di  Luigi De Rosa

Nessun risvolto della tragedia umana sfugge alla mente indagatrice del poeta Guido Zavanone, genovese di origine astigiana, la cui logica analizza lucidamente le problematiche della vita umana e del Cosmo, anche se il cuore è tutt’altro che indifferente. I suoi versi sono animati da una originale metafisica moderna, da un’acuta sensibilità etica affamata di giustizia e di equità, e sono portatori di un autentico dolore di vivere, nonostante un’ ironia onnipresente, a volte sulfurea. Zavanone, che è stato un alto magistrato (fino a procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova) come poeta si è ormai conquistato, con recensioni e presentazioni dei suoi libri da parte di firme di primo piano e prestigiose, e con una raffica di Premi importanti vinti, un posto di rilievo nella poesia italiana del Novecento e di questi anni del Duemila. La sua produzione poetica di una vita è stata selezionata recentemente in un libro intitolato Lo sciame delle parole, prefato da Stefano Verdino dell’Università di Genova, ed edito da Interlinea di Novara.

Nella sua ricca produzione svettano due poemetti, Il viaggio ( San Marco dei Giustiniani, Genova 1991) e Il viaggio stellare ( ibidem, 2009).

Nel 2017 è uscito Percorsi della poesia, un volume prezioso per  una conoscenza approfondita di tali opere, per i tipi delle stesse Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova. Di notevole efficacia chiarificatrice la Prefazione, dovuta alla penna di Vittorio Coletti, e la Postfazione, scritta da Giuseppe Conte.

“La poesia di Guido Zavanone” è stato l’argomento magistralmente presentato  a Genova, l’8 maggio 2017, dalla scrittrice e critica prof.ssa Rosa Elisa Giangoia, in Università, nell’aula  magna della Scuola Umanistica, via Balbi, 2, davanti ad un foltissimo pubblico qualificato (tra i Docenti presenti anche Stefano Verdino e Graziella Corsinovi).

La cultura di Zavanone, finemente laica ma non esente da drammatica inquietudine religiosa, e al servizio di una sensibilità moderna, si avvale dello strumento “classico” dell’allegoria, con un linguaggio volutamente “dotto” e amorevolmente volto verso il passato, specialmente nell’opera “Il viaggio stellare”, chiaramente ispirato anche al Divino Dante Alighieri ( 1265-1321) e alla sua celebre “Commedia”. E’ proprio nel corso del poema “Il viaggio stellare”, articolato su 25 “capitoli”, composto da endecasillabi classici inframmezzati a versi di lunghezze variabili, atti ad agganciare alla classicità del contenuto la modernità della forma, che avviene l’incontro-choc, seguito da un illuminante dialogo, con l’ombra di Dante Alighieri. E precisamente nel capitolo XVII ( intitolato, appunto, L’incontro).

Dopo avere viaggiato per buona parte dello Spazio su una misteriosa astronave che lo stava portando da casa sua, sulla Terra, alla ricerca della soluzione dei misteri della vita e del Cosmo, guidato da uno spirito-guida dalle forme di stupenda ragazza, l’Autore arriva al Regno dei morti, il regno

immenso  e desolato che governa

il Potere divino o il Nulla eterno.

Trattasi di un antro enorme, dentro il quale le vuote ombre dei morti si agitano in modo confuso e frenetico quale alveare d’un tratto ridesto, ombre in volo come uno stormo immenso d’uccelli di passo che oscurano il cielo.

Sono pochi, però, i morti che vogliono e possono parlare col poeta e la sua guida. In generale, non possono farlo quelli che nella vita hanno parlato anche troppo, cianciando come dei ventriloqui anche se non avevano nulla da dire.  Tra questi

presentatori garruli e servili

 politici tronfi ed indigesti

che ben conoscono l’arte sottile

di parlare senza farsi capire.

Non diversi i teologi che insegnano

ciò che non sanno facendo la ruota

e buona parte dei predicatori

che dicono nel vuoto cose vuote.

Non parlano neppure i sognatori ( perché non si dissolva il loro sogno), e quanti in vita hanno sofferto troppo, e i violenti, e i filosofi che sanno di non sapere, gli educatori che alle parole preferirono l’esempio.

Ad un certo punto, dai caroselli di ombre che vorticano senza sosta, se ne stacca una, insofferente delle altre, e nessuna osa passarle avanti.

L’emozione che l’incontro con l’ombra di Dante procura al poeta Zavanone è fortissima: Come la vidi un tremito/ percorse le mie membra, il cuore in petto/ mi batté forte per l’antico amore/ e l’emozione d’essere al cospetto/ d’uomo che più d’ogni altro il mondo onora…Ma nonostante la voce stenti ad uscirgli, e la lingua, esitante, riesca ad articolare solo parole confuse, il poeta riesce a rivolgersi al Maestro : “ O caro padre mio, che visitasti / Inferi e Cielo e illumini il cammino/ di chi tardo e confuso viene dietro/….che sorte attese i morti che onorasti/ con il tuo canto e li facesti grandi ?” / Rispose triste: “ Giacciono ammucchiati/ nel grande cimitero della Terra. / Pacificati / fraternizzano tra i vermi. / Però fin quando il mondo li ricorda/ vagano quaggiù le loro ombre, / si muovono nel nulla e regge i fili/ di quest’altra esistenza la memoria./ Poi la Bontà infinita ha sì gran braccia/ che tutti ci cancella e più non resta / della nostra esistenza alcuna traccia.”

Ma è anche un’altra la domanda che brucia sulle labbra di Guido al suo Maestro. E questi la intuisce, e prontamente gli viene incontro; “ Ma non eluderò quella domanda/ che la tua mente al dubbio sottomette/ e già vedo salire alle tue labbra: esiste un Dio che l’Universo regge ? Se intendi rettamente la visione/ che muove la Commedia e la suggella/ Dio è luce in cui l’uomo si riflette./ Ma se l’arida scienza l’apparenta/ a protoni, neutroni ed elettroni/ ogni fede ha perduto sua semenza.”.

La voce era serena, ma il dolore e la ferita dell’anima erano rivelati dallo spasmo del volto. “ Tutto è vanità” proseguì “ma gli uomini/ non comprendono e si fanno la guerra/ divisi sempre in vittime e oppressori: / fin che la tomba gli uni e gli altri serra. / Ognora si ripete nella Storia/ quello che lungo i secoli è successo/ Budda è venuto e Cristo e Maometto/ giù sulla Terra per cambiare il mondo/ il mondo ruota ed è sempre lo stesso./ Afflato di giustizia e di pietà, / nell’Oltretomba ho collocato gli uomini/ variamente secondo che meritano/ quasi supplendo la Divinità.”

L’ultimo accenno di Dante è allo stesso poeta che ha davanti : “ Tu saresti un altro Guido/ e forse vorresti essermi seguace/ ma più nessuno tra i versi fa il nido/ se pur fornito d’ingegno vivace… E qui Dante parla da grande critico letterario, per significare che la Poesia è in crisi per il tragico solco fra Autori e Lettori, anche per colpa dei primi, troppi dei quali si gingillano con parole astratte e vuote senza il rispetto della realtà umana e naturale. La parola anche l’ho aggiunta io, perché le cause della crisi della poesia sono  numerose, e strutturali alla società moderna, oltre quelle ascrivibili agli autori.

 

 

Annunci