Isa Morando

Siamo arrivati al giro di boa. Se l’espressione non fosse del tutto estranea al suo carattere, arriverei a dire che la produzione di disegni da parte di Nanni, nelle ultime settimane, è frutto di una “frenesia creativa”. L’ultimo suo lavoro ha tratto lo spunto da una foto pubblicata sul “Secolo XIX”, che lui ha arricchito con una serie di particolari, fino a farla diventare uno spaccato di vita, ambientata nel porto di Genova. Così ho pensato che fosse doveroso cambiare rotta (tanto per usare un’altra metafora marinaresca) e partire dal suo disegno per descrivere e raccontare…

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Disegno di Nanni Perazzo

Come si legge e si commenta un dipinto ce lo insegnò una straordinaria docente di storia dell’arte, oltre sessant’anni fa. La sua materia era, allora come ora, la cenerentola dei programmi scolastici: una delle tante assurdità di un ordinamento che, nel paese dell’arte, relegava all’ultimo posto proprio la disciplina che avrebbe potuto non solo illustrarlo e celebrarlo, ma soprattutto farne comprendere la storia. Questo incipit tra il nostalgico e il polemico può far sorridere, applicato al disegno di un dilettante – la definizione più giusta, etimologicamente perfetta, per il piacere che procura a Nanni la scoperta tardiva della sua capacità di usare la matita, con un orientamento ormai sicuro verso il bianco/nero -.

Rispolvero dunque, con il doveroso rispetto, il metodo di lettura imparato nell’adolescenza per descrivere, interpretare e raccontare il “fronte del porto” di Nanni. Protagonista è sicuramente il tratto di mare, nel movimento della superficie appena ondulata, dal tenue chiaro-scuro al nero-pece, che suggerisce l’oleosità dell’acqua tipica di un porto. Un gozzo in evidenza sulla sinistra, una larga chiatta al centro, sul lato destro un altro gozzo e la poppa di una nave da carico. Sulla banchina, casse e sacchi appena sbarcati o pronti per l’imbarco. L’enorme gru e i vagoni sottostanti, sfumati nei toni del grigio, tagliano lo spazio lasciando aperta la visuale sulle colline popolate di edifici. In questo scenario Nanni ha inventato e proiettato  piccole storie quotidiane di gente di mare, di uomini del porto, con ironica tenerezza. Il pescatore impegnato a trasferire il pescato del secchio nella cassetta al suo fianco; lo sprovveduto che ha gettato la lenza nell’acqua certamente poco affidabile, ma sicuramente pescosa, e si è sistemato accanto uno speranzoso cestino; il segnalatore con bandierina bianca che presiede alle manovre di carico sulla chiatta affollata e forse dà indicazioni ai compagni; il comandante a poppa della nave riconoscibile dal cappello a visiera… Piccole storie quotidiane di gente di mare che si ripetono identiche nel tempo in un piccolo spazio del porto di Genova.

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Noi genovesi il mare e il porto li sentiamo dentro, fanno parte di noi. Non è retorica. Da alcuni anni, però, questo sentimento, soprattutto in Nanni, ha messo più profonde radici, per la frequentazione assidua del Circolo dell’Autorità Portuale (acronimo: CAP), che ospita il suo coro per le due prove settimanali. Gli capita spesso, mentre i cantanti “si allenano”, di scambiare quattro chiacchiere con il presidente Danilo Oliva, che sembra riassumere nella sua persona tutte le caratteristiche del “lavoratore del porto”. Io preferisco “portuale”, termine connotato in negativo solo per una assurda e stupida convenzione sociale; particolarmente stupida in una città che ha costruito la sua stessa esistenza sulle attività del porto. Comunque: un uomo vecchio stile, pratico, di poche parole, dotato di un invidiabile buon senso, portato ad affrontare e risolvere i problemi puntando dritto allo scopo, scavalcando spesso ostacoli burocratici che giudica inutili o addirittura dannosi. Sotto la scorza ruvida dell’uomo di mare cela però una finezza di sentimenti che fa di lui un “signore”. A chi glielo chiede, racconta fatti della sua vita nel porto con un linguaggio colorito e stringato, com’è nella tradizione di chi è abituato a lavorare senza troppe chiacchiere, senza ombra di compiacimento o di autocelebrazione. Tiene fede alla parola data, s’impegna per rispondere a richieste anche abbastanza singolari. Come una mia, recente. Mi ero ricordata di un fatto della mia adolescenza che aveva coinvolto singolarmente anche una vasta zona di Sampierdarena: dopo un grande fragore, era piovuta dal cielo una quantità di oggetti di varia natura, tra cui molte “pezze” di stoffa. Un campione abbastanza consistente – di cotone spesso, blu rigato di bianco – era “atterrato” sul balcone della nostra cucina. Fu presto trasformato in un vestito per la mamma e una gonna con “bolerino” per me. Ne conservo il tangibile ricordo in una sacca da gita in campagna che sembra indistruttibile. Si diceva che era esplosa in porto una nave da carico alla rinfusa, ma io non ero in grado di ricostruirne i particolari. Mi capitò di farne cenno al signor Oliva, il quale “prese nota” e mi disse che se ne sarebbe occupato. Dopo pochissimi giorni, mi recapitò, attraverso Nanni, alcune fotocopie degli annali del porto, in cui, alla data 19.2 del 1955, si dice che “ormeggiata a ponte Eritrea ponente la nave svedese “Nordanland” sospinta dal mare e dalla fortissima risacca urta la banchina lesionandosi… Alle 19,20 la Nordanland esplode con un terrificante fragore”. Tutto coincide, il mio ricordo trova conferma nei documenti ufficiali. Alla mia telefonata di ringraziamento per tanta premura il signor Oliva risponde con percettibile imbarazzo: sono verbosa, lo so.

L’altro significativo episodio è la rievocazione – a seguito di un incidente per fortuna senza danni alle persone – di un fatto singolarissimo appartenente all’età matura del signor Oliva. Un vagone – simile a quelli disegnati da Nanni – per una manovra errata era precipitato in mare. Si trattava di recuperare in tutta fretta il carico, abbastanza “importante”. Fu chiamato uno dei più esperti palombari per la ricognizione e l’avvio dell’operazione. L’uomo si immerge e non riemerge nel tempo calcolato dagli uomini sulla banchina – tra cui il signor Oliva – . Affiora finalmente, quando già si temeva il peggio, e in rigoroso genovese, con evidente fastidio, chiede: “Figeu, dime ‘n pö che numero o l’à sto belin de ‘n vagon; ghe ne saiâ atri quattr’ò çinque chi sotta!” “Ragazzi, ditemi un po’ che numero ha questo belin di vagone! Ce ne saranno altri quattro o cinque qui sotto!”. Evidentemente la manovra errata aveva dei precedenti…

Mi fermo qui, per non incorrere nel rischio del “celebrativo”: farei un grave torto al signor Danilo Oliva.

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P.S. La mia amica Franca – fonte preziosa di informazioni! – mi ha citato un ricordo di sua madre, il cui bisnonno era stato palombaro. Si diceva e si dice, in genovese, “magron”, sostantivo metaforico registrato nello storico dizionario Casaccia:

“Palombaro. Chi va sott’acqua per pescarvi o per cercar roba o per altra consimile operazione; altrim. Marangone.

Marangone, mergo, smergo: genere d’uccelli acquatici… che s’immergono e nuotano sovente sott’acqua dove si procacciano il vitto cibandosi di pesciolini e di piccoli animali acquatici”

Et voilà!

Ancora un cenno su “belin”: è la parola della lingua genovese più conosciuta in tutta Italia,  ufficiale da sempre, per intercalare, aprire o chiudere un discorso, in positivo o negativo. Eugenio Montale volle celebrarla in una sorta di ironico messaggio pubblicitario scritto – mi pare – sul coperchio di  una scatola di biscotti: “Si vous êtes Génois et malins préférez les biscuits Belin” , “Se siete Genovesi e maliziosi scegliete i biscotti Belin” (letto alla francese… ma la grafia è inequivocabile).

Congedo prestigioso, nel nome del nostro grande poeta genovese!

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