bozza INVITO (2)Renato Dellepiane

Lunghi anni di frequentazione con la letteratura, ed in particolare con la poesia, in quanto docente di italiano, mi hanno sempre più convinto che la poesia del ‘900 e di questi primi decenni del 2000 sia caratterizzata da un particolare atteggiamento del poeta di fronte al mondo (la natura, la società, la storia) che gli sta intorno. Questa caratteristica è forse propria del poeta di ogni tempo, ma si è certamente accentuata in quest’epoca in cui il decadentismo, liberato ormai di ogni accezione negativa, ha lasciato l’eredità più profonda di una poesia intesa come unica forma possibile di conoscenza nel mistero che ci circonda, nei dubbi che ci assillano, in una natura “foresta di simboli”. Mi pare infatti di poter dire che, da un lato, il poeta si sente vivere, dall’altro si vede vivere, nel senso così chiaramente e drammaticamente espresso da Pirandello nel suo saggio sull’Umorismo. Si pensi, nel primo caso, ai due estremi del senso panico del poeta quale si esprime in D’Annunzio (La pioggia nel pineto) e, meglio ancora, in Ungaretti (I fiumi in cui il poeta si sente “una docile fibra dell’universo”). Nel secondo al già citato Pirandello o a Gozzano (che, ne L’ipotesi si vede nonno nel 1940, lui vissuto solo fino al 1916) oltre, ovviamente, al correlativo oggettivo di Montale.

Questa lunga premessa per dire che ho trovato questi elementi nell’ultima raccolta di Luigi De Rosa (Fuga del tempo, Genesi Editrice, Torino 2014) a suggello di un discorso poetico che si svolge da lungo tempo e che mi era capitato di seguire per una semplice curiosità iniziale e poi per vero interesse. Egli era stato infatti uno dei miei primi superiori quando ho iniziato ad insegnare e, in seguito, lo ritrovavo nell’ambito di quei poeti liguri contemporanei verso i quali ho provato sempre un grande interesse. Già nella raccolta Il volto di lei durante ed in particolare nella poesia che le dà il titolo avevo colto una delicata sensualità  in un estatico abbandono che lasciava però il posto alla consapevolezza di “ore della solitudine”. C’era, insomma, quella capacità di creare immagini e contemporaneamente di inserire elementi meditativi che caratterizza la poesia di De Rosa.

Nella raccolta di cui stiamo parlando questi elementi si fondono molto bene tra di loro, creando un linguaggio tutto particolare. Il sentirsi vivere permette al poeta di creare immagini che indicano una sorta di assaporamento della natura e del paesaggio, in cui la nostalgia lascia talvolta il posto ad un attimo di felicità. Nel contempo, il suo vedersi vivere non è solo il vedersi protagonista di momenti della sua esistenza come individuo in mezzo ai suoi simili, ma anche di sentirsi protagonista, come tutti gli uomini, della grande Storia collettiva, pur nella loro piccola storia individuale . Ecco che allora si passa dalla contemplazione alla meditazione ed anche ad un atteggiamento di giudice disincantato e severo  in cui facit indignatio versus.

Dati questi elementi dell’ispirazione, il linguaggio varia di conseguenza, muovendosi su diversi registri espressivi. Questi traducono talora in immagini un atteggiamento contemplativo, quasi estatico, come si è accennato: si pensi al trittico dedicato alle rose (rosa, bianca, rossa) che esprime proprio quella simpatia (in senso etimologico) con la natura di cui si diceva. Il cromatismo delle immagini esprime una sorta di identificazione col fiore, quasi il poeta ne vivesse la vita breve ed intensa. La rosa rosa “che penzola nel vento/nevoso di gennaio”, è così “fuggevole promessa di bellezza/ nella fredda illusione/ che tutti ci circonda”. La rosa bianca si identifica col presente dell’uomo in quanto “solitudine splendida/ sospesa/ sul futuro e sul passato”. Nel caso specifico, ci sia concesso di notare, sul piano del significante, il rilievo dell’allitterazione sulla /s/ che sembra portare l’attenzione del lettore sul tema del passato, della nostalgia e di un futuro a cui ci si avvia “come un funambolo/ che ésita/ sopra una corda tesa”. Quella sensualità controllata e casta cui abbiamo accennato si esprime con chiarezza nella poesia un po’ più lunga dedicata alla rosa rossa in cui il poeta va ben oltre il topos letterario.  La rosa infatti, con i suoi “baci dolci, di velluto/offre la sua bellezza/(pur irta di spine)/sperando di sopravvivere/ in altre rose rosse” e richiama così alla vita che è ancora lunga, mentre “Domani si potrà  anche iniziare/ ad appassire”. Come si vede, il sentirsi vivere del poeta è sempre collegato ad una meditazione su se stesso e la vita. Talora questa meditazione nasce dal ricordo di un momento, assaporato creando una sorta di brevissimo idillio: si vedano Treno fermo in campagna e Sera in montagna che sono forse le espressioni più compiute della capacità “pittorica” del poeta che riesce ad immergersi nel paesaggio ed a ritrovare una comunione profonda e rasserenante con la natura. Quella natura che talvolta diventa vera metafora della vita, come in quel Sottobosco, in cui bisogna “inoltrarsi con passi cauti ma decisi” per arrivare a scoprire, alla fine del cammino, “un sogno che insperatamente/ si avvera”.  Quando i versi di De Rosa si muovono sul filo della contemplazione e del ricordo, occhieggia qua e là la rima, come se la poesia volesse trovare un suo breve ritmo, una sorta di acuto delicato (mi si passi questa sorta di ossimoro….) come prosa-rosa cosa nella bella poesia dedicata a Giorgio Caproni (omaggio e meditazione sulla funzione del poeta) oppure nella contrapposizione cielo-tremulo altissimo stelo della rosa rossa. Così, non a caso, contemplare rima più sotto con lungomare nella poesia Genova è ancora la superba? che  intrisa di nostalgia e speranze mosse nell’animo del poeta da una contemplazione, appunto, della città “in certe mattinate di cristallo”.

Come si diceva, il poeta si vede vivere anche nel ricordo di un momento, come quello dell’abbandono “in una Milano del dopoguerra” che lascia  un segno indelebile per tutta la sua esistenza. Ma se il poeta si rivede “bambino spaurito” che guarda attraverso “occhiali da sole soffocanti” la “madre che si allontana/per sempre”, non manca di dedicare al padre una poesia di grande dolcezza, capace di esprimere tutto il “non detto”, nel raccogliere “in questo cuore angosciato dai dissidi” tutto quanto di immateriale e materiale il padre ha lasciato. Nella poesia Caro papà si stabilisce una comunicazione che va al di là del tempo, delle incomprensioni, dei drammi stessi della vita. Allora il concetto, un po’ carducciano,  La poesia non è cosa per allocchi assume un significato che va ben oltre il senso che ha nella poesia con questo titolo, ma diventa un misterioso veicolo di comunicazione, un modo per attingere l’eterno insieme con i propri cari. “Non omnis moriar” era l’aspirazione dei classici e lo è di ogni poeta, non solo perché gli altri lo ricordino (si veda Human destiny in cui De Rosa esprime tale speranza) ma perché egli stesso possa tramandare i suoi ricordi e gli oggetti dei suoi sentimenti.

Proprio nella poesia sopra citata emerge con forza l’aspetto di un poeta che si vede vivere all’interno di un preciso contesto storico, di cui coglie inaccettabili aspetti negativi collegati al dominio del “dio denaro”, e pertanto dichiara con forza “Poeti ed artisti non restino sempre a guardare”. Confesso che, partendo da una posizione crociana quale la mia,  inserirei questa composizione   nell’ambito dell’oratoria. Ma si tratta di una oratoria sincera che nasce dall’indignazione di un poeta che non vuole estraniarsi dalla storia, chiudersi nel solipsismo dell’introspezione o nel puro sperimentalismo linguistico di chi, giocando con la parola, fa di essa l’unico vero contenuto di una composizione. Nella poesia che dà il nome alla raccolta, il poeta confessa, iniziando la poesia con un “E” che dà il senso della conclusione di un ragionamento, di una meditazione interiore: “E può arrivare il giorno del rimpianto/per frammenti di vita autentica perduti a miliardi/in illusioni inconsistenti”, nella consapevolezza che cultura, sensibilità e forse anche il riconoscimento dei propri errori non rendono felici. Tuttavia resta una certezza: quella di continuare “ad amare la vita/per continuare a viverla”. E amare la vita vuole dire per De Rosa amare intensamente la poesia. Questo anche perché egli ha continuato a praticarla fin dagli anni giovanili, pur avendo avuto incarichi di responsabilità, ponendosi semmai qualche interrogativo sul senso che oggi ha la poesia, di fronte a grandi catastrofi (E dopo Fukushima; Alluvione a Monterosso) con un tono che sembra riecheggiare il “come potevamo noi cantare” che tutti abbiamo nella memoria.

In una delle poesie in cui la confessione si fa più personale, De Rosa si rivolge alla signora Senectus per dirle con chiarezza che “il suo cuore, i suoi sogni, la sua poesia” non saranno mai preda di lei. Questa raccolta ne è certamente la prova più evidente.

Genova, aprile 2015

                                                                                                           Renato Dellepiane

Prof. Renato Dellepiane, già Docente di Italiano e Preside del Liceo “M.L.King” di Genova.

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