Isa Morando

image_15007VERNISSAGE CASALINGO

è la proposta semiseria che ho sottoposto a Nanni.  Ha scoperto in sé, da pochissimo tempo, una dote latente da decenni: ha scoperto di saper disegnare. Quando sia scattata la molla, lui non sa dirlo. Lui che, ragazzino, per il disegno dal vero si limitava ad appoggiare sul foglio una banana e a tracciarne il contorno. Abbiamo ipotizzato che si tratti di un manifestarsi tardivo del DNA. La nonna Angela, sua madre, in gioventù aveva dipinto. Bene. Ce ne rendemmo conto quando un corniciaio esperto di pittura, a cui avevamo portato un suo dipinto per la sostituzione della cornice, fece un balzo indietro ed esclamò “Ma questo è un Fontanesi!”. Gli facemmo notare che nell’angolo in fondo a destra c’era scritto “Angela B.”. Lui non si scompose, cambiò registro e, garbatamente, ci tacciò di incuria, per non aver saputo valorizzare “le opere” di una così valida pittrice. Addirittura ci suggerì di organizzare una mostra. Cosa che, naturalmente, noi non prendemmo in considerazione (adesso “il Fontanesi” fa bella mostra di sé a Milano, nella casa di Aldo, nostro figlio). Per noi la nonna Angela era legata al ricordo variopinto  dei suoi famosi “caramellati” natalizi, per cui era nota in tutta Sampierdarena, con qualche sconfinamento “in centro” (“andare in centro” era una specie di promozione sociale per la buona borghesia sampierdarenese). Quello era il suo cavallo di battaglia. Ma la sua sapienza culinaria si espandeva su un largo terreno, in cui confluivano le sue origini piacentine – ineguagliabili i torteil cun la cuà (tortelli con la coda) di pasta sottilissima e ripieno di spinaci  – e la sicura conoscenza della tradizione genovese, con l’apoteosi delle raffinatezze dolciarie.

Il rito dei caramellati cominciava presto, subito dopo la metà di novembre, con ripetute visite allo storico negozio Armanino in Sottoripa, zona Caricamento, tempio indiscusso della migliore qualità di frutta secca.  Più volte, negli ultimi anni della produzione,  Nanni si era offerto di accompagnare la nonna Angela in auto, per concentrare in una sola spedizione l’acquisto del “materiale”. Ma lei aveva sempre rifiutato. Il perché lo capimmo solo più tardi, quando ormai non c’era più. Andare da Armanino significava fare un parziale acquisto, lasciarlo al negozio, addentrarsi nei vicoli, che conosceva a memoria, entrare in qualche antica chiesa, soffermarsi il tempo di una preghiera, tornare a ritirare il pacco, imbarcarsi sull’UNO – altro pezzo di storia che faceva capolinea davanti al negozio – per il tragitto di ritorno, con la quasi certezza del posto a sedere. I “viaggi” non erano mai meno di tre e i generi acquistati in quantità crescente, perché i “clienti” tendevano di anno in anno ad aumentare di numero a seguito del passaparola: mandorle per la pasta, noci, datteri, prugne, ciliegine candite, che erano le meno appetibili, ma piacevano tanto a Nanni bambino, perché, aperte e farcite di pasta di mandorle, somigliavano a piccole automobiline con le ruote rosse. Alle materie prime si affiancava il reperimento delle scatole di varie misure, in parte acquistate, in parte, se in ottimo stato, conservate. Per le scatole nuove e i pirottini (o coppini) non era il caso di frequentare negozi del  centro,  era sufficiente un cartaio di Sampierdarena. In questi ultimi anni ho tentato, con risultati discreti, di imitare i caramellati della nonna Angela, ma l’assenza del rituale li priva di un ingrediente fondamentale, la nostalgia del passato: datteri e prugne già denocciolate, noci già  sgusciate, farina di mandorle già  pronta per essere impastata. E, spesso, la rinuncia a quelle note di colore tutto naturale (il rosato della barbabietola, il verdino della foglia di spinacio) esaltato dalla trasparenza del caramello – che, dopo qualche maldestro tentativo,  ho accantonato, sostituendolo con un banale velo di zucchero -. Il caramello  era come la firma di un piccolo capolavoro. Quando si metteva all’opera, la nonna Angela chiedeva cortesemente di non essere disturbata. Aveva bisogno di silenzio e concentrazione, soprattutto nella fase delicatissima della “caramellatura”. All’operazione aveva partecipato qualche volta Nanni ragazzo, già interessato a verifiche di natura fisico-chimica. A lui il compito di infilzare i frutti già farciti su lunghi stecchi e di tuffarli nel caramello, di cui aveva prima verificato la giusta consistenza con la prova inconfutabile della goccia d’acqua: fatta cadere nello sciroppo bollente, doveva categoricamente assumere la forma di una microscopica pallina. Rimasta sola – Nanni ormai fuori casa per lavoro – la nonna Angela confessava di avere qualche volta staccato il telefono. C’era forse, in tutto questo, un pizzico di autocelebrazione, l’orgoglio dell’ amanuense certosino impegnato in preziose miniature. In fondo, perché no? Lei che in gioventù aveva dipinto così bene da poter ingannare, a distanza di decenni, un esperto di pittura.

La distribuzione dei caramellati concludeva il rito degli omaggi natalizi – attesi, richiesti, addirittura sollecitati – in un profluvio di ringraziamenti e di elogi da parte dei destinatari. Una piccola mostra d’arte riservata agli amici, per la gioia degli occhi e della gola.

E adesso tocca a Nanni. Ha preso sul serio la mia proposta e si è impegnato a concludere questo racconto con una sorta di vernissage casalingo, esponendo ad un selezionato pubblico ristretto la riproduzione di alcuni suoi disegni, quelli che giudica i più riusciti.

Il testimone – anche se tardi –  è stato consegnato.

 

 

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