Alessandra C.Q (2)Intense vibrazioni liriche, religiose e mistiche nella poesia di Alessandra Capocaccia Quadri

 Recensione e analisi critica a cura di Benito Poggio

Ad oltre cent’anni dalla sua nascita (era nata nel 1905) e ad oltre dieci anni dalla sua scomparsa (si spense nel 2001) è un vero piacere ricordare e proporre una fulgida poetessa nata a Genova, liricamente da lei definita “mio ligure nido” (pag. 151), che ebbe numerosi competenti lettori e amici di vaglia non solo nel campo delle Lettere e che fu stimata dall’illustre italianista Fausto Montanari (1907-2000), già docente al Liceo “Mazzini” e al Liceo “D’Oria” prima di passare all’Università. Lei, autodefinendosi “tenero involucro d’argilla” (pag. 163) proclama di sé, in un esemplare endecasillabo, “Nuoto contro corrente a gran fatica” (pag. 100), che bene riassume quale è sempre stato il suo lungo cammino “sulla via della vita” (pag. 123) e specialmente “sulla via dell’eterno” (ib.), riferendosi anche al campo della composizione poetica da cui emerge una sensibile e perspicua auscultazione della Natura, dell’Uomo e della Divinità. Sarebbe un vero peccato dimenticare questa donna di alta cultura e non valorizzare una scrittrice così importante e così meritevole di plauso, oltre che traduttrice dallo spagnolo e dall’inglese, la quale, pensate, a vent’anni o poco più si fece apprezzare per il suo breve saggio “Su l’Infinito di Leopardi”, il poeta che – scrisse lei – “sa di custodire in sé un’anima che abbraccia l’eterno”. Laureata in legge, già nel 1946 pubblicò per La Nuova Italia “La cittadinanza della donna maritata”, un’opera allora innovativa e che, anticipando tante richieste e tante lotte promosse e avanzate in seguito dal movimento femminista, è da ritenersi valida ancor oggi. Al fianco di una poderosa personalità quale Agostino Capocaccia (1901-1978), docente alla Facoltà di Ingegneria e storico della storia della tecnica, musicista ed eccellente pianista al punto che lei scrive di lui: “Inondava la musica le stanze,/scendeva da finestre spalancate/sul giardino” (pag. 227), come moglie fu in grado non solo di vivere al suo livello, ma seppe ritagliarsi al meglio il proprio spazio di donna di cultura e scrisse, pubblicandole, ben sette raccolte di poesia cariche di quell’entusiasmo indispensabile a farsi apprezzare e catturare l’animo di ogni lettore che a lei s’accosti e voglia impossessarsi dei suoi versi. Della sua poesia, mai criptica o involuta, ma chiara e piana per lirismo, pur con sprazzi simbolici e con un palese (e perseguito) sottofondo di religiosità e misticismo, nonché costantemente all’instancabile ricerca di dare un vero e profondo senso alla propria esistenza in vista della morte, Mario Luzi ebbe a dire: “non è ostentatoria, ma ha spesso qualcosa di magistrale… nella sua colta naturalezza.”. Presente nella silloge in esame come colui che – “con segno così lieve/da guarire in un giorno” (pag. 74) – ha scalfito trenta ulivi, il figlio, l’ingegnere elettronico, Fabio Capocaccia, ex-allievo del D’Oria, che fu per lunghi anni a capo dell’Autorità Portuale di Genova (ai tempi memorabili del card. Giuseppe Siri, 1906-1989 e del console Paride Batini, 1934-2009, per intenderci!) oltre a ricoprire – ieri come oggi –  molti e diversi incarichi manageriali, con questa pubblicazione ha  predisposto e fornito un quadro che vuol essere quanto più esaustivo possibile dell’opera omnia poetica della madre, in un’accurata edizione, uscita esattamente dieci anni fa per i tipi di Viennepierre edizioni, di quasi trecento pagine, in cui sono raccolte, oltre a due traduzioni, circa duecento poesie. L’ampia raccolta – che comprende poesie che coprono oltre mezzo secolo: dal 1941 al 1997 e che può considerarsi un vero e proprio filiale omaggio alla madre e una autentica e ricca miniera da percorrere e indagare – si avvale di una squisita e circostanziata presentazione dell’accademico Stefano Verdino, critico di vaglia, che inquadra la poetessa “in una linea mistica” (pag. 9) accanto ad alti nomi di particolare peso quali Arturo Onofri (1885-1928), Clemente Rebora (1885-1957), et al., cogliendone, “tra parola e silenzio” (ib.) e “tra sonorità e immagine” (pag. 11), i tratti connotativi. La pregevole opera è arricchita, inoltre, da una speciale “Antologia critica” (pag. 267) a firma di tre validissime personalità nel campo critico-letterario: Mario Luzi (1914-2005), per il quale le poesie della Capocaccia “hanno il sapore di una intima letizia e serenità” (pag. 273); Carlo Betocchi (1899-1986), il quale ne coglie “l’impronta di una spiritualità vigorosa” (pag. 274); Geno Pampaloni (1918-2001) che afferma come detta poesia sia “meditazione nell’universo dei sentimenti” (pag. 269). A chiudere il bel volume, come già accennato, “due versioni inedite” (pag. 263): l’interpretazione di particolare e delicato intendimento ermeneutico da Emily Dickinson (1830-1886) e la pregevole traduzione in versi con commento da “L’opera poetica di San Giovanni della Croce” (i.e. Juan de Yepes Alvarez, 1542-1591), poeta e teologo spagnolo, fondatore dei Carmelitani Scalzi (pag. 257). E lo spirito del Santo che s’è fatto “nada y todo”, niente e tutt’uno, soffia “En una noche oscura” (pag. 258) ed è penetrato, come “Nulla e tutto: l’attesa” (pag. 92), anche nello spirito della traduttrice, con echi ripresi e che – riproposti altresì da parte di lei “In una notte oscura” dell’anima (pag. 259) – si rifanno ai “Four Quartets” in cui T. S.  Eliot (1888-1965) parafrasa così il buio-morte dell’anima: “I said to my soul, be still, and let the dark come upon you/Which shall be the darkness of God” (East Coker, iii): che personalmente io interpreto come segue: “Dissi all’anima mia, plàcati, e lasciati rivestire dall’oscurità/che sarà l’oscuro rivestimento di Dio”. Tutta la stessa attrattiva eliotiana presente nel verso: “of darkness on darkness” (ib.): “del buio sul buio” per ricercare la luce e in ispecie: “So the darkness shall be light”: “Così il buio sarà luce” (ib.), si configura e si percepisce pure nei versi ariosi e ritmati della Capocaccia: “Cantare al buio il solecercare al buio il sole” (pag. 159), là dov’è d’obbligo: “Morire di luce per vivere” (pag. 188) rivolto a sé e a tutti gli uomini: “pellegrini del deserto umano” (pag. 108) che, come lei, si trovano allo stesso tempo “sulla via della vita” (pag. 123) e “sulla via dell’eterno” (ib). Ma considerando il connotato del silenzio – sul quale ritorneremo – perentoriamente la poetessa afferma: “Ti parlo per udire il tuo silenzio/Io vivo per udirlo.” (pag.132) e già aveva proclamato “la patria è il silenzio… origine del canto” (pag. 111), e, tra gli “Inediti” (pag. 249), a coronamento della sua silloge, la poetessa che auspica “parole nuove della vita antica”, (pag. 253), nell’ultima sua poesia pone un incipit programmatico e vitale: “Nel tuo silenzio vive un gran silenzio” (ib.). Da quanto anticipato finora, si è potuto intuire che, quella di Alessandra Capocaccia Quadri, è una poesia che insegue, sulle tracce di San Giovanni della Croce, ma in parte anche di Emily Dickinson, un costante allontanamento, o meglio un convinto e convincente déracinement (i.e. sradicamento) dal mondo terreno a favore di un sicuro e sentito avvicinamento (lei dice: approdo, pag. 204) alla mistica visione del mondo ultraterreno. Una sorta di viaggio dantesco, potrei azzardare, dall’Inferno terrestre al Paradiso celeste. Certamente a questo suo poetare carico di un lirismo libero e sgravato di parole inutili e sovrappeso, illuminato e illuminante, – che, come lei altrove riafferma: “Fugge se la parola la imprigiona” (pag. 191) – non è lecito accostarsi basandosi sui soliti e triti parametri critici che esaminano suono, ritmo e aspetto estetico. Pur vista come “un’ala intrisa di tempesta” (pag. 18), ma “bianca di luce divina” (pag. 51), è questo, a mio modo di sentire, un genere di poesia che coinvolge cuore, mente e anima, si fa medicamento all’ariditas e all’egoismo dell’uomo d’oggi; ed è anche un genere di poesia che, “offrendo l’esperienza” (pag. 169), si trasforma in una guida perché a chi legge (e si immedesima in questi versi) fa percorrere coscientemente un itinerario nell’assoluto (“sull’unica Tua strada”, pag. 50), trasportando ognuno dal vivo e da lei amatissimo paesaggio della natura, antropologicamente vissuto, all’intimo e mistico paesaggio dell’anima che mette in comunicazione con l’ultraterreno ove, come nei sogni, “fra i morti e i vivi ogni barriera sfuma” (pag. 181). A suo tempo, il gesuita Domenico Mondrone su “Civiltà Cattolica”, così esprimendosi acutamente, confermava: “Certo c’è anche nella poesia di questa genovese la felice bivalenza di essere documento letterario e autentico specchio dell’anima”. E, a mio parere, è proprio la giusta e corretta indicazione della linea da perseguire per comprendere a fondo le composizioni della Capocaccia: – come documento letterario ella situa i suoi versi nel suo “spazio” vitale tra natura e persone care: marito, figli, nipoti, parenti, amici; – come “specchio dell’anima” ella fa assumere ai suoi versi il melodioso andamento di musicali preghiere salmodianti. C’è in lei lo spirito profetico di chi immagina e già su questa terra intravede un “altrove” a cui tutti miriamo e in cui tutti ci incontreremo e ci comprenderemo nell’eternità quando saremo pronti “all’incontro del tempo con l’eterno” (pag. 63): momento in cui la pressante categoria del Tempo (così presente e così sentita per tutta l’opera), umanamente inteso come limite, trasborderà in quel Divino Infinito (del tutto antitetico alla montaliana Divina Indifferenza) che è senza alcun limite temporale. Riprendendo ancora un tema già individuato, scrive la Capocaccia nel canto di chiusura: “Nel tuo silenzio vive un gran silenzio” (pag. 253) per cui bene ha fatto Verdino a connotarla proprio come “poesia del silenzio” e all’amato monastico silentium – sentito come “intatto silenzio” (pag. 69) – la poetessa, che canta: “difficile è cogliere un silenzio/nel folto dei silenzi che mi avvolgono” (pag. 208), dedica un intero “salmo” (o “cantico”) titolato proprio “Silenzio” (pag. 37), significativamente definito come meglio non si può: “Fiato dell’invisibile/sola misura umana dell’eterno,/di te si avvolge l’amore indicibile.” (ib.). Da parte mia poi – non in antitesi, ma a completamento –  aggiungerei che quella della Capocaccia è altresì “poesia dell’ascolto”, e la conferma la troviamo sparsa ovunque nel ponderoso volume, ad es.: – in “In ascolto” (pag. 75), un canto intensissimo sulla scoperta interiore, di fronte “alla Tua assente presenza” (pag. 112), in cui, “tra linguaggio e silenzio” (ib.), lei può esprimere “sull’orlo dei silenzi” (pag. 88), “la sua lode/muta” (pag. 76) tesa – tra il dolore (“Le risposte/umane sono un nulla”, pag. 114) e l’accettazione (“Non ti resta che udire/nel cuore più profondo”, pag. 253) – a non più ignorare, bensì a riconoscere finalmente “il dolce imperio/divino” (pag. 75) di cui si dichiara “schiava felice d’esser così libera” (pag. 112); – in “Trasparenza” (pag. 35.) ove la poetessa modula: “son più vasti i reami//del mio silenzio che nel tuo si ascolta” (ib.), ma anche – in “Col mistero” (pag. 69), rivolgendosi al padre, in cui, con efficace valenza ossimorica conferma: “E se non odo//la tua voce/meglio ti ascolto” (ib.). A quanti spunti di riflessione e di meditazione conduce e si presta mai la poesia di Alessandra Capocaccia Quadri! Si pensi, ad ulteriore esemplificazione, che, lontano da ogni dramma umano come da ogni aspetto consolatorio, con spirituale delicatezza ella descrive e sente la morte come “il sorriso del mistero” (pag. 52): quella di un giovane è vista nella sua pur dolorosa e straziante concretezza, come “inizio di eterno” (pag. 47); quella della madre, fissata come “sorriso fatto eterno” (pag. 70), fa dire alla poetessa con un significativo e intonatissimo endecasillabo: “mi riconduce vivo anche mio padre.” (ib.) C’è da ricordare anche chi s’illuminava d’immenso, all’opposto la nostra poetessa no, lei, “ridente di pianto” (pag. 64. Splendido ossimoro!), ma conscia della propria fragilità (“Sono ancora troppo umana”, pag. 50), antiungarettianamente ripete: “non mi adeguo all’immenso” (pag.62), a conferma di quanto lei aveva già detto di sé: riconoscersi come un “tenero involucro d’argilla” (pag. 163). Sì, lo possiamo dire: la sua è sovente una poetica nella quale la sfera del privato, intimo e familiare, vuol assumere (e assume) un senso assai più ampio, sconfinato direi, fino ad attribuire universalità, in pensiero e in parole, agli affetti sempre espressi sul naturale pentagramma della musicalità propria di un ambiente in cui, sicuramente, la linfa vitale e concreta della musica reale – quella che, come s’è visto, inondava le stanze – si espandeva costantemente e ovunque, alternandosi, mettendo “la sordina ad ogni suono” (pag, 217), con l’ascolto (“Ti parlo per udire il tuo silenzio”, pag. 132) e seduttivi “abissi di silenzio” (pag. 89). E per lei che sentenzia “Oggi più che a vent’anni esser giovani” (pag. 167), non vale certo tener conto del tempo che passa o dell’età che trascorre! Infatti quella vecchiezza che per Terenzio era di per se stessa malattia: “senectus ipsa est morbus”, per la Capocaccia, ormai incanutita, è occasione “per risalire lieve/alla fonte nascosta” (pag.100); è, in veritate cordis, senza alcun sussiego,“trionfo” (pag. 99); è “privilegio” (pag. 204) per “dire senza timore i sentimenti/in tono confidente./E i giovani ascoltare” (ib.) ed infine è “approdo…/in cui già parli come parli a Dio” (ib.). A questo punto, dopo aver detto della vecchiaia, mi piace indicare la gradevole e frequente presenza dell’infanzia e dei bimbi nella poesia della Capocaccia e ad ogni bimbo la poetessa, “Circondata da voci di bambini” (pag. 226), annuncia sottovoce “Il mondo è tuo” (pag. 201). I bimbi, in queste poesie, hanno vitalità di germogli, colore di fiori, leggerezza di farfalle, crescono, giocano-lavorano, dipingono, sorridono, modulano “in un coro/i timbri di tutte le voci” (pag. 209) e pongono domande, anche se sono loro a dare risposte che incantano: così la bimba che, annichilita per il buio e per il sole che si nasconde, vedendo la luna magicamente la definisce: “il sole della notte” (pag. 196). Quale conclusione migliore e più consona?

 

* Alessandra Capocaccia Quadri, Poesie (1941-1997), Viennepierre edizioni, Milano, 2005.

 

Annunci