lucio-zinnaLiliana Porro Andriuoli

Poeta di schietta vena, Lucio Zinna si caratterizza, secondo quanto afferma Francesco De Nicola[1], per “l’impegno sul piano del linguaggio, la spinta a testimoniare sul proprio tempo, il diretto rapporto con il proprio ambiente, ma anche [per] l’esigenza di rappresentare l’inconoscibile e, infine, [per] la coincidenza del fare poesia con il vivere”. Si tratta invero di un poeta che si è andato sempre meglio rivelando negli anni come uno degli autori più autentici del nostro Parnaso contemporaneo.

Già nel suo primo libro di versi infatti, Il filobus dei giorni[2], si potevano notare poesie di sicura tenuta, quali Porto di Mazara e specialmente Mio padre, che lo consacrarono poeta; giudizio poi confermato dai libri successivi: Un rapido celiare[3], dove compare anche la tematica civile in una poesia come Libertà (biblicamente); Sagana[4], una raccolta nella quale, accanto a poesie più schiettamente liriche, quali Terra d’esordio e Arcaica sera, ne compaiono altre di carattere maggiormente discorsivo e familiare, come Se vivere e Ballata del Kirsch (e dell’acqua tonica); Abbandonare Troia[5], dove il verso tende ad assumere più ampie cadenze e Zinna intraprende anche la via della sperimentazione, in un testo quale Scartabello degli attimi invenduti; e dove tra molti altri di pregio emerge, per la resa stilistica e l’intensità del contenuto, il poemetto Sessantacinque versi per il treno della Maiella.

Venne poi Bonsai[6], una silloge dalla quale affiorano i ricordi d’infanzia del nostro poeta (Casablanca), ma dalla quale affiora anche la sua consueta ironia come avviene in Filastrode per Palermo multipla, che ricorda un certo Caproni; e venne La casarca[7], dove, tra ironia e risentimento il verso scorre leggero in poesie quali Gioco di fuoco alla marina e Omaggio al gatto Raffaele.

Nel 1994 apparve l’Antologia, Il verso di vivere[8], dove, oltre ad un’accurata scelta di poesie tratte dalle varie raccolte succitate, Zinna ci offre due inediti. Il primo, Minutario postumo dell’eroe vagabondo (1974-75), pubblicato incompiuto in quella circostanza (e rimasto tale a tutt’oggi), costituisce una rivisitazione dell’Odissea in chiave moderna, nella quale Ulisse ripercorre (raccontando in prima persona) le varie tappe della sua avventura con animo turbato e dolente per tutto ciò che ha sperperato negli anni in cui ha vagato nel mondo; il secondo, De rebus Siciliae (1991), apparso solo su rivista, è un poemetto civile, che rappresenta una rapida sintesi dei soprusi compiuti nell’Isola dal nuovo Governo italiano, dopo la caduta dei Borboni, giungendo sino ai giorni nostri, nei quali impera la mafia. Il titolo di quest’ultimo, come spiega lo stesso autore in una nota, “ricalca ironicamente” quello dell’opera del domenicano Tommaso Fazello (uno storico siciliano del ’500) De Rebus Siculis.

 

Tra le raccolte di poesie successive di Lucio Zinna sono da segnalare La porcellana più fine[9], nella quale uno dei temi più importanti è quello della morte, come momento conclusivo dell’avventura umana, che emerge da alcuni dei testi maggiormente significativi della silloge, quali: Idus sextiles con menu, dove si possono leggere i seguenti versi: “Signora vestita / di vento procedi secondo i tuoi disegni / non risparmiarmi ma lasciami uscire / in piedi non cogliermi in ginocchio”.

Si veda anche Tableau del temporale inatteso, che così termina: “… ora che sera è per me pure / e di sereno ombra non intravedo né lucore sento / che me ne andrò coi miei assilli me ne andrò / inquieto alla mia quiete”. E specialmente si veda la poesia eponima, dove si legge: “La porcellana più fine / è la speranza (la «fede» avresti detto) / … / … che qualcuno ci attenda / oltre quel filo” (e poco prima aveva parlato di un “oltrepassare il filo” quale immagine della morte). Ben si addice qui, come giustamente fa rilevare nella sua prefazione alla silloge Rodolfo Di Biasio, il paragone fra l’immagine della “porcellana fine”, tanto fragile che anche “un fiato la può spezzare”, e la speranza nel futuro, altrettanto fragile, dell’autore, il quale, spesso in questa silloge, ci confida “il suo tremore d’uomo di fronte alla morte”.

Evidente è inoltre, in tutte queste poesie, la concisa eleganza dell’espressione, che ovunque compare, come ad esempio in Illusorietà del presente, dove leggiamo: “Ma tutto sparisce / con l’attimo che muore mentre più è vivo / e si nega affermandosi. / … / Solo / la memoria è ferma finché è data memoria / perituro macigno armonia delle sfere”. Si veda inoltre, per quanto riguarda il tema della memoria, Lettera a Sergio Spadaro, dove si legge: “Aggallano memorie distanti mezzo secolo”.

Né è da omettere che anche l’attività del far poesia è menzionata, con sorridente ironia, in questa raccolta, nella quale i poeti sono qualificati come “Giocolieri della parola trapezisti / del logos” (Questi maledetti poeti).

E’ però con Ci sono mani che mi piace concludere l’esame di questo libro, citando i versi con i quali tale poesia termina: “Ricordo le tue dita muoversi lievi nell’aria – quella mattina – / prima che ci separasse un metal detector trascendente definitivo”.

 

Poesie a mezz’aria[10] è del 2009 ed è un libro che, accanto a una raffinata sapienza tecnica, rivela una molteplicità di contenuti, che si sviluppano tra leggerezza e pensosità, tra tristezza e incanto. Contenuti che spaziano dal desiderio di allargare i propri orizzonti fisici e spirituali e superare gli angusti confini umani di Migrazioni (“Poter migrare / come gru / come cicogne // un balzo / verso l’alto / da un tetto / di tegole rosse / un primo / battito d’ali // e via / in direzione / dell’altrove”) al ricordo di attimi indimenticabili, risvegliatisi alla vista di vecchie foto (“Quante si sono posate oculari carezze / sulle lucide immagini … / … / Un’ignota vis calamitante / dissolve tempi riannoda / a sperduti scatti sorrisi stampati / su esili frammenti esistenziali. // Ed era il cuore – il cuore – / ad accendere i flash”, Foto album”); dalla magia suscitata dal ritorno in luoghi ormai da tempo perduti nella memoria di La Gazzèra[11] ( “Tra queste strade piazze vicoli / che mi calzarono a misura / … / ora torno furtivo mi aggiro / con smagato fascino avverto / che nulla più m’appartiene…”) al mistero della nostra vita che inizia e finisce con un drammatico “strappo” (“Si annuncia piangendo il piccolo uomo / nell’abbandono della protettiva dimora / placentare nello strappo dell’amniotica / serenità … / … / … stabilisce vincoli / sempre più forti e fragili / fragili e forti fino all’ultimo strappo”, Vincoli e strappi);  dalla percezione di una presenza femminile lievemente evocata di Lustrura (: “… noi due procediamo / sul marciapiedi che affianca la villa / mano nella mano silenti verso e oltre / l’arco”) e di Nuvole e foglie (“Era primavera a San Remo nel gennaio / settanta / … // Il piccolo tempio e la corsa da un pendio – / improvvisa senza parole tenendoci / per mano in volo tra nuvole e foglie / ridendo ancora una volta fanciulli – / mi appariranno tra immagini di fugace / riepilogo attimi prima che mi si abbassi / la saracinesca per chiusura di esercizio”) a quella di un difficile bilancio esistenziale di Tardetà (“E conto le porte che furono aperte / e quelle che rimasero chiuse la rarità / degli apritisesamo la serrature refrattarie / allo svitol i chiavistelli giusti e quelli / fasulli o che non si riuscì a far girare”; e ancora si potrebbe proseguire.

A questi contenuti del libro si possono aggiungere anche la passione del nostro poeta per i felini[12] (Per quattro gatti; Per Madre Teresa dei gatti) e l’ammirazione per il sacrificio di sé che talune persone sanno compiere per amore del loro prossimo (Per Vincenzina, la sorella della nonna materna, e Per Maria Eufrasia Pelletier, la fondatrice della congregazione delle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore).

 

La più recente pubblicazione di poesie di Lucio Zinna è costituita da una plaquette, Stramenia[13], di raffinata fattura, che reca dipinti di Eliana Petrizzi, oltre ad una stampa fuori testo. Anche qui molti sono i versi pregevoli che si vorrebbero ricordare. Dovendone citare soltanto alcuni, per ragioni di spazio, ci limiteremo a menzionare innanzi tutto quelli con i quali si chiude la poesia che Zinna dedica, con affettuoso rimpianto, alla memoria del poeta amico Ignazio Buttitta, intitolata Lungomare d’Aspra[14]: “Saresti contento – Ignazio – se sapessi / che quel giovane amico anche lui / malato di versi – giunto ai tuoi anni / di allora – in questo orizzonte s’è trovato / il suo rifugio che fu sempre il tuo”. Si leggano inoltre, per l’intuizione profonda del significato e del valore della poesia, ancora i versi di Squarci: “Quante volte i versi frugano / nell’anima si incuneano / a carpirne vibrazioni / a leggerne il reticolo di pieghe / in incognite chiromanzie”; quelli de I giorni della merla, per la volontà di opporsi alla resa: “Tutto ho temuto non solo caldo e freddo / e a tutto ho resistito ogni volta…”; e infine quelli de I molti e il loro altrove, per il doloroso rimpianto che in essi è contenuto di coloro che fraternamente gli furono accanto ed ora ha perduti: ”Ormai i molti sono gli scomparsi / dal mio globo e non so che velo / li ricopra quale vento sottile / sussurri tra ora e allora tra qui e dove – / dove – come grido sommesso”.

 

Sono, quelle qui riportate, soltanto alcune delle citazioni che si potrebbero fare, ricavandole da tutta la produzione in versi di questo autore, dalla voce netta e incisiva. Da esse risulta che Lucio Zinna è un poeta autentico, ricco di quella profonda umanità e di quella sempre rinnovata sapienza del dire che gli consentono di comunicare agli altri i suoi più intimi sentimenti e le sue più profonde emozioni. Ed è per questo che va ricordato.

 

da “Il Porticciolo”, Anno VIII N. 2, Giugno 2015

 

 

 

[1] Lucio Zinna – La discrezione e l’ironia, Introduzione critica all’Antologia, Zinna Il verso di vivere, Caramanica, 1994.

[2] Palermo, Editoriale M. A. David Malato, Quaderni del Ciclope, 1964.

[3] Palermo, Quaderni del cormorano, 1974.

[4] Crotone-Palermo, Il Punto, 1976.

[5] Forlì, Forum/Quinta Generazione, Collana “Poesia 80”, 1986.

[6] Palermo, I.L.A. Palma, 1989.

[7] Palermo, La Centona, 1992.

[8] Op. cit.

[9] Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2002.

[10] Faloppio (CO), LietoColle.

[11] Viene così chiamato a Mazara del Vallo, città natale dell’autore,  “un vecchio stabilimento agricolo, con palazzetto padronale, in riva al mare”.

[12] Le poesie dedicate ai gatti sono state da Zinna raccolte in una plaquette, tuttora inedita, intitolata Versi per gatti e volatili, animali considerati dal poeta “grandi amici”.

[13] Salerno, Edizioni L’Arca Felice, 2010.

[14] Aspra è una borgata marinara che si affaccia sul Golfo di Palermo.

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