IMG_5840 (2)Tommaso Righetto nasce a Vicenza, dove consegue il diploma in contrabbasso presso il Conservatorio Arrigo Pedrollo. Inizia a scrivere poesie per “una dirompente urgenza di annaspare fuori la propria vita urtando oscurità e nitidezza nella ferocia di un assurdo esistere, per respirarmi–respirare”. Nei readings poetico musicali è accompagnato dal chitarrista Dario Valle, partecipa a svariati poetry slam e si appassiona della fotografia che simboleggia e nutre la sua stessa poesia.

Premiato dalla casa editrice Pagine Poeti e Poesie, vince la pubblicazione di due raccolte: Viaggi di Versi e 7 Autori. Pubblica sue poesie anche la rivista “Bibbie d’asfalto,  Poetika Vol.VII”. Ha pubblicato una plaquette con  Edizione Pulcino Elefante di Alberto Casiraghy. Nei readings poetico musicali a collaborato con diverse librerie, locali e Gallerie d’arte quali Galleria Celeste (VI) e Centro Culturale Medusa Fedele a Este (PD). Su Youtube vengono messe sotto il suo nome da Pagine Poeti e Poesia video e tracce delle  poesie lette da un attore delle  della stessa casa editrice.

Si è classificato al secondo posto per la sezione Poesia nell’edizione 2015 dell’Actors & Poetry Festival, aggiudicandosi il premio della nostra associazione.

 

SENTI DI MARE SENTI DI ME

Senti  di   mare   senti   di   me   scrivi   di   vento

danza,  e sorgi  a  pioggia   il   verde   della   terra.

Cammina  di   mare   nella   pietra,  passeggia di fiume  dentro  le  città  del mondo.

Senti  di   me  e  scrivi   a  pugno,  danza il vento   e  sorgi  a  pioggia  il  verde  della terra…

Nell’oltre che io sarò,

ovunque  di  verde   tu   profumerai.

Sai  di   mare  e  scrivi  a   sguardo  che   bacia  ciecamente.

Ovunque io sia, sarà un indicibile d’intorno a te

profumo di glicine  nell’anima, vivi,  dentro  al mio  sangue.

Il  tuo sguardo  a brocca nel mio  viso  di   guerriglia  e gelso

colto da un autunno sacro  di  foglie

cadrò  a  neve,  a  perdono.

Senti  di   me,  scrivi  di   sale  e  se  sarà  il   tempo  duro,

vasto  quanto  un  mare  a cadere,

senti  di   verde,  scaglia   le   pietre  e scrivi   di   sangue  il  maledire.

Ovunque sarà  un  profumato  glicine  nei  tuoi occhi  a  sole  in me  a  sussurrare

calma  di lillà  fino alla sorte invincibile di quel grande mare che mi precipitò

in parole che non sanno d’espressione.

Senti   di   me   scrivi   di   silenzio,  danza   il   vento  e   sorgi  a   pioggia  il   verde della  terra.

Vivi  al   vento  e  sentimi  nel   giaciglio  del  tuo seno

e  sorgi a pioggia  tutto ciò che ha seme, oltre il tutto che ha solo un bagliore d’impossibile,

e danza  e  danza e  ancora  danza

e  del nostro vento d’amore  si sospirerà a meraviglia…

Ascolta  tu,  che  sai ascoltare  il   mare  e  lancia   un  sasso,

si desterà come un peso di farfalla

una soglia di indicibile carezza.

 

CI BACIAMMO IN UN CRINE DI LUNA

Ci baciammo in un crine di luna.

Ci baciammo a crampo di nervature serrate a lucchetto

nel mare scapigliato

elettrizzato  dal lampo.

Cavalcammo distanza,

ci toccammo fino a non riconoscere quali fossero le mani e i corpi.

Ci baciammo così forti, infrangibili,  imponenti d’onda  sulle scogliere.

Si distrussero terre e isole crebbero.

Ci baciammo tra ricami di linee d’acqua

in un brivido di candela  infuocata innumerevoli volte

sgocciolavamo tutto il palazzo, tutto il nudo,

tutta la vastità, la varietà dei nostri nudi  in scie di acquerelli.

Ci baciammo tra ricami di linee d’acqua

ognuna un riflesso

ognuna un altro  atto misterioso.

Ci baciammo sospesi in un cristallo di neve e petalo,

si tagliò il mare dalla spada luccicante

dei nostri nudi corpi sudati nell’orgasmo.

Decise la danza che l’impercorribile sarebbe stato attraversato

sopra un riflesso

un ricamo di mare

di una luna ancor più torbida.

Ci baciammo in un tuono d’onda

ballammo cavalli, ciottoli, carogne

carcasse di cascate,  lupi,  galeoni

murene, grotte, aurore sbeccate, terre, orizzonti

gente di ogni parte del mondo.

Andammo nella trance dell’eros che ci trafiggeva,  trafficava misture, fragranze

di odori in fremiti,  in spasmi, in rapsodie inesorabili di gemiti e grida.

Andammo

costruendo città, villaggi, case e rive:

tornammo a prua, alti quanto il cielo.

Dormimmo con altri occhi

non i miei

non i suoi,

quelli di nessuno

quelli di tutti

in un’unica sinfonica acrobazia.

E sempre,

è inizio.

 

SAI PERCHÉ SCRIVO?

Sai perché scrivo? Per non avvelenarmi troppo.

Scrivo, ma non è tutto.

Sai perché scrivo?

Perché quando sono nato è nato anche qualcosa che è andato storto…

Non sono l’unico, siamo in tanti, forse qualcuno è qui.

Scrivo solo per quello, si scrivo per sputarlo

e avvertirne non più olezzo marciume cancrena, vermi e per-versioni

ma sentirne il prezioso,

il diverso l’estremo contrasto  che sono

nello sfiorarmi tra rugiada, corvo, piuma …

Riprendere la giostra senza amianto

e a calci in culo ballare questo splendido atto d’amore

che scrivo che sento

e scrivo con unghie d’avorio e mucillagine .

Scrivo, ma non è tutto.

Scrivo per quel ruvido lurido lirico

grappolo di cappio al cuore.

Scrivo per quel labirinto che mi porto a lucchetto del pensiero innescato

a dinamite a distruggere la mia creazione.

Scrivo per il suo aborto o parto cesareo

che con le mie stesse mani a cesta

dita d’incenso

tra veliero e vomito

e placenta sgomitolo fuori.

Esulto per esistermi.

Fare i miei passi oltre i puntini dove finisce l’universo

e andare  all’eternità  del giorno che  mi respira.

Scrivo per la bestia ammaestrata a gelo siberiano che non perdona

ammazza la naturale animale tribù di pelle e spirito.

Scrivo per una ribellione dalle metropoli costruite per eccesso, per urgenza a baraccopoli a favelas.

Scrivo per tutto quel boom demografico

di quel pensiero che il mondo diceva

:” E’ così e non sarà come tu credi, dimentica tutto il tuo sogno, asciugati le lacrime, sei un ometto”.

Scrivo per cercare di dirmi  che posso piangere per una formica morta uccisa da me stesso? Sì.

Scrivo per quello sparo di schifo

alle corazzate di cattedrali parole e verbo che hanno

scarnificato il mio sesso che vuole il suo alberarsi tra le sue radure fragorose di sesso.

Scrivo pe la mia natura

nel  percorso per esplorarmi nel tutto dissidente me.

Si rompe la castità, si rompe l’eremo, la clausura, ora si espande la melodia su tutto, se scrivo.

Scrivo e litigo con il demonio

scrivo e litigo con dio

scrivo ed è una lotta, è un orgasmo.

Le cicatrici ci sono

ma neppure mi indietreggiano.

Con te scrittura

innalzo il grembo di nature fiorite

a un  ingannevole inverno che è gemma.

Scrivo perché mi hanno rovinato mi hanno strappato il corpo

e tutte le sue sensibilità e possibilità

di essere materia che produce il pane, lo mangia lo condivide  e dà spirito di esistere.

Ti Ho Senso,…Scrivere.

Desiderio Scrivermi

a dita a fiamma a candela carezza, a inchiostro carnoso, l’astro che sono, E CRESCO.

Sorgo nella realtà mia di nuvole e catrame

di branchi, lune e orme.

Scrivo la strada non per il gusto di scrivere, di favoleggiare scritture  geometriche, laboriose, studiate,

scrivo per non avvelenarmi dalle banalità atroci e dalle scelte non fatte,

e per molte altre cose che hanno ancora distanza.

Scrivo per ricrearmi

per catarsi

al mio sublime disegno che sente la sua traccia,

e diventar lo.

Sai perché scrivo??? Per non avvelenarmi troppo.

Scrivo, ma non è tutto.

 

A CASCATA TI AMO NELL’OVUNQUE

Ti amo oltre tutte le parole, sguardi dipinti

sculture, musiche, economie

formule di vita, poesie.

Ti amo con tutte le storie che ha il mondo

e delle infinite che il mondo non ha…

Ti amo con tutti i suoi travestimenti e nudità in tutte le sponde

in tutti i petali di fiori di tutte le climatologie.

Ti amo più delle idee, delle libertà,

delle scienze, dei misteri di ogni religione,

del senso se c’è o non c’è, nella sensoriale pelle e nella virilità.

Ti amo in tutti i ventagli di passioni,

passioni che oltrepassano attrazioni di orbite planetarie.

Nulla è un oceano in mareggiata al mio Ti Amo.

Nulla è un oceano in mareggiata al mio Ti Amo.

Ti amo di tutte le verità quelle messe lì, quelle che ispirano

e quelle che ti mettono le mani tra i capelli volendoti fare calva a strappi.

Ti amo oltre le disperazioni, le giovinezze,

ti amo di guerra e pace,

d’odio e amore,

di proiettile e stupore.

Ti amo perché mi liquidi

in soave atroce regno, realtà,

forando uno spazio diverso.

Mi liquido costellato d’amore.

Sotto di me trovi arco, sostegno.

Sopra di me i tuoi capelli sciolti in altalene, scaraventati

sciolgono il cielo e in altri spazi e piogge acquerellate scendono a collina sinuosa

sulla terra mia, tua, di tutti.

Ti amo di tutti i sogni e gli inconsci

in tutti gli stati d’animo,

in tutte le età che non hanno età

perché sei poesia,

sentiero quotidiano,

fonte, ruscello, torrente.

Ti amo di tutti paesaggi, panorami nel mondo

quello dentro a 7 miliardi di persone e quello

nella terra, nella luna, nel sole, nel vuoto dove regnano

il raggio e la notte perpetua.

Ti amo più del creato e creatore del principio

e della fine, ti amo oltre queste stazioni.

Tutto l’universo è un granello di sabbia del mio amore.

Ti bacio nell’ovunque

sulle tue rondini labbra metà volo, metà teschio

metà rovo, metà isola

e nell’ovunque ti bacio.

Ti amo,

mi liquido di catrame ne faccio nota a uno strumento

che ti sussurri il mio Ti Amo.

Ti amo oltre le eternità e le caducità…

Ti amo anche se tutto cambiasse d’un colpo,

ti amo fino a tutta l’umanità minerale, vegetale, animale,

donna e uomo che siamo verso qualcosa

che non ha mai messo cornice e specchio

che non ha mai messo definizione

all’andare nel mondo.

Ti amo ti danzo ti musico ti lancio

più delle preghiere e riti guaritrici

più delle scienze che trovano formule per combattere la morte,

più di un rosario che fa miracolo.

Un incubo, una lungomare d’insonnia solo mi strattona

il mio ti amo——————————-

 

Quando la neve si scioglie e il pantano cresce

come sarà camminare,

o esserci o esisterci a fianco?

Non morirne il tempo

e far qualcosa  perché esista il mio Ti Amo nell’ovunque?

In questa insonnia

mi accendo una sigaretta

e penso che nell’ovunque mio,

sarai ovunque.

 

NON C’E’ ALTRO DA COMMETTERE

(Parole di un milite ignoto, soldato d’ignobile bellezza nel mondo.)

Non c’è altro da commettere

non c’è più altro da commettere,

che c’è ancora

se non aspettare un infinito di tramonto sudicio a portarci via tutta la pelle,

perché ne abbiamo date, picchiate, fatte

pensate e innamorate

a tutte le terre.

A tutte le terre

le nostre lotte per giustizia e ingiustizia nelle ignoranze

e per semplice grazia di una missione più o meno di fiore.

Pensavamo bene

pensavamo male,

pensavamo con il più vicino giusto alla nostra nuvola

o giardino del giusto; di quel giusto più volte più spesso rivolto al rosso del nostro cuore.

Non eravamo santi no di certo, no di certo. No di certo…

Quelli nelle poltrone

se la ridevano del nostro fare umano prodigo, spietato, malaugurato

ma mai indietro

mai indietro

ne’ tantomeno degli american Soldier o teste di cuoio

che invece urlavano come maiali e si sgozzavano

finito il loro dare mattanza al mondo per poi uccidersi

come caramelle come caramelle.

No…

A volte più sensibili di entrambe queste parti: ma abbiamo ammazzato

come innamorato

in quella luce sporca lì sottile tra amore e miseria

trovavamo  gusto,

risollevando villaggi

per sbaglio  per errore

e fatto bersaglio nitido non volendolo. Oh mio Dio…

E ora aspetteremo chi

e ora aspetteremo chi

e ora aspetteremo chi?…

Già lo sappiamo da quando abbiamo preso in mano il fucile

con tanta giovinezza e splendore virile di uno sporco sacerdozio

che aveva ammazzato il gioco affogandolo nell’aceto

abbiamo ucciso, già uccisi.

 

 

 

Lo sapevamo

da quando ci sono state

regalate delle labbra dalle nostre donne, sì le nostre donne,

l’unica illusione che ci dimenticava a tutto quello scalpo al mondo.

Sappiamo che arriverà qualcuno, arriverà dorato d’incoscienza

fuori dagli ordini, dagli ordigni

da tutti gli ordini

ci calpesterà, l’abbiamo fatto anche noi

in questa orribile storia a metà, sempre, in ogni tempo

e  noi orrore e  meraviglia di vita

a fare mitraglia  a spazzare via e crescere qualche verde

finché qualcosa non si ruppe,

si inceppò

e cademmo dentro a ciò che è coscienza

o quella per cui molti vanno  in Tibet per farsi consapevolezza.

L’agonia ora è aspettare questa nuova generazione.

Mio Dio fa che arrivi veloce.

Quando arriverà, ancora vorrò dire la mia

quando arriverà, ancora vorrò dire la mia

sapendo che è un piccolo orgoglio di chi ha amato e ucciso,

a volte ridendo ghignanti che li abbiamo tolti tutti i perché

per continuare a fare quello che  facevamo

così BastarDamente allegri di un’allegria, di una solitudine estrema,

a volte gridando come bambini  sotto le sottane della mamma che non ci venisse a prendere l’uomo nero.

Sarà presentata anche a noi la cenere

l’abbiamo meritata

e mi chiedo come mai la nostra vita è andata così tanto per le lunghe

quanto veloce e rapida è stata per i giusti per gli innovatori

per gli inventori che hanno profumato tanto, tanto profumo

nei fumi quasi perenni della storia.

Qualcosa, sì qualcosa

forse una piccola insenatura in una brevissima storia

ci accoglierà come nessuno ha mai fatto,

girata una pagina

sarà già volata via, dispersa, consunta, amata.

Come è veloce questo mondo

come è veloce questo mondo, mio Dio che dimentica pace e guerre

che dimentica pace e guerre, i tesori cosi facilmente,

e in un battito

si ritorna a pace e guerra.

A noi fortunatamente

rimane ancora poco

sudici su un tramonto sporco e bello non vediamo  l’ora di volare

come tutte quelle donne che si sono innamorate di noi

e come tutti i bimbi che abbiamo fatto saltare in aria,

noi uomini più o meno

e bagnarsi di vera grazia fuori da ogni ordine

da questo mondo.

 

Oh mio Dio

di sopra, di qui,

e mai più in là

lasciati urlare il Mio, grido…

– Ci hanno educato, ci hanno ordinato, per vivere una vita già ammazzata!!!-

Ci bacerà, l’abbiamo fatto anche noi.

Eravamo troppo giovani sia alle guerre che alle libertà.

Anche ora, anziani, siamo troppo giovani alle guerre e alle libertà,

ma ci profumava più di ogni disegno dell’umanità, almeno di questa, almeno di questa

fare quello che abbiamo fatto

così BastarDamente allegri di un’allegria, di una solitudine estrema.

 

MISS BERLINO, 1961 -1989

Questa Poesia racconto è stata scritta su richiesta Galleria Celeste, Vicenza nel 2014 per ricorrenza dei 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino in un Reading poetico musicale tenuto dal sottoscritto e dal chitarrista Dario Valle.

 

L‘ hanno presa l’hanno presa

per una cosa che si chiamerà DDR  DDR

Dura Durissima Realtà   DDR

Ci hanno colpito alle spalle come un cavallo di Troia con furbizia  inganno e ingegno.

Ci spariranno.

Non ci sarà più un amen

un viale per i baci,

i sogni, la giovinezza nei visi,

un’illusione di libertà.

Non ci sarà più eternità.

Non ci sarà più l’amore nei viali,

bugie da raccontarci per sopravvivere

fiabe e favole dove rannicchiarsi.

Il cielo sarà insperato con  tutto il nostro grido.

Metteranno  una cerniera sulle nostre gole,

ci sbatteranno sul muro come frantoio

come mare in bufera sullo scoglio inamovibile di un concetto a griglia del mondo, mai testato,

saremo le loro cavie di laboratorio e non avranno scrupolo per trarne il principio attivo,

per  diventare l’unica farmacia del mondo.

Lucchetteranno  pure le nostre visioni e orizzonti in un baule arrugginito

impotenti, distrutti terribilmente segregati, scomparsi.

Ci trafficheranno, ci calpesteranno, ci trucideranno.

Sotterreranno vivi il fanciullo

pugnaleranno la neve

per prenderci ogni attimo di ribellione, di ideale a un fior di rosa…

Spazzati via  bestemmieremo.

Non ci saranno Sogni

ci daranno da bere insonnie, incubi

e qualche viale nascosto per amarci, per sbranarci.

Tutto si  sbiadirà terribilmente nel nulla.

Sbrigatevi!

Non ci sarà più preghiera

non ci sarà più un dio, l’umanità di questo mondo per  ascoltarci

non avremo più i giri in giostra

non avremo più una lacrima.

Tutto sarà arso, tutto sarà inutile

non avremo più voglia di esistere

di guardare lassù, i giardini, fare orti.

Sarà deserto polvere e rughe e ceneri negli occhi.

Tutto sarà strappato, sradicato, allontanato.

Ci assassineranno in tutte le vesti di un  assassinio crudele nel  corpo

e quello più feroce  lento nell’anima,

sconfiggeranno il cielo e  tutto il nostro panorama.

 

Miss Berlino  Miss Berlino ritornerà, ma non illudetevi che sarà domani o tra qualche mese o un anno al massimo.

Cosi qualcuno, profeta, barbone o ubriacone

gridava a Berlino il 13 agosto 1961, il primo giorno del muro.

 

 

 

Hanno rubato MISS BERLINO

Cosi bella come il mare

L’hanno presa in una  dura  dura realtà.

Silenzio,

neppure dio ha sentito o qualcos’ altro

così sconvolgente, più di un cataclisma.

In molti le hanno strappato le gonne, i viali dell’amore, i baci

le hanno tolto il rossetto,

tagliato i capelli,

sbattuta  maledettamente   sul muro.

Sul muro le prendevano il seno e tutto  il grembo.

La violentavano,

la stupravano

la drogavano.

Su quel muro la corrompevano, la smembravano lentamente, goccia a goccia.

Nessun Amen e  Libertà.

Continuavano a inghiottirla nelle loro viscere mai sazie

notte giorno notte giorno e la glaciazione prendeva  sempre più spazio e tempo.

Non c’erano turni,

non c’era un’ora d’aria.

La pugnalavano, ammazzavano il sorriso

annerivano il suo viso

che era il viso di tutti

scavavano rughe, trincee  nei suoi occhi

in quella stanza legata a quel muro come un crocefisso, un patibolo.

Cosi facevano con tutti gli altri

se la godevano

in occhi di scintillio selvaggio.

Erano occhi ordinati di ordini

erano occhi da belve

erano occhi bestiali

erano occhi  di cemento, di ferro

occhi di filo spinato,

occhi da cecchino

da scacco matto

da stellette sopra le spalle  e caviale.

Erano occhi da DDR DDR, D’ODIO  DORATO  REGIME.

D’ODIO D’ODIO RARISSIMO.

Come potevano fare meglio se non continuare

la glaciazione di  Berlino.

Pioveva ogni attimo il gelido, il gelido.

Qualcosa di tossico, sempre più cancrena, carogna, fogna

carcassa d’invisibile,

veleno sui nostri occhi..

“NON CI SARA’ PIU’ UN AMEN

UN CREDO UNA PREGHIERA UN GRIDO UN VISO MA UNA DDR DDR DURA DURISSIMA REALTA’…”

Miss Berlino per quelle dorate armature di vuoti cuori.

Era il muro, l’opera lirica, la scenografia, il grande teatro a Can Can sul mondo

il casinò, il palco

lo specchio della loro superba arroganza.

Il manifesto, la pubblicità maestosa di  un regno stellato mimetizzato, militarizzato.

Il loro Ordine era Spegnere i mari, chiudere i venti, verniciare, incellofanare, lasciare sotto la terra le mine!

I frutti quelli erano dell’occidente. Le mine sono più fruttuose, fanno caviale.

Strappavano unghie estorcevano

Berlino ancora ancora, ammazzando silenziosamente.

Così se la sono presa per 28 anni Miss Berlino, 28 Lune spettrali.

“NON CI SARA’ PIU’ UN AMEN

UN CREDO

UNA PREGHIERA UN GRIDO UN VISO MA UNA DDR DDR DURA DURISSIMA REALTA’…”

IL TEMPO PASSO’ CON QUESTO MUST CON QUESTO ACHTUNG

——————————————————

Io che c’ero,

quanti suicidi  ho sentito nel mio cuore quanti ne ho visti

e non  si poteva nulla perché il suicidio era quasi adottato dentro noi ,

anche in me,

ma di più i suicidi di persone che si spegnevano,  che si ammalavano alla vita.

Ma tutti esistevamo perché la disperazione l’avevamo accolta e nell’alchimia la sfogavamo nell’arte , eravamo ancora pupille vive e non la bava, i denti canini di quel doberman insaziabile che continuava a volerci sconfiggere l’invisibile, l’anima o come la volete chiamare…

IL TEMPO PASSO’ CON QUESTO MUST CON QUESTO ACHTUNG, POI, POI–…

Un giorno qualcosa che si chiama un nuovo modello di economia

scoppiò nel  tavolo del governo e disarmato senza più leadership contro  i miliardi di ordini che aveva inflitto

a Miss Berlino fece saltare tutto

il muro diventò uno scivolo in un solo giorno, come in un solo giorno era stato costruito

e  visi quasi sconfitti dalla polvere divennero madreperle.

Era il  9 novembre  1989 ultimo giorno dei Cheek Point.

Tutti acclamavano Miss Berlino.

Miss Berlino prese il rossetto, si alzò sempre con la compassione  per 28 lune di terrore.

Vissuta da tutti come la voce spirituale di tutti i berlinesi dell’est,

prese l’abito più splendente

iniziò a far ballare e raccogliere tutti i suoi ammiratori, tutti i visi

e si brindò l’amore in tutti i locali di BERLINO, UNICA CITTA’

e in quei 30 metri, sì quelli spettrali dove si uccideva, si danzò a girotondi…

BERLINO ERA UNA LUNA PIENA TONDA CENTRALE VASTA A TUTTO SPAZIO

UN VIALE SENZA FINE DI GIOVINEZZA, UNA SINFONIA  SULLA  PORTA DI BRANDEBURGO.

ORA PRATERIA, CAVALLO,  CORSA, VENTO, OCEANO, LA RECINZIONE SCONFITTA,

LA RECINZIONE PICCONATA A TERRA.

Piangevo di felicità  per un miracolo,   io    uomo   della    Stasi

ero anch’Io un uomo ma terribilmente sconfitto dal terrore di fare una scelta.

Quanti muri ho dentro?

Quanti muri, corruzioni, mafie, angosce io che volevo saltare di là, disertare.

Era terrore  terribilmente terrore

se no l’avrei fatto.

Sono umano anch’io  sono ancora troppo fragile, ancora  umano anch’io.

Ma voi, noi, abbiamo la voglia di scardinare, scordare la nostra vita,  fare la curva,  la scelta mai fatta e tuffarci nel nostro credo che non è un ideale, è un abbandono a tutto quello che si è , un atto di fede….

Sì, noi qui ora.

Eppure qui oggi, mio dio, quanti muri esistono più di ogni guerra e pace

da quelli In cemento in Messico, nella terre religiose monoteiste

e molti altri che sotto  un mantello, un uomo nero ci nasconde.

Per non dire di quanti muri che smembrano,  a volte squartano e  spesso fanno la nostra esistenza

i muri dentro, che creano il cemento.

Muri contro  i barconi della morte che attraversano, trafficano il Mediterraneo

con un carico di speranze come le nostre, volte a vivere,

spegnendo il blu del mare.

Ancora muri, caste, poteri oscuri.

OGNUNO  HA IL SUO MURO.

Che sgargiante questo mondo

che diverso, che splendido.

E noi, sì noi,  lanciati a dargli trasparenza partendo da questi muri che crollano se uniti in una voce…

Ci sarà strada da fare  ma non ci indietreggerà.

AMORE…..AMORE… fare splendente questo mondo …. !

LA STORIA CHE DIVISE IL MONDO SI RICORDA E SI BALLA ANCORA OGGI,

COMPOSTAMENTE E ANCHE NO ED E’ PER  QUESTO CHE SIAMO QUI…

 

DIECI KILI DI INFERNO, UNA POZZANGHERA DI AZZURRO

Dieci kili di inferno, una pozzanghera di azzurro.

Miglia di irrequietudini, pietra su pietra stracciano e purificano il sangue.

La mano che non amalgama il pane ma si fa corvo su se stessa.

Tento spada e infinità, ma non basta.

Un annientamento, una cenere viola,

una cerniera chiusa, un niente di prospettiva, un puntino di zanzara

e Inchiostro per gridare a un dio che beve troppo vino,

sbronzo a quello che ha creato per gioco o per agonia

di rimanere un nulla, un deserto estremo di solitudine

ammutolito, senza tatto, straniero all’universo.

Una sferzata improvvisa, insperata, in quel viso,

braciere, sbattere di piume, bacia queste orme

che tiro come carrarmato e fior di loto verso la mia umana ri-creazione.

Forse qualcosa, dileguarsi o ritornare è la stessa cosa?

Un filo d’erba, forse qualcosa?

—————————————–

Mare  lontano

batte  l’onda

viva di vita.

 

TENEBRA E’ LA NOTTE …

Masticato  da mandibole  doberman

da ghigliottine di visceri tempi

da mozziconi di luna, le tempie,

le pupille, colibrì  squarciate di panico

frantoio  dove si pesta forte

più di un alcool

più di un mattatoio.

E’ Tenebra la notte, è Teskio, è scalpo

è scavo, è raschio, affonda  terra e cielo.

Sento tessere stelle, armature granito in questo manicomio silenzio.

Il mare stravolge un po’ di duna, fa quello che può.

Pesanti, rimangono le palpebre di roccia, promontori di dio,

nessun segno o orma spacca un breve vento

nel fumo continuo di carbone sogno sangue

che spalo a continenti   a sudore di carne sbucciata d’amore.

Sanguino il cemento, l’ombra,  sanguino il vento

sanguino il fiore che non crescerà

le rose che si sono chinate appassite

sanguino il mare le orme le eternità

il sudore i profumi le isole le pinete.

Sanguino  le altalene l’aria l’immaginazione

sanguino il bianco della betulla le spighe gialle di grano

sanguino il tuffo, la punta di graffite che mi ha disegnato.

Il mare mi seppellirà o  mi viaggerà?

In questo equinozio patibolo

di cellule e invisibilità, qualcuno sentirà questo dilaniare?

Sudo le radici, le fonti, l’altopiano, la sorgente

sudo la foglia più alta che tocca Dio

che con una mano lo assassino

e con l’altra lo prego.

Aiutami ad amarti?

Aiutami ad amarmi, a salvarmi, a salvarti

da questo continuo dissanguamento di linfa.

Ditemi

il mistero, la sua porta, la maniglia, non sono in questo pulsare?

Sudo quella ringhiera, la siepe

i cipressi, i muri costruiti da mareggiate, dello  straniero che sono

sepolto nelle ossa del mare, di quel mare di ruggine

terribilmente bastardo senza pietà

quel mare che non danza

un’onda che  bagni questa torrida terra battuta  d’insonnia.

 

Profugo nelle mie terre che girano a vuoto

in questi sguardi, rassegnati sputi.

Dal ghiacciaio non cade una goccia  e non lo farà.

Resto nella nota, le dita sul pianoforte.

Nella tensione di un microfono,

tutto il mio torbido splendido grido

alza odissee  sabbie e terre, crepacci, lidi, lagune, fiordi  a qualcosa d’umanità.

In sigarette Ragnatelizzato, puzzando di lattine coca cola vetro e sonno,

inchiostro la notte mancante di rock e gospel,

come sciamano, sposto un cerchio d’acqua

e tutto taccia, come un’ombra di una candela appena soffiata.

 

SOLE, DI CHI ERI IERI?

Sole, di chi eri ieri?

Delle mosche, delle piume, delle foglie in quel fiore,

in una pozzanghera, in qualcosa infrangibile di me?

Eri di quegli scogli, di quelle nuvole,

di quelle stanze muschiose appese a colline,

di quei volti

impacchettati a sguardi di chiesa

e sguardi e bocche succhianti e battenti ali e barconi

nel vigneto

nascosto incagliato nel cielo?

 

Sole, di chi eri ieri?

In quel cielo che smisurava violenze e madri in giardino,

eri nelle lanterne e comete che solo io vedevo?

In quel passo felino o di quella corteccia

che guardava con occhi più umani dei miei…

o di quella voce che ti scriveva

a piccole chiazze e spruzzi a pietra , a ciottolo,

a chiodo, il suo filo d’erba?

 

Sole, di chi eri ieri?

Di quegli spari a sbocciare scarlatte macchie, in soldi violentati,

in sottane rubate all’amore in viali spezzati ai baci?

Nell’isolano silenzio e in sinfoniche gestualità metafisiche,

una cosa certa.

 

FORSE DIO NON TI PUO’? SEI DI PIU’ SEI TUTTO IL SUO TEMPO…

Forse dio non ti può?

Sei di più, sei tutto il suo  tempo e  spazio ma non vuoi contemplarli

Questo fiore ti buca le vene.

Quella candela  un cappio  al collo, un suicidio, uno spettro,

la fenice ti può ma le ali ti fanno ingombro.

Domini le strade, le rotte, l’esplorazione ma quella curva dentro ti fa zanzara , la schiacci.

Possiedi la musica le sue etnie musicali, i riti, i movimenti delle danze

ma queste parole che ti sussurro sono incendio nelle pupille.

Tutto risolvi, ma ti risolve?

Le tue mani creano qualsiasi evento che popola tutte le arie

ma porgerle ti violentano.

Sei soffio e globo.

Ruoti i girotondi eppure  sei insonnia.

Puoi curvare l’orizzonte

scuotere  gli elementi

toccare tutto con lo sguardo

ma questo baciare non ti tocca.

Non c è più niente per noi.

Non c è più niente per noi?

Senti il fuoco crepitare nei soli d’altre galassie,

orbiti tutto quello che c’è dentro

ma il raggio di questi miei occhi ti è incompreso, troppo umano

troppo umano.

Il tuo pulsare rende  acqua , liquore le stelle. Cambi la loro  forma, il colore,

e se vuoi le ghiacci tutte.

Cosa ascolti?

Il mare senza sponde della tua unicità.

Cosa ascolti?

Tutte le terre e i cieli che in uno sguardo sorgi?

Pulsi tutte le luci, porgi il fuoco alle stelle, nei corpi di luna di pianeti e pulsi il riflesso.

Ma questo cuore non ti pulsa.

È  uno spinoso affare da sbrigare via.

Sai salpare il vento, l’entroterra,  del paesaggio ne fai lo sfondo, il calore ,il colore e lo agiti a Ballerinika danza.

Ma questa pelle che ti suda è lamento.

Sei il tempo, l’oracolo, la profezia e il porgersi a raccoglimento,

ma la mia fede è uno scherzo, un ronzio…

Forse dio non ti può?

Sei tutto il suo tempo e spazio ma lo lasci fuori…

Questo fiore non ti può?

Un fiore

Non mille,

un fiore…

Tu Sultana Regina Sirena o figlia di qualche Zeus,

ma io non sono Ulisse

e non so, non so quanto è lungo il viale delle tue pupille,

le mie voci hanno dato ruga ai tuoi occhi.

I nostri occhi possono ancora vedersi.

Il dondolo e lo scivolo dei tuoi capelli scapigliati al vento l’ho murato in silenzi  che non ascoltavo.

Possiamo ancora passeggiare e alzare sabbia su un lungomare.

Prendi questa  mano per tuffarci e non bagnarci.

Hai fatto quella curva?

Ho fatto quella curva?

La facciamo quella curva?

Torneremo  senza distanza.

Abbiamo come tempo ancora qualche arco di luna.

Il cuore  a strade  di sole ma presto sarà pietrificato da un secolo di freddi.

Forse Dio ci può.

Tuffiamoci prima di bagnarci e sentiremo tutto quel che c’è da sentire… sentire…

 

UNA NOTTE SUCCESSE…

Prese e uscì dal mare a fervide falcate.

Non lasciò neppure un rumore.

Solo silenzio.

Dietro le sue spalle il mare si spegneva

in ruggine fuliggine e deserto:

si seccava

faceva acciaio.

Portava con sé tutti i venti

le correnti, le rotte,

i templi, gli oracoli, la danza, le profezie,

l’oltre.

Intrappolato nella brace di lembi

del suo fuoco

del suo veleno.

La baciai.

I polmoni

si riempirono d’acqua salata,

a salsedine di quella notte

che increspava luna

attorcigliando l’inamovibile, l’aria

dondolando a ritmo incalzante d’onde e tamburi.

Prese e uscì dal mare a fervide falcate.

Non lasciò neppure un rumore, un cavallo, una prateria,

un silenzio.

Uscì dal mare

con tutto il segreto,

l’oracolo di se stessa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eri di me come tramonto caldo

che scivolava a soffioni

come un parto, come un sangue che ha da maledire,

come un oleandro che sa del verde

ti lasciavo, mi lasciavi, scendere a fondo

del mio linfatico vigliacco,

del mio amante  essere godente di inganno e di fondo.

Eri di me, e mi scivolavi in immensità spaccanti zolle

per quel sangue che sente di radice e albero

e serpeggia di labbra a veliero il cielo.

Scivolavi all’ingiù come un nido di rondini

come un sasso dritto alla pupilla del lago

mi conservavi in profondità mi sapevi e fiorivi

in quelle tappe costrette, sofferte dell’immigrazione e del ritorno…

e di tutto quello che è e che c’è. Una cosa certa.

 

Eri sempre nel malvagio e nell’atto sublime,

senza peso,  a totale luce a totale buio,

e più del tempo alzavi le mani bacianti

e i miei sguardi fiordi di roccia in subacquei delfini a Lei,

a Lei che mi sta a fiamma bruna incendiando il volto

di intimo nostro, tuo, suo,

mio andare Alluvionando Alluminando profondità all’ingiù.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Advertisements