Zavanone_0001 (2)Liliana Porro Andriuoli

Al suo vario e ben nutrito curriculum, Rosa Elisa Giangoia ha recentemente (giugno 2014) aggiunto una pièce teatrale in versi, dal titolo Margaritae Animae Ascensio (L’ascensione dell’anima di Margherita), edita da Nemapress. Protagonista ne è Margherita di Brabante, una “donna del Medioevo”, nata nel 1276 da Giovanni I di Brabante e da Margherita di Fiandra, nel castello di Brabante, un piccolo ducato compreso fra le Fiandre e il Lussemburgo. Dalle scarse e scarne notizie che su di lei ci hanno tramandato i suoi contemporanei, sappiamo che fu considerata una donna dotata di alte virtù di pietà e di fede in Dio, di amore coniugale e per il prossimo, di prudenza e di temperanza; insomma, una donna “saggia, prudente, pia e devota”. Tuttavia oggi nessuno la ricorderebbe se non fosse stata la moglie dell’imperatore Enrico VII (“l’alto Arrigo” in cui Dante aveva riposto le sue speranze per il superamento delle lotte intestine che laceravano l’Italia) e, soprattutto, se lo stesso marito non avesse ordinato per lei un monumento funebre a Giovanni Pisano.

D’altronde, a far nascere nella nostra scrittrice l’interesse per la vicenda di questa donna, fu proprio quel monumento funebre, anzi meglio, la sua ricostruzione con i pochi reperti ritrovati, che Rosa Elisa, bambina di appena nove anni, ebbe occasione di ammirare la prima volta, allorché il padre la condusse in visita al museo genovese di Palazzo Bianco. (Il bel gruppo marmoreo del Pisano fu spostato negli anni 70 nel museo di Sant’Agostino, dove attualmente si trova).

Ma veniamo a Margaritae Animae Ascensio. La vicenda della pièce si svolge nella chiesa di San Francesco in Castelletto, dove probabilmente, fu inizialmente posto il monumento funebre del Pisano. E la scena si apre proprio qui, davanti alla tomba di Margherita di Brabante, dove un gruppo di fedeli ricorda le opere di misericordia da lei compiute durante la vita (“Era davvero una regina santa / un modello di carità / e di virtù per tutte le donne”) e ne invoca l’aiuto presso Dio (“Prega per noi, Margherita, / ricordati di noi presso il Signore!”).

All’apparire di una luce la scena si illumina e, mentre i fedeli si fanno da parte, compaiono due angeli, che si pongono ai lati della tomba, accompagnati da quattro fanciulle (rappresentanti la Fortezza, la Giustizia, la Prudenza e la Temperanza, cioè le quattro virtù cardinali), che vanno invece a disporsi ai quattro angoli. Margherita viene destata ed invitata a levarsi dal sepolcro per ascendere al Cielo dagli angeli, i quali però vogliono prima ascoltare il raccontato della sua vita, affinché possano cantarla a tutti “in gloria del Signore”. Ed è per ubbidire al loro invito che ella inizia a parlarci di sé e, quasi destata dalla magia dei ricordi, ci narra come trascorse gli anni della sua infanzia tranquilla e serena, nel castello di Brabante, in cui era nata. A mutare però il corso della sua vita intervenne la contesa per la successione al ducato del Limburgo (la duchessa Ermengarda era morta senza eredi), conclusasi con la battaglia di Worringen (1288), che vide prevalere il duca Giovanni, suo padre. Costui però, sebbene vincitore, volle fare opera di pacificazione sicché, dato che a Worringen Enrico VI di Lussemburgo, sconfitto, aveva perso la vita, decise di far sposare la propria figlia Margherita con l’erede della Casa di Lussemburgo, Enrico VII, un giovane di bell’aspetto, intelligente, cortese e intimamente religioso.

Il nuovo conte di Lussemburgo, come è noto, aveva l’aspirazione di costruire un grande impero “di pace e di concordia per tutti”, che s’impegnò a realizzare proprio con l’aiuto di Margherita: Enrico riuscirà infatti a farsi eleggere, nel 1308 (a dispetto del re di Francia, Filippo il Bello), re di Germania e a farsi poi incoronare, ad Aquisgrana, nel 1309 sul trono che fu di Carlo Magno. Nel 1310 partì per l’Italia con l’intenzione di “porre fine alle ormai troppo lunghe lotte / fra Guelfi e Ghibellini” e per ricevere a Roma la Corona Imperiale, esaudendo così la sua intima aspirazione: Margherita l’accompagnerà in questo faticoso viaggio, dal quale, come sarà per lo sposo, non farà più ritorno.

Ma non corriamo troppo. Sulla scena abbiamo lasciato Margherita mentre sta evocando, con voce sommessa e nostalgica, il susseguirsi dei vari eventi nei quali fu coinvolta: “Quando mi sposai era Pentecoste / ed i narcisi bianchi ed oro / inondavano i prati della mia terra / con il loro profumo troppo intenso. / Anch’io vestivo di bianco ricamato d’oro”. Una delle quattro virtù, la Prudenza, commenta in proposito: “Prendesti fiduciosa la strada della vita, / senza sapere dove ti avrebbe portata”. In tutti gli anni, infatti, nei quali fu accanto al marito, ella lo assecondò nel perseguimento dei suoi scopi di pacificazione, per il raggiungimento della concordia in Europa. Ella ricorda anche quell’ultimo suo viaggio, in Italia, per il quale dovette compiere la traversata delle Alpi, che le parve avvenire come in un sogno: “Era tarda primavera, quasi estate, / ed io immaginavo l’inverno / quando la solitudine cantava con i lupi. / Lui cavalcava con i cavalieri su pesanti cavalli…”.

Si rammenta, Margherita, anche del giorno dell’incoronazione a Milano, in Sant’Ambrogio, quando Enrico ricevette “la corona ferrea di re d’Italia” e lei, sempre “accanto a lui, quella laurea di regina”; e si rammenta anche dei tristi giorni degli scontri tra le opposte fazioni e con le città avverse, Cremona e Brescia. La più fiera fu Brescia, il cui assedio terminò con il saccheggio e con la morte del suo difensore, Tebaldo Brusati, il quale aveva sollevato la città contro l’imperatore. L’assedio durò per alcuni mesi e il Brusati, caduto nelle mani degli imperiali, fu fatto morire atrocemente da Enrico, che da lui si era sentito tradito.

Genova fu per Margherita l’ultima tappa di quel viaggio e della sua vita terrena, dato che appunto in questa città si spense, uccisa dalla peste, nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1311. (Anche Enrico morirà in Italia, il 24 agosto 1313, dopo aver ricevuto la corona imperiale in San Giovanni in Laterano).

Di tutta questa vicenda fu testimone Dante Alighieri, il quale sperò ardentemente nell’opera di pacificazione di Enrico VII tra Guelfi e Ghibellini (il che avrebbe potuto anche favorire un suo ritorno a Firenze). Più volte infatti l’Alighieri allude nel suo poema a questo imperatore, che aveva dischiuso in molti tante speranze; ma i versi più famosi in proposito sono: “E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni / per la corona che già v’è sù posta, / prima che tu a queste nozze ceni, / sederà l’alma, che fia giù agosta, / de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia / verrà in prima ch’ella sia disposta” (Paradiso, XXX, vv. 133 – 138), nei quali più ferma che altrove si leva la voce del poeta per celebrare “l’alto Arrigo”.

Se vogliamo ora, dopo questa rapida analisi, formulare un giudizio conclusivo sulla protagonista della pièce di Rosa Elisa Giangoia, così come ci viene da lei presentata, ci sembra di poter dire che quella di Margherita di Brabante fu certo una figura di non poco rilievo per l’opera che compì accanto al marito; e che pertanto appare giusto ricordarla, come ha fatto l’autrice di questo testo che si contraddistingue per la serietà della ricerca storica, nonché per la resa scenica con cui è stato composto.

(pubblicata in “Il Porticciolo”)

 

 

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