De Scalzo (2)Elio Andriuoli

Nella Collana di poesia diretta da Marcello Vaglio, dell’Editrice Gammarò di Sestri Levante, è apparsa nel 2013, a cura di Francesco De Nicola, una nuova edizione di Uligine, il poemetto di Giovanni Descalzo che vide per la prima volta la luce nel 1929 in edizione completa nei libri de “L’Eroica” e poi in edizione ridotta sulla rivista “Circoli” nel 1931.

Che si sentisse il bisogno di una nuova pubblicazione di Uligine lo si comprende, dal momento che esso costituisce la prima prova, già peraltro matura, di uno scrittore sostanzialmente autodidatta, che fu tra i più attivi negli anni compresi tra il 1930 e il 1950.

Il poemetto fu suggerito a Descalzo dall’incontro con un vecchio contadino che gli aveva rimproverato la sua lunga assenza dalla campagna, nella quale aveva vissuto da bambino e nella quale si era formato.

Tale incontro gli aveva fornito “l’occasione per ripensare al passato” e per “rievocare, con la sua infanzia, persone care scomparse e momenti della vita dei campi”. Si tratta dunque di un ritorno alle origini e di tale ritorno ha il forte andamento memoriale, con le sue accensioni improvvise e le sue numerose rispondenze.

E’ questo un libro che al suo primo apparire ebbe molti consensi, tra i quali quelli di Vittorini e di Montale, di Falqui e di Angioletti, di Adriano Grande e di Angelo Barile, dando luogo in tal modo ad un vero e proprio “caso letterario”, essendo Descalzo un autodidatta, come sopra si è detto.

Il verso da lui adoperato in Uligine è l’endecasillabo di stampo tradizionale, ma modulato con disinvoltura e con un costante uso dell’enjambement, che lo rende fluido e vario. L’andamento è di tipo narrativo, con il frequente ricorso a sentenze o a notazioni che contengono assorte meditazioni sull’avventura umana, quali: “Ma la vita è un rinascere”; verso che trova un riscontro in altri versi che celebrano l’evento stupefacente del fiorire e dello spegnersi della vita sul mondo: “… e contemplare il miracolo nuovo / che si rivela in ogni esigua vita!” o ancora: “Veder sorgere un filo verde e tenue / da un minuscolo germe che l’umore / gonfia!”.

Questa “meraviglia” di fronte alle leggi eterne della natura è propria di Descalzo, il quale si china su ogni foglia e su ogni fiore per godere della sua bellezza. “Facile dunque  appariva il mistero / dei fiori, ma il profumo ed i colori / chi li donava? E come in sé li filtra / il fior da terra?”.

Si vedano inoltre altre sentenze, quali: “Ha bisogno la terra di sapienti / cure, d’attese lunghe e di costanza”; e ancora: “Chi semina non sempre può raccogliere”, che bene esprime l’imprevedibilità della vicenda umana.

Certo Descalzo fu un osservatore attento della campagna, della quale conobbe le varie fasi di lavorazione: “Era la zappa / per dissodare uno strumento rude, / ma fendere la terra, opra di forza, / gli piaceva: levar le zolle grevi, / passar con l’erpice e render le ghiove / il più soffice letto per il seme!”. Amore per la natura e aderenza ai suoi ritmi è quanto il nostro poeta manifesta; e appare in lui quasi un voluttuoso abbandono alla zolla, con cui si confonde e in cui si smemora: “… gli piaceva giacersi abbandonato / sulla terra vangata: penetrava / il segreto che il greve corpo chiude / entro di sé…”.

Alla fatica della semina succede la gioia del raccolto: e le varie fasi della coltivazione dei campi vengono descritte in questo poemetto con amorosa cura e con estrema precisione terminologica. Vocaboli quali mannelli, ariste, pula, veccione, zipolo, crinelle, gora, purone, corbe, sapa, grispolo, gluma ecc. sono adoperati con naturalezza in questi versi perché, come osserva De Nicola, “quelle erano le parole della vita di un Paese ancora prevalentemente contadino”. E alla naturalezza delle parole s’accompagnava la schiettezza dei sentimenti e la genuinità di un canto che trovava nella tradizione il suo punto di forza e la sua ragion d’essere.

“Accestivano folti i gialli e molli / giaggioli lungo il rivo; v’eran pure / ranuncoli bivalvi a costellare / le ortiche ed i trifogli d’oro pallido”. E’ questa la sua voce, netta e piena ed è questa la sua “cifra poetica”, dall’andamento talvolta assorto e nostalgico: “Ora mi torna un motivo di canto / flebile, monocorde, quasi stanco”; “O nonna, nelle veglie eri pur lieta / quando s’univan le famiglie tue / e ritornava al ceppo ogni sbandato!”; “Parte e non giunge, erra e non arriva, / ma forse ha visto più di chi divaga / ognor per mari…”.

Il poeta ha a lungo viaggiato. Ha conosciuto molto del mondo: eppure ora è col pensiero lì, alla sua terra di origine e sente che soltanto in essa è stato veramente sereno.

Riascolta la voce del vecchio contadino che lo chiama e in quella coglie la sua identità più vera, se gli dice: “… è sempre il tempo di ricostruire: / ogni stagione ha le nuove sementi!”.

In quella voce il suo animo si placa e trova la pace. Forse persino una parvenza di felicità.

 

Giovanni Descalzo, Uligine, Gammarò Editore, Sestri Levante,2013, € 12,00

 

 

 

 

 

 

Da “Nuovo Contrappunto”, Anno XXIV, n. 2, Aprile-Giugno 2015

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