L’ACQUA PER GENOVA

Rosa Elisa Giangoia

            Ogni volta che nella sua casa sulle alture di Quezzi Antonio apre il rubinetto non può fare a meno di pensare che quell’acqua viene dai suoi monti e che è l’acqua della sua giovinezza.  Non è vero che sa di cloro, quello lo dicono i cittadini che non la conoscono; per lui sa di fiori, di erbe e di bacche, di tutte quelle piante profumate che prosperano lassù nei prati e nei boschi sulle pendici della catena dell’Antola fin giù sulle rive del Brugneto, ma soprattutto sa di impegno e di fatica. Anche se ormai sono passati più di cinquant’anni, quell’esperienza di lavoro non se la può certo dimenticare. E’ quella che ha cambiato la sua vita e la vita sui suoi monti: tutto questo per far sì che si potesse vivere meglio a Genova, quella Genova del dopoguerra che doveva ritornare ad essere una grande città dell’industria, del porto, del commercio, degli affari…

Allora lui era poco più che un ragazzo e viveva lassù a Garaventa, dove d’inverno si soffriva per il freddo e la neve, che mulinava in interminabili tormente, ma a primavera, quando la neve si scioglieva, c’erano tante sorgenti e fontane che facevano prosperare e fiorire i prati. Così era anche in tutti gli altri paesini a mezza costa e in quelli  di fronte. L’acqua scendeva giù, nel fondo della valle, dove scorreva il torrente Brugneto, che poi andava a perdersi nel Trebbia.  Era acqua fresca, limpida, sapida di sorgente.  Invece giù in città a Genova acqua ce n’era poca: d’estate spesso veniva a mancare e la si doveva raccogliere nei recipienti sui tetti dei caseggiati dove rimaneva a macerare al caldo. Suo cugino che lavorava a Genova glielo diceva sempre alla domenica quando tornava a casa.

-Che acqua laggiù! Prende un gusto… Sembra che sappia sempre di mare!-

“Sarà l’aria” rispondevano gli amici e lui se ne portava giù una bottiglia a chiusura ermetica facendo bene attenzione a che non si rovesciasse durante il viaggio in corriera, fino in piazza della Vittoria. La prendeva dalla bocca centrale della fontana a tre cannelle, dove si allargava una piazzetta nella strada vecchia davanti al lavatoio, poi a Genova se la metteva in ghiacciaia e la conservava per quando aveva proprio sete: meglio della gazzosa con la biglia! – diceva ad ogni sorsata.

Ma un giorno – e Antonio se lo ricordava bene- a Garaventa erano cominciate a circolare delle notizie che avevano elettrizzato tutti. Lì le novità arrivavano facilmente,  perché c’era il capolinea della corriera, che veniva su da Torriglia per i tornanti di Poggio e Acquabuona e passava nella galleria sotto il colle della cappelletta, dove d’inverno le colonne e i candelotti di ghiaccio non si scioglievano mai. Oltre bisognava andare a piedi, nella migliore delle ipotesi col mulo o con l’asino, come da sempre, ma ora si cominciava a vedere qualche moto, magari anche con il sidecar : si continuava per Bavastri e Bavastrelli, poi si saliva a Propata, si proseguiva fin su a Rondanina e a Fascia o si girava prima, per Albora, Caffarena, Fontanasse e Retezzo. Per la strada si parlava di bestiame, di pascoli, dei campi coltivati a patate, di latte e formaggi, di carne da macello, qualche volta si combinavano affari di acquisto o di vendita. Sovente si sognava di andarsene, giù in città, a lavorare in porto o nelle grandi fabbriche, ma non si osava dirlo troppo apertamente, sembrava quasi un tradimento. I fatti recenti della guerra più che ricordi avevano lasciato rimpianti e ferite: era meglio ormai non parlarne, fidarsi piuttosto della vita che ricominciava.

Certo che allora le notizie si diffondevano facilmente a Garaventa, dall’osteria, con trattoria e alloggio, all’inizio del paese, con di fianco lo spiazzo dove nella bella stagione si giocava a bocce e si ballava, fin su alla locanda alla fine del paese, dove in luglio e agosto c’erano i villeggianti e in qualche altro mese i cacciatori. Se ne parlava alla sera tra un bicchiere e l’altro, ma ne discorrevano di giorno anche le donne al lavatoio, dal macellaio o nel negozio di commestibili. Antonio la prima voce l’aveva colta dal maniscalco, dove suo padre l’aveva mandato a ferrare il cavallo, poi alla sera nell’osteria-trattoria della sua famiglia aveva cercato di saperne di più. Sì! Era vero. C’era il progetto di costruire una grande diga che sbarrasse giù in fondo alla valle il corso del Brugneto e permettesse di raccogliere tutte le acque che scendevano dalle diverse pendici per rifornire la rete dell’acquedotto di Genova in modo più costante e sicuro.

  • Hanno bisogno di noi, giù in città!-
  • Ci sarà lavoro per tutti!-
  • I nostri monti saranno rovinati!-
  • Certo! A mano a mano che la città si ingrandisce, l’acqua bisogna prenderla sempre più in alto, incanalarla e portarla giù!- erano i commenti che si alternavano quando se ne parlava.

Ma ad Antonio, come a molti altri giovani, la cosa più importante sembrò cogliere l’opportunità di un lavoro nuovo, che appariva di maggior soddisfazione rispetto a coltivare i campi o portare avanti la trattoria della sua famiglia o intraprendere qualche piccola attività artigianale o commerciale, anche se per suo padre il nuovo era sempre infido…

Antonio era ritornato da poco a casa dal servizio militare che gli aveva fatto intravedere nuovi orizzonti: era stato al CAR di Cecchignola dove aveva imparato a guidare i camion, il che gli sembrava l’avesse fatto entrare nella dimensione della modernità, gli avesse aperto le porte del futuro. Aveva visto Roma, la grande città che faceva sognare.

Si comprò un camion di seconda mano, anzi di quelli robusti che avevano lasciato gli americani, appena un po’ riverniciato ed iniziò l’attività di autotrasportatore per il cantiere della diga. La vita era dura: alzarsi all’alba, partire, caricare e scaricare sempre materiali, attrezzi, ferri, soprattutto sabbia e sacchi di cemento, condividere la fatica con gli altri, mangiare in fretta bocconi asciutti e rincasare quasi a notte. C’era però anche una sottile soddisfazione nel vivere l’esperienza di quel grande cantiere, in cui ci si impegnava in tanti per costruire la diga, che la fatica del lavoro faceva crescere rapidamente. Era importante partecipare a quel confronto, quasi una sfida tra l’uomo e la natura.

La maggior parte degli operai erano venuti da altre regioni d’Italia, da lontano, dal Veneto, dalla Calabria, dalla Sardegna. Ma c’era anche chi da quei posti se n’ era dovuto andare via: erano quelle poche famiglie che abitavano a Frinti, un gruppetto di case proprio in fondo alla conca che sarebbe poi stata riempita dall’acqua del Brugneto.

  • Se ne sono andate anche la Marisa e la Luciana, le gemelle dei Frinti. Non verranno più a ballare a Santa Maria del Porto, né a Carnevale, né d’estate – diceva ogni tanto qualcuno, con una punta di rammarico, ricordando che erano due belle ragazze.
  • Chissà dove saranno finite? – replicava qualcun altro con evidente rammarico, ma c’era subito il bene informato pronto ad intervenire per dire:
  • I genitori hanno preso una portineria a Carignano, io le ho viste, ogni tanto passo da quelle parti a salutarle.-
  • Già! Tu non riesci proprio a togliertele dal cuore!-
  • Non rimpiangeranno certo le quattro case del loro paesino laggiù in fondo al lago! – diceva qualcuno più anziano, aggiungendo: – A Genova ci sono tante cose da vedere…tante occasioni da vivere…tanti divertimenti! Se fossi più giovane…anch’io…- e poi, un gesto della mano quasi a scacciare la malinconia per il passato, ma anche la preoccupazione per il futuro.

Anche nell’osteria-trattoria della famiglia di Antonio a Garaventa ora c’era più animazione: c’erano dei forestieri alloggiati e così di sera, soprattutto al sabato, si giocava alle carte, si stava allegri con qualche bicchiere di vino buono, di quello che si faceva con l’uva che si andava a prendere in Piemonte, perché lì il terreno era troppo avaro e l’uva dava solo un vino aspretto. Si suonava la fisarmonica; ogni tanto arrivavano dei canterini che intonavano il trallalero o si cantava A bella de Torriggia e tra una canzone e l’altra si faceva venire tardi. Poi vennero la radio e il giradischi e le voci degli uomini, spontanee ed immediate, sembrarono meno belle.

Una sera Santo disse:

– Domani vado giù a Genova a prendere mia madre e mia sorella che arrivano dalla Calabria. Tornerò con loro con la corriera, sul tardi. Preparate una camera.-

E così arrivò Sarina e cominciò a rattristarsi e a immusonirsi perché dal nome credeva che Santa Maria del Porto, dove lavorava suo fratello, fosse sul mare. Lei, con la sua giovane fantasia, aveva immaginato di iniziare una vita diversa, in un luogo differente dai monti della Sila da cui era partita: ne era così convinta che si era persino comprata il costume da bagno, nero, di lana, fatto a maglia, e se l’era messo in valigia, naturalmente di nascosto da sua madre.

-Soldi buttati via!- diceva con rammarico.

Antonio se lo ricordava bene: per consolarla le aveva promesso che la prima domenica di bel tempo l’avrebbe portata al mare in Riviera, a prendere il sole sulla spiaggia dove la sabbia era più fine, a Vesima. E la vita aveva iniziato veramente a cambiare: l’amore, il fidanzamento, il matrimonio, gl’impegni, il lavoro, i figli…

Ma il vero cambiamento era stato quando l’acqua era stata immessa nel bacino, che a poco a poco si era riempito. Tutti con il fiato sospeso per qualche giorno: nessuno aveva dubbi sulla tenuta della diga poderosa e tutti si erano sentiti un po’ eroi. Quando gli oltre 20 milioni di metri cubi avevano riempito l’invaso,  il paesaggio era apparso completamente diverso: il lago con il suo andamento frastagliato s’incuneava nelle piccole valli e lambiva i boschi lungo le coste scoscese sotto i paesi. A Garaventa c’era stata un po’ di delusione – Antonio se lo ricordava bene; di lì infatti si vedevano solo i due bracci trasversali tanto che sembrava un lago piccolo, stretto e molto allungato; Bavastri invece, che l’aveva proprio sotto in tutta la sua reale lunghezza,  aveva acquisito una posizione davvero amena – si diceva, con una punta d’invidia.

Si cominciò a sentir dire che la vista migliore era dall’alto, dalla cima dell’Antola: l’immagine di un lago sospeso nello svanire della nebbia. Così a primavera s’infittirono le comitive di gitanti che da Genova salivano fin lassù attraverso i prati fioriti di narcisi e di aquilegie per ridiscendere carichi di grandi mazzi di fiori: i narcisi diventarono sempre più rari e le aquilegie si nascosero nel fitto dei boschi. Piccoli segni di un mondo che cambiava con l’acqua che scorreva verso Genova.

Ora che la diga era terminata, anche per Antonio lì non c’era più lavoro, così era dovuto andare altrove, più lontano, in Val d’Aosta, dove avevano aperti nuovi cantieri, e poi trasferirsi con la famiglia a Genova.

A poco a poco a scendere dai paesini della Val Trebbia furono sempre più persone; le case antiche si svuotavano ad una ad una della tradizionale difficile vita dell’agricoltura e della pastorizia di montagna e si riempivano solo d’estate per la villeggiatura. Le pendici dei monti intanto diventavano per la maggiore umidità sempre più fitte di boschi di faggete e castagneti che invadevano i terreni prima destinati alla pastorizia e alla fienagione. Anche per chi abitava a Genova, diventava sempre più attraente, dalla primavera all’autunno, salire sulle creste dell’Appennino e andare per i boschi in cerca di funghi o fermarsi lungo le rive del Brugneto a pescare le trote, le carpe, le tinche, i persici e i cavedani che si moltiplicavano rapidamente nelle acque del lago.

Anche per Antonio il ricordo della fatica del lavoro si andava a poco a poco affievolendo e sfumando in nostalgia: il lago, accettato con una certa difficoltà e diffidenza, vissute anche nel ricordo della fatica, diventava con il tempo una presenza amica, un’occasione per trascorrere, ormai con i nipoti, momenti di svago e di serenità. Ogni tanto, negli autunni delle annate di siccità, si intravedeva (o si credeva di scorgere) qualche tetto delle case dei Frinti e se lungo il sentiero che costeggiava il lago si incontrava qualche antico conoscente di gioventù si ricordavano le gemelle, sempre belle –sottolineava chi diceva di averle incontrate a Genova, aggiungendo:

-Loro non salgono più quassù, sarebbe troppa malinconia!-

Poi talvolta qualcuno di quelli che si ricordano di quando il Brugneto era solo un fiume aggiunge:

-Il lago ha cambiato questo nostro mondo-.

– No!- risponde qualcun altro- come sempre, è stato il lavoro dell’uomo, duro e faticoso, a cambiare il mondo!-

 

 

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