img_20161111_0001_new-2

  ITALO ROSSI POETA E PROMOTORE CULTURALE

                     Bruno Rombi

 

Tra levigate rene/ di fonti nascoste/ in valli inaccessibili/forse la sabbia d’oro./ O forse negli anfratti/ nascosta dagli scogli/ tra detriti e relitti/ la luce di una gemma./O forse in cielo/sotto il nido dell’aquila./Nelle mani ho tanti/graffi di sangue./Non ho nulla/ che non ho sofferto.

Inizia ufficialmente con questi versi l’avventura poetica di Italo Rossi, nato nel 1915 a Buenos Aires da genitori liguri emigrati nel Nuovo Continente e mancato a Genova nel 2004 dopo una vita intensamente spesa come professore universitario, imprenditore e operatore – promotore culturale.

Il padre, Pietro Rossi, di Zeri (un paese vicino a Pontremoli), conobbe a Reppia, un villaggio sperduto tra i monti del genovesato, dove il fratello maggiore era parroco, Maria Angela Eugenia Rossi, colei che sarebbe diventata sua moglie.

Dopo le nozze decisero di emigrare in Argentina dove esisteva una grande comunità ligure. Nel centro di Buenos Aires, dove i Rossi misero su casa e un negozietto, nacque, nel 1915, il poeta.

Al ritorno in Italia, esattamente a Fiorenzuola d’Arda, il piccolo Italo, cresciuto in solitudine in Argentina, ebbe non poche difficoltà a inserirsi nel gruppo dei coetanei, piuttosto vivaci, che lo schernivano perché parlava solo spagnolo.

Frequentate la prima e la seconda elementare a Parma, dove ebbe come maestro il poeta Renzo Pezzani, il liceo scientifico a Piacenza, terminato poi a Genova al Cassini, allora in via Milius, si iscrisse poi alla Facoltà di Scienze allievo del prof Rolla, conseguendo nel 1938, a 23 anni, la laurea in chimica.

Sposata nel ’39 Amalia Brignardello, un anno dopo, all’inizio della II guerra mondiale fu chiamato al servizio militare e inviato sul fronte francese  dove fu ferito a una mano. Tornato a Genova divenne docente di chimica presso la Facoltà di Scienze dove rimase fino all’anno accademico ’76-’77.

La propensione all’esercizio letterario, presente già all’età di 18 anni nell’operetta Mariella, scritta in collaborazione con un musicista e andata in scena al Teatro Nazionale del capoluogo ligure, si sarebbe manifestata con risultati più certi attraverso  una serie di raccolte di versi, alcune delle quali tradotte anche all’estero.

Nel 1941, risiedendo a Genova, impiantò una piccola industria chimica che nel ’42 trasferì a Lavagna, e poi ancora a Genova-Molassana prima della sede definitiva a Carasco.

Dedito al lavoro e alla famiglia (la moglie e due figlie) nei momenti di relativa libertà coltivò con estrema serietà e discrezione quell’esercizio poetico che, iniziato con qualche titubanza, si sarebbe rivelato, sin dalle prime prove—quelle raccolte poi nel volumetto Trampoli (Carpena 1980) una sorta di specchio nel quale cogliere la sua immagine più segreta.

Nel frattempo costituiva il centro Culturale “L’Agave” con sede in via Costaguta 8 e l’istituzione del Quaderno annuale dell’AGAVE  nel quale ospitare gli scritti di poeti e scrittori nati o residenti in Liguria. Quaderno che ha ancora vita ed è giunto al n. 34.

Per riprendere il discorso sul suo primo volume di versi,  Trampoli, leggerò  due liriche, ricche di pathos, che hanno la formale compostezza che caratterizza la poesia intima matura. La prima è intitolata  Alle mie figlie  e così recita: Passi vuoti s’aggirano/in remote stanze/ e nel silenzio inseguo/ricordi impalliditi, ombre/ fugaci sugli opachi muri./Sono spenti i gridi/dei passerotti nel nido/ e i turbamenti acerbi/ degli sguardi tesi/oltre il davanzale./ Vuota è la stanza/ da cui usciste nella veste bianca./ Ora accarezzo il buio/ origliando il calpestio sulla mia soglia./ L’orgoglio mi proibisce/l’umiltà del mendico.

Nella seconda lirica, Insieme, dedicata alla moglie, la parola è sussurro, meditazione, confessione segreta. Sentiamola:

Ecco che ancora ci sediamo accanto/ a sfogliare pagine ingiallite/

mentre oscuri scendono i primi/brividi della sera./Ma ci basta uno sguardo, una parola/ segreta, soltanto nostra,/ a illuminare angoli remoti/anneriti dal tempo./Porte chiuse alle bufere,/finestre aperte al sole,/sguardi e silenzi,/ intese segrete della tua mano/fragile nella mia mano./Calme ore tessute di gioie ignare,/ombre fugaci, rancori/subito sopiti. Sempre/la luce di un sorriso /sulle nostre tempeste./Al tuo orecchio ansioso/magia di parole/a cancellare lacrime inutili./Curammo i nostri fiori nella serra/per affidarli al sole dell’estate.// Ora rimbocco il lenzuolo/ sui tuoi sogni delusi, lo scialle/ sulle tue spalle infreddolite./E tu liquore d’oblio/ sui cocci delle mie  speranze/ sui giorni delle mie sofferenze./ E insieme ancora/ nekle ore buie/ delle pietose bugie.

Per altro nel linguaggio allusivo di tutta la raccolta è possibile cogliere, unendone i vari frammenti, la chiave per penetrare  nel cuore del suo messaggio:Ho lasciato relitti sulla spiaggia,/ma il vento porta richiami/dai lunghi tentacoli e l’onda/è irrequieta come il mio sangue..(La nave):Ma io albergo spazi/ fuori dalle rotte/ e questa nebbia mi proibisce il cielo..(Nebbia);In questo lutto degli occhi/non scavare gli avelli/coperti di pietre!(Insonnia); Quando sarà muto/dell’ubriaco l’ultimo canto/ ed il richiamo della prostituta./Allora camminerò desolato/ sulla cenere dell’indifferenza. (Quando).

In tutti questi versi è evidente il dominio di una patina che ammanta la realtà oltre il velame, come direbbe Dante.

Dopo la prima prova sui “Trampoli” con i quali avanzare come un equilibrista, Italo Rossi tenta la metamorfosi cercando una via d’uscita verso il cielo.

Nasce così la seconda raccolta Fuga di Icaro (Zappa editore 1986) all’insegna del dubbio amletico The rest is silence; una  raccolta dove la mimesi Italo-Icaro sembra assumere un senso con l’invocazione Padre, dammi le ali dopo che con la lirica Genesi, aprendo la raccolta, aveva manifestato il dubbio più   lancinante: Dio,hai tu detto/il verbo fatale?/O sono io che ti creo?

Tutta la raccolta è permeata da una serie di dichiarazioni lapidarie   o di domande cui spesso non può dare risposta. Nella lirica da cui trae il titolo la raccolta Fuga di Icaro così si esprime:

Padre, dammi le ali.//Sono un uomo,/ ribelle ai miei limiti./Soffro catene aggrappate/ a questa scorza di terra/dai labirinti ciechi./Voglio saziarmi di luce./Vedere il volto esangue/ della saggezza/ che sorveglia il mio carcere./Accogliere le proposte dei sogni/timorosi di sole./ Padre, dammi le ali./ Non ha confini lo spazio./ Volerò su un filo iridescente/ di stella in stella,/ raccogliendo a grappoli/ frammenti di passato./ Salirò sui curvi spazi/ dove si spegne il tempo/ e la vita è una favola assurda./ Padre, dammi le ali.

L’uomo Rossi, educato dalla scienza e dalla tecnica a considerare  al centro dell’Universo l’uomo quale artefice non arbitrario del suo destino( e quindi, in determinati momenti, simile a Dio), ad un tratto si piega dopo aver tentato l’incarnazione in Prometeo e in Ulisse, oltre che in Icaro.

Così in alcuni frammenti: Forse il concerto è oltre/questo vasto silenzio (Il diapason); Coi miei poveri sensi/evado/in spazi immensurabili.//Sono l’infinitesimo pazzo,/la favilla della mia superbia/che arde la corsa di un attimo.//Poi, un nulla di cenere.(I piccoli numeri);Sventolo bandiere strappate/ a polverose soffitte.//  La verità è una statua murata/nella pietra grezza. (La verità)

Tutta la raccolta Fuga di Icaro è quindi all’insegna di una ricerca di trasgressione, di rottura dei limiti, e un documento di ammissione dell’impotenza umana davanti ai misteri dell’Universo

Scriveva in prefazione, fra l’altro, Graziella Corsinovi, riferendosi ai “labirinti ciechi” entro i quali tutti ci muoviamo:”...risulta evidente che la tematica e la problematica di Italo Rossi, si collocano lungo una grande linea classica che affida alla  poesia le domande esistenziali che da sempre travagliano l’umanità. Proiettate nella mitologia negativa del volo di Icaro, esse testimoniano l’assunzione coscientemente novecentesca del mito come emblema di una illusoria, per quanto irrinunciabile, spinta all’assoluto, alla fuga verso l’oltre, frustrati ab origine dal loro porsi appunto come mito.

Proseguendo il suo viaggio tra tentativi di ascese e continue cadute, come ogni Icaro, che tenti il volo verso il sole, anche Italo Rossi conosce la condanna delle ali bruciate, condanna che lo riconduce al suo destino di essere mortale che dichiara: Attenderò il sonno,  il silenzio/ e l’ultima carezza della terra.

In  questo umanissimo riconoscersi nel mito della caduta (prima di Icaro è Adamo a ricordarcelo), che è poi l’accettazione dei limiti alle certezze umane, si chiude il viaggio mitopoietico dell’Icaro-Italo che è comunque un volo verso l’alto, ricerca di libertà assolute, conquista di spazi solari, di convinzioni grazie alle quali non si può tornare indietro. E Rossi lo afferma nella penultima lirica della raccolta: La notte brulica di ombre/dai contatti immondi.//Sono malato di tenebre.//Scaverò nella cenere del tempo/alla ricerca della chiave d’oro.

Nel 1991, a distanza di cinque anni dalla comparsa  di Fuga di Icaro, Rossi pubblica il suo terzo libro di versi, Il molo,con le  Edizioni del Leone e la prefazione di Elio Gioanola che , fra l’altro, scriveva: “Se in Fuga di Icaro Italo Rossi dava voce, spesso attraverso figure del mito, a un’ansia prometeica di liberazione  dal principio di realtà dello spazio-tempo, esprimendo le esigenze del principio del piacere e le aspirazioni propriamente religiose all’oltranza metafisica, nelle poesie de Il molo sembra ripiegare su temi più prossimi al vissuto esistenziale (e, di conseguenza, su tonalità di tipo crepuscolare). Là, tra i miti della prima sezione della raccolta e i “limiti” dell’ultima si dispiegava tutta una serie di figure di prigionia e di liberazione, nel rincorrersi di accensioni visionare, di attese del “miracolo”, di progetti d’evasione oltre le sbarre della contingenza, così, quasi per generazione spontanea, dalla memoria colta del poeta scaturivano i simboli archetipici dell’immaginario antico:Icaro invocante le ali dal padre, per la sua avventura impossibile; Ulisse che guarda oltre i confini verso “l’alto mare aperto”, Prometeo indocile alle sue catene d’orgoglio, Caino il grande trasgressore vagante “da secoli/nei folli abissi del cielo”, Euridice che incarna assieme la liberazione possibile e l’inesorabile prigionia.

Da queste opposte tensioni di dura soggezione al limite esistenziale e di spinta alla fuga verso l’illimite, venivano le caratteristiche tematico-espressive della raccolta tra l’imporsi delle grandi domande filosofiche-esistenziali e il prevalere delle tonalità alte, tra drammatiche ed estatiche.

Fuggo la trappola tesa/ dalla parete impietosa/ che giostra sbarrando/ la mia corsa impazzita/ nella ricerca di luce (Genesi);Sono l’infinitesimo pazzo,/ la favilla della mia superbia./ che arde la corsa di un attimo. (I piccoli numeri); Mi spaurisce la follia dell’immenso.(Il messaggio).

Diversi e profondi sono i vari frammenti di questa poesia, che noi citiamo, sparsi a piene mani come semi in un campo immenso, e, nel loro insieme, delineano varie prospettive dell’esistenza umana. Ma la rappresentazione è metaforica? La vita è o non è qualcosa di reale?É solo parvenza, o sogno? E ogni dolce follia scompare per il sopravvento dell’inesorabile realtà?

Queste le domande che sorgono in ogni lettore di questi versi intensi dettati proprio dalla profonda esigenza di comprendere la propria esistenza e il proprio ruolo.

Cerco quiete tra i cigli/di solitudini ombrate/da una tregua di luce./Navigo notti illuni./ Rammendo i margini/della mia chiglia ferita. (La chiglia ferita): Una carezza ancora./Già le foglie rosse/ardono di estremi desideri./Poi l’arruffio dei fiocchi/ ed i silenzi bianchi sui ricordi./E la maschera./Nessuno veda il volto. (Una carezza); Nell’aria turbinata da uragani/ogni tracciato è piatto./ La luce percorre strade vuote/ e non ha appiglio/ per rivelarsi.//Sperduta nelle tenebre/Arianna è attorta a un cappio del suo filo(Voci del silenzio);Dalle scogliere uomini muti/lanciano ami/ nel volo della lenza./L’esca è una lusinga amara./L’inganno uncinerà la gola/ con lo strappo assassino.//Il delitto è muto.//Nella resa i pesci danzano/con guizzi di sirena/impazzita d’amore. (L’esca) Sibila un vento freddo alle fessure./Lenta la notte divora i lembi/ e strazia la sfinita attesa/ del mattino/ con le persiane chiuse./Oltre la luce./É solitaria la malinconia/e l’anima si estingue in uno sparo.(Oltre la luce)

Tutti versi che testimoniano la vivacità di un pensiero che indaga sull’essenza umana. Visionarietà e coscienza lucida si fondono, ricordi e certezze si elidono, speranze e constatazioni si avversano. Oltre la luce  il buio, la disperante malinconia dei due versi finali nei quali si coglie tutta la tristezza, il dramma, il rovello dell’introspezione che conduce all’unica risposta possibile, al più tragico quesito umano. Che cos’è la vita e cos’è la morte? Quesito che è e rimane senza una risposta assoluta. Ma il poeta che si interroga e prende coscienza della sua condizione di meteora nell’ampio spazio dell’universo, dove l’illuso Icaro ha tentato l’assurda navigazione verso il sole, bruciandosi le ali, è ora un testimone in prima persona del destino umano. L’Icaro che fuggiva  verso la luce s’è trasformato nell’Ulisse in cerca di verità, secondo il detto dantesco: Fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir vertute e conoscenza…

Ha attraversato il mare dell’esistenza per comprendere finalmente il suo stato, ha bruciato le sue ali nel fuoco della verità rivelata attraverso il mito-rito dell’esistere e con minore superbia ha una più pacata coscienza della propria condizione. Ed è già molto per lui se anziché incontrarla durante l’avventuroso viaggio verso l’illusione (la giovinezza di Icaro) riesce ad avere un appuntamento con lei quando la risposta sibila/tra i rami brunati dell’autunno./Dovrò attraversare la morte. come dice in Gioco di specchi.

Poesia crepuscolare, quella di Italo Rossi? Non del tutto, ma di certo in ascesa, con in più, in Il molo  una maggiore duttilità linguistica, un approfondito scavo in campo semantico e qualche invenzione lessicale e conio di parole nuove (madreperlate, brunati, tentacoli d’onde, ecc.) che caratterizzano decisamente la raccolta ultima, Prismi (Campanotto editore) uscita nel 1999 dopo che la poesia di Rossi aveva già preso il volo per altri lidi (Fuga lui Icar in Romania (Editura Europa di Craiova, 1995) e  Prismes (La Bartavelle Éditeur, Lione,1996).

L’edizione italiana dell’ultima raccolta, Prismi, appunto, conferma, in effetti, un percorso poetico decisamente in ascesa, la cui maturità, acquisita con una dinamica tutta particolare, vien bene sottolineata nella prefazione da Francesco De Nicola che scrive, fra l’altro: “Non è raro, invero, che uomini di scienza nutrano, con la qualità antitetica della libera fantasia, anche la creatività letteraria—dalle favole di Leonardo  da Vinci alle prose scintillanti dell’ingegnere Carlo Emilio Gadda—e in particolare nutrano l’ispirazione poetica-con l’inevitabile rinvio se non al geometra Salvatore Quasimodo almeno all’altro ingegnere Leonardo Sinsgalli per non parlare dei numerosi medici-poeti nei quali, però, la componente umanistica è naturalmente più avvertita: da Bonaviri a Tubino, da Roncalli a Fenga…

Se non fraintendiamo, leggendo, quanto afferma Francesco De Nicola, deduciamo che non esiste una scissione tra Italo Rossi uomo-professore di chimica e il poeta Rossi che, in maturità, ha deciso di rendere pubblica la sua passione segreta, coltivata fin dagli anni della giovinezza. Il che significa che la sua poesia non è un vezzo senile, ma un intimo documento esistenziale che ha radici profonde nel suo vissuto e che, proprio dalla dialettica degli eventi esistenziali ha tratto la linfa per alimentarsi e crescere.

La raccolta Prismi , articolata in cinque sezioni, ognuna di dieci componimenti, si propone, come sottolinea ancora il prefatore….soprattutto come punto fermo, sintesi e aggiornamento del lavoro in versi già fatto con una forte insistenza su alcuni nuovi risultati nel frattempo emergenti, ma anche con interessanti aperture, il che conferma come la ricerca poetica di Italo Rossi sia dinamica e come egli, proprio per il continuo e ribadito intervento su alcuni temi e alcune forme espressive, non si accontenti dei risultati raggiunti e  tenti sempre, e ancora, nuove vie di ricerca e nuove  forme espressive.

A noi piace immaginare i “prismi” luminosi di Italo Rossi in funzione di liriche la cui luce, promanante dal loro interno, si rinfrange, con effetti diversi, suscitando, in ognuno di noi, allusioni simboliche, richiami metaforici e quant’altro crei emozioni meditative.

Ed è la luce della conoscenza, luce che, stando alla lirica Inno alla luce è la sola forza della  Natura capace di originare metamorfosi. Luce intesa come sole, luce-fuoco, luce-passione, luce-verità che arde e illumina, ma che, se non assunta naturalmente, può bruciare le ali.

Ma lasciamo l’ultima parola al poeta Rossi:

Clessidra era l’arteria:/ pulsava sangue./ Filtrava il tempo/ e ardeva in desideri segreti./Disperdeva/lingue di fiamme capillari./ Nell’antro  proibito della luce/ era il dubbio nascosto/ da sotterranee fughe.// La luce era la madre./ Dissolveva il guscio calcareo/ e apriva il trionfo/ ai fratelli verdi/ avvolti nei manti vegetali.//O luce che rimbalzi tra le stelle/ e segni un termine finito/ a geometrie parallele/ e cancelli le ombre/ tra il sublime e l’abisso./Illumina il limite avaro/ dei nostri passi,/ apri la soglia proibita.

Il senso di questa luce, che arde in ogni uomo, e che il poeta Italo Rossi ha così bene espresso, è l’interrogativo che rivolgo a ognuno di voi ringraziandovi per l’attenzione e la pazienza che avete avuto nell’ascoltarmi.

Annunci