERRA E DIO ‘NNI FA LA CARITÀ

MANU MANUZZA CHI VENI PAPA’ PORTA COSI E SI ‘NNI VA

PORTA MENNULE E NUCIDDI PI GIUCARI I PICCIRIDDI
PORTA MENNULE E FASOLI PI LI MATRI E LI FIGGHIOLI

DUMANI È DUMINICA TAGLIAMU ‘A TESTA A MINICA

MINICA NUN C’E’ LA TAGLIAMU A LU RE
LU RE È MALATU LA TAGLIAMU A LU SULDATU
LU SULDATU E’ A LA GUERRA ‘NNI SSTTAMU CU ‘U CULU PER TERRA

UOMO (*ride e dice, tra le risate*) … No perché era matta Santa …

FATA Santa si diceva – segui che ti risegui, un giorno il mio amato uscirà
dal carcere e allora io … zza! … me lo acchiappo, e allora io … zza
… me lo sposo, me lo sposo gioia mia! –
Santa conobbe il marito futuro a 15 anni. Gli volle bene. Addirittura lo
seguiva sempre. Addirittura tutti i processi di lui, poverazzu! Addirittura
ancora prima di sposarsi!

UOMO (*ride e dice*) Si vede che era matta Santa, già da allora si vedeva
che era matta.

FATA Insomma Santa vivi che ti rivivi, insomma sì ce l’hai fatta Santa …
ti sei sposata l’uomo della tua vita, l’uomo della tua vita … ah!
E poi e poi? E poi addirittura ti hanno fatto imprenditrice, ti hanno fatto
un sacco di conti in banca! Mih Santa e chi te lo doveva dire a te!
Imprenditrice ricca.

E sola.
Sola così che ti veniva da piangere.
E Santa allora piangi che ti ripiangi, forse è meglio ricoverarti un po’,
due pillolette da ingerire per un pianto da consolare.

UOMO E lo si diceva che era matta no? Quale sola?

FATA Ma le femmine, dico io, hanno risorse. Le mie sorelle, dico io, hanno
risorse. Le femmine partoriscono.
E ccu ‘st occhi di picciriddu nuovo nuovo, nuovo di tutto, nuovo di vita,
nuovo di sangue, nuovo di porcherie e cattive vite, Santa si fici nova
macari idda: Santa si è fatta nuova pure lei. Prese il picciriddo
picciriddo in braccio e disse – io ora ci dicu tutto a tutti, ci dico dei
conti in banca e del computer , degli ammazzati e dei parenti, delle
pillole e del dolore, e del futuro che si chiama picciriddo. E basta, che
non ne posso più! –

Santa, due giorni fuori di casa, protetta in luoghi protetti, dichiara su
fogli dichiara su fogli. Ma poi torna indietro Santa – no non lo faccio –
ma poi Santa dice – sì lo faccio – ma poi torna indietro Santa – no non lo
faccio – ma poi si mette al telefono, chiama il marito, gli dice – pentiti
– il marito dice – no, questa pazza è, questa è pazza poveretta, c’ho le
carte mediche, c’è scritto anche sulle carte – E Santa gli dice – scordati
a me -. Il marito dice – no, questa pazza è, non si voli scordari ‘i mia,
questa è pazza poveretta, c’ho le carte mediche, c’è scritto anche sulle
carte -. E Santa si mette al telefono. Chiama la sorella. E com’è che fu,
dopo pensò – torno a casa – dopo pensò – no non torno – pensò – torno non
torno torno e non torno.

Certo che pazza sono. Mi ingiuriano ma è vero. Chi mi dice santa chi mi
dice matta. E Santa disse non firmo, non firmo proprio, non dichiaro più,
non dico più niente, torno torno torno a casa, torno alla mia bella casa-

(*Azione: pulisce intorno, forse anche se stessa, a un certo punto beve
l’idraulico liquido. Mentre*):

MUSICA – CANTO (gli UOMINI): FILASTROCCHE SICILIANE Balistreri

appresso
MUSICA E DANZA TARANTELLA: ABBALLATI tradizionale: ABBALLATI, ABBALLATI!

FIMMINI SCHETTI E MARITATI;
E S’UN BALLATI BONU,
NUN VI CANTU E NUN VI SONU.
E S’UN BALLATI PULITU CE LU DICU

A LU VOSTRU ZITU.

SCIU’ SCIU’ SCIU’
QUANTI FIMMINI CHI CI SU’!
CI ‘NNE QUATTRU SCAFAZZATI

‘NNI FACEMU CH’ ‘I PATATI
CI ‘NNE QUATTRU AMMACCATEDDI

‘NNI FACEMU CH’ ‘I PISEDDI
SCIU’ SCIU’ SCIU’ …

 

*-I FIGLI *

FATA Nacque una bambina, bianca felice e sgambettante. Come la vide sua
mamma, non le pareva vero, intravide anche la libertà, bianca felice e
sgambettante. Ma ‘sta bella libertà e dov’era ‘sta bella libertà? Lontana, uhiiii, lontana.
E chi l’ha vista mai ma veramente?
La ragazza a 17 anni aveva fatto la bambina; quando la bambina cresceva,
sorelle sembravano, la musica gli piaceva a tutt’e due, la libertà la
vedevano assieme. Gli sembrava normale. In fondo era normale, doveva pur
esserlo.

Questa ragazza donna non è che aveva studiato molto non è che era istruita
molto, ‘nta ddu paesinu picciriddu del Meridione, Mezzogiorno, Sud. Ma
quello che voleva imparare la ragazza era la libertà, le cose per bene, per
lei e per la piccoletta sgambettante.

Questa ragazza donna tra madri sorelle e nonne tutte nere vestite, foto di
papuzzo morto ammazzato – e chi l’ha conosciuto mai, meno male che c’era la
foto – cugini, parenti e bla e bla e bla bla bla, tutti morti così, non è
che ci stava proprio bene: che bizzarra ‘sta figghioledda, un poco ribelle
‘sta figghioledda!

UOMO Un poco troppo.

FATA Sognava che forse fuori da ’ddu paesino qualche cosa di meglio c’era.
E allora se ne andò nel Settentrione, nel Nord.
E nel Nord trovò, uguale: ammazzatine, arresti, droga, litigi,
antidepressivi.
E così che ancora con la libertà sempre lì la disgraziata, a farle un cenno
per andarle appresso, dopo tutte queste ammazzatine, arresti, droga,
litigi, antidepressivi,

decise così, e disse al compagno così:
-Compagno mio ti voglio lasciare compagno mio io voglio parlare. Addio
compagno addio prigione, mia bella figlia ci voglio salvare-

E così che il compagno le disse così:
-Mia bella compagna ma chi te lo fa fare, mia bella compagna te la farò
pagare, non si deve il compagno disonorare-
E fu che così che la compagna parlò parlò parlò
E fu così che il compagno l’ammazzò la bruciò la tagliò
Ma le femmine hanno risorse e la figlia rimasta parla straparla riparla un
fiume in piena è, le hanno ammazzato la mamma, la sua amica la mamma,
quella che la scambiavano per sua sorella, quella che gliel’ha ammazzata il
papà, che ne ha fatto pezzi il fidanzato, il fidanzato che poi si è
innamorato, guarda tu ‘st’amore cos’è.
E questa pure è mia sorella, e mia sorella e mia figlia vive e parla, c’ha
un coraggio questa sorella, che accusa il padre che sta protetta che sta
nascosta che va tra la giustizia e parla e parla straparla riparla, un
fiume in piena è.

MUSICA – CANTO: LA SURFATATARA

M’A SCODDU M’A SCUDDAI SCUDDATU SUGNU

M’A SCODDU DI LU BENI
DI ME PADRI E ME MADRI
ERA CCHIU’ DUCI E CCHIU’
MEGGHIU DI TIA
M’A SCODDU DI L’AMICI
E DI LI ME FRATI
DI LI SANTI M’A SCODDU
E NO DI TIA

 

*LA MADRE *

(*Direttamente nei panni della prossima donna, raccogliendo la pistola. Dà
uno sguardo nella gola profonda del pubblico. Guarda qualcuno per capire a
chi chiedere, a chi fare domande*).

– Avete visto mio figlio? (SILENZIO) Avete visto mio figlio? Lo avete
visto? Vi chiedo, lo avete visto? Carmelo. Carmelino. Avete visto Carmelo?
Ha 29 anni. Forse l’avete visto voi? O voi signora? E a voi, a voi non vi è
scomparso pure un figlio?

Io ero ’nna putenza! Mi rispettavano! Sono quasi stata un boss pure ,
capace decisa, stavo in mezzo a un sacco e mezzo di criminali, furba pure,
amica di tutti proprietà
di nessuno . Ero ammirata, con ruoli importanti, sapevo tutto di tutti.
Anche se il mio sogno non era diventare una quasi boss, il mio sogno era
fare l’infermiera, era d’amore il mio sogno, fuggire con l’amore. Ma il mio
amore, il mio principe colorato di nero, mi insegna di traffici, di affari
luridi. E io vivo, traffico e sto zitta. Zitta. Eh che bellezza! Avia
trovato l’amuri, l’amuri, ah!-

Ma le femmine, dico io, hanno risorse, le mie sorelle, dico io, hanno
risorse.
E Anna fece figli, e i figli si amano, e i figli amano. E Carmelo suo
figlio s’innamorò. Si scattava foto con l’innamorata.

UOMO Ma non si può fare

FATA -Carmelo chi fai Carmelo? Quella è sposata a un boss, chi fai Carmelo,
come ti permetti? Carmelo chi fai? E all’innamorata pure glielo dissi: innamorata
che fai?
Che fai? Non sai che non si può fare?
(*Scende in platea o dovunque sia il pubblico*)
Avete visto mio figlio? (SILENZIO) Avete visto mio figlio? Lo avete visto?
Vi chiedo, lo avete visto? Carmelo. Carmelino. Avete visto Carmelo? Ha 29
anni. Era innamorato.
Me l’hanno massacrato. (Dall’ uomo le arriva un osso.)Questo è l’osso tuo.
La clavicola tua, sputata dai cani rabbiosi che ti hanno ammazzato. E
adesso io nelle ossa tue incido la verità. E adesso qui dalle ossa tue
sgorgano parole mie. E quest’osso diventa inchiostro, carta diventa, parole
parlate, crimini svelati, uomini imprigionati, nomi e cognomi, ecco, il tuo
osso di Dio, figlio, figlio mio –

 

*FINALE*

*La rinascita *

FATA Le femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le
mie sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano la
vita, parlano riparlano fiumi in piena sono, che vanno al Mare, e il Mare
contiene miraggi, miraggi di fate, pozzo scandaloso. Io, Morgana, Morgana e
le mie sorelle, lo usiamo per fare cadere nemici, ingannare uomini di
conquista, barbari con le loro orde.
Io e le mie sorelle creiamo miraggi, luoghi nuovi, verità che li affondano.
Alleviamo case e famiglie, città e campagne profumate, ma di sotto gli occhi gliele
portiamo via, i barbari cadono nell’acqua, stupidi violenti. Creiamo miraggi e ce li
buttiamo dentro.
Oggi, se c’è qualcosa che non contiene veleno, è l’immagine che risale su,
come cibo indigerito, di una donna +un’altra donna + un’altra donna +
un’altra donna … le Fate sono esseri splendenti
la bambina Maria la ragazza Rosa Antonia Santa la mamma la nonna la nipote
la madre la bambina Maria la ragazza Rosa Antonia Santa la mamma la nonna la nipote
la madre (*ad libitum*)

MUSICA/ CANTO AJA MOLA: è la mattanza del tonno, un canto di lavoro
riarrangiato come composizione travolgente furiosa battente sono solo
percussioni e voci

FINE

*Le donne ricordate sono:*

*1- Palmina Martinelli*

*2- Rossella Casini*

*3- Maria Teresa Gallucci con mamma (Nicolina Celano) e nipote (Marilena
Bracaglia) *

*4- Tita Buccafusca *

*5- Lea Garofalo e sua figlia Denise *

*6- Angela Donato *