Corso Sardegna 42   16 (2)MERCOLEDI’ 25 MARZO nella BIBLIOTECA “A. e A. Vago” di Santa Margherita Ligure

Luigi De Rosa ha così presentato LA VITA RESTANTE di Rosa Elisa Giangoia (Prefazione di Guido Zavanone – De Ferrari  editore – Genova 2014

Rosa Elisa Giangoia, di origine piemontese ma che vive a Genova da quando aveva tre anni, fondatrice e presidente dell’Associazione culturale ligure “Il Gatto Certosino” (presente anche sul web, http://www.ilgattocertosinowordpress.com) è stata docente di Lettere nei Licei genovesi, soprattutto nel prestigioso Liceo “Leonardo Da Vinci”. Una docente particolarmente preparata e coscienziosa, di cultura vasta, sempre aggiornata e approfondita. Classica e moderna nel contempo, è una letterata e studiosa in cui il passato e il presente convivono armoniosamente, con uno slancio continuo verso il futuro. Da molti anni è anche una scrittrice e poetessa di primo piano, coltissima e raffinata, e un’acuta e preparata saggista. E’ redattrice di Riviste prestigiose (tra cui la genovese Satura, insieme a Giorgio Bàrberi SquarottiGiuseppe Conte, Stefano Verdino, Guido Zavanone ed altri) . Tra i numerosi periodici nei quali la sua firma è costantemente presente, mi limito qui a ricordare i Quaderni di Autori Liguri dell’Associazione culturale L’Agave di Chiavari, e la rivista a diffusione nazionale “NTL- Nuova Tribuna Letteraria”, di Padova.

Ha vinto vari Premi Letterari, ed è, a sua volta, Presidente di Giuria di altri Concorsi e Premi Letterari.

Sarebbe troppo lungo analizzare qui la sua poliedrica attività, i suoi libri di narrativa, vari racconti ( compresi nei volumi “Il delirio e la speranza”, “Tra parole e immagini”e “Amori dAmare”). Per non parlare dei suoi tre romanzi, In compagnia del pensiero (1994) Fiori di seta (1998) Il miraggio di Paganini (2005); o delle opere di saggistica letteraria ( tra l’altro il prezioso  volume Appunti di poesia, Fara Editore, Rimini 2011) ; o delle sue numerosissime note critiche e recensioni ( sempre molto curate); o della sua produzione in favore della lingua e della civiltà latina che conosce perfettamente e che considera tutt’altro che “morte” ( ricordo un’edizione delle Bucoliche di Virgilio del 2008, con annotazioni in latino); perfino della sua colta e commossa produzione per il teatro ( vedi il recentissimo Atto Unico in versi sulla Ascensione dell’anima di Margherita di Brabante, moglie dell’Imperatore Arrigo Settimo di Lussemburgo).

Anche per la Regione Liguria e la Provincia di Genova, Rosa Elisa Giangoia ha scritto molto: ricordo la collana Liguria terra di poesia, dieci volumi, realizzata dal 1996 al 2001 insieme a Laura Guglielmi; i volumi antologici Sguardi su Genova (2005) e Notte di Natale (2005), scritti insieme a Margherita Faustini. Un’antologia di poesie-preghiere ( Ti prego) l’ha scritta nel  2011 insieme a Lucina Margherita Bovio. Ha pure curato le antologie di poesie su Genova, Tenui bagliori di pitosforo (2012), sulla Liguria, Liguria schegge di poesia (2013) e su Pieve Ligure, Tra l’ulivo e la mimosa il mare (2014).

 

Ma oggi desidero parlare di Rosa Elisa Giangoia poetessa, e del suo ultimo libro, La vita restante.

Dopo l’importante volume di poesie “Sequenza di dolore”, pubblicato nel 2010 con una  dotta e commossa prefazione di Antonio Spadaro (lo scrittore e teologo direttore della importante rivista “Civiltà Cattolica”, che, com’è noto, è riuscito a mettere in contatto col mondo il pensiero e il cuore di Papa Francesco) la nostra Autrice  ha pubblicato con l’editore genovese De Ferrari, nella Collana Chiaro/Scuro diretta da Guido Zavanone, un libro di versi particolarmente innovativo, La vita restante, che testimonia l’evoluzione della sua poesia verso la forma poematica, tesa a soddisfare la sua esigenza crescente di scrivere un’opera delle dimensioni, della profondità e della grandezza di un Poema.

Lo confessa lei stessa, nell’ultima poesia del libro, a pag.74 :

“Vorrei scrivere un poema

 

Vorrei scrivere un poema

che somigliasse ad un albero altissimo,

vivo e sempre verde,

frondoso e fiorito,

screziato di foglie variegate,

un poema che si potesse percorrere

con gli occhi e con il cuore

per cogliere i fiori e le parole,

un poema dove circolasse lo spirito

bianco della luce per farsi vita

nel sangue e nella carne

con l’anelito di un animo grande, un poema fatto di sole, d’aria e di luce,

di grano, d’erba e di mare,

di spuma bianca di onde,

un poema dove brillassero

rubini diamanti e smeraldi

e vetrate colorate di immagini sontuose,

un poema in cui si potesse circolare

per tante strade, vie e piazze

con tanti palazzi, le finestre illuminate

le stanze con specchi infiniti

a riflettere la vita.”

 

Nell’attesa di comporre questo Poema, ci offre un commosso e felicemente riuscito poemetto, intitolato “Emigrante”.

 

Infatti, il volume “La vita restante”, è strutturato in due parti : una prima parte di poesia “narrativa”, fortemente poematica, di ampio respiro, con squarci lirici penetranti, che è costituita, appunto, dal poemetto  Emigrante; e una seconda parte lirico-intimistica più “tradizionale” morfologicamente, ma di sensibilità originale e fresca nei temi più strettamente personali. Anche questa seconda parte è molto curata nel linguaggio, sempre caratterizzato da  amore per i vocaboli e attenta cura nella loro scelta e corrispondenza al contenuto dell’ispirazione.

Emigrante” è un poemetto di 481 versi liberi.  Liberi sia dalla metrica tradizionale che da uno stile e da una mentalità, anche per aderire pienamente alla modernità scattante delle atmosfere di quei luoghi della New York di inizio Novecento in cui si svolge la storia di  Salì, il giovane, biondo e coraggioso genovese che, spinto dalla necessità di lavorare per farsi una famiglia e una posizione soddisfacente, si decide a partire per l’America. Compie il viaggio, insieme ad una folla di altri emigranti, sulla nave “Equità”, diretta a New York. Si possono a malapena immaginare i disagi morali e materiali, le fatiche e i sacrifici di una traversata dell’Oceano Atlantico nelle terze classi di quelle navi, in quegli anni e in quelle condizioni di indigenza e di sconforto.

Salì arriva ad Ellis Island il 13 aprile del 1903.

Da allora comincia anche per lui un’ interminabile sequela di disagi.

E’ stata la stessa Autrice, su mia richiesta, a darmi gentilmente notizie e spiegazioni in merito alla storia di suo suocero Sali:

Il suo nome era Salvatore, che gli era stato dato in quanto si era salvato nascendo, mentre sua madre era morta di parto. Era stato allevato dalle sorelle molto più grandi, che poi si erano sposate ed erano andate in Francia, dove anche lui era vissuto per qualche anno imparando abbastanza bene la lingua. Poi era tornato a Genova dove aveva appreso il mestiere di falegname e si era innamorato di Cinna (Concettina) ma non era stato accettato come sposo dai genitori perché non abbastanza abbiente. Così, ritrovandosi solo, sui vent’anni, nel 1903, pensò di imbarcarsi come “scritturale” su un piroscafo di emigranti per tenere il registro dei viaggiatori, per lo più analfabeti, e aiutarli nelle pratiche di sbarco. Arrivato a New York, però, decise di fermarsi, inizialmente lavorando in porto e frequentando le scuole serali per imparare la lingua e conseguire la patente automobilistica. Una volta patentato, con i soldi risparmiati grazie al lavoro in porto, acquistò un’automobile e si mise a fare il taxista, attività che portò avanti per oltre vent’anni. Poi, a 46 anni, decise di ritornare a Genova, dove conobbe la figlia di Cinna che aveva la metà dei suoi anni; considerato ormai un “buon partito”, in quanto un “americano” che poteva vivere di rendita, questa volta fu accettato come marito ! Stabilitosi definitivamente a Genova e impiegato il patrimonio in un’agenzia marittima, visse un’agiata e tranquilla vita di famiglia, a parte le difficoltà del periodo bellico, fino a ottant’anni. Io non l’ho conosciuto, ma in casa, da mia suocera e da mio marito ho sempre sentito raccontare le vicende della sua vita, ed è stata per me una grande emozione qualche anno fa, visitando il Museo dell’Immigrazione a Ellis Island, ritrovare nell’archivio la scheda che attestava il suo arrivo. Di qui l’idea del poemetto…”

Infatti, l’itinerario e i dettagli di questa sorta di via crucis di Sali a New York sono diventati, dopo più di un secolo, oggetto di affettuosa ricerca personale, in loco, da parte di Rosa Elisa, la donna che ha sposato, un giorno, l’amato Mino, il figlio di Salì.

 

Salì , in America, supera con tenacia ogni ostacolo e difficoltà. Le scomodità materiali, specie per il dormire e il lavorare, le umiliazioni e i sacrifici, tutto sopporta, e sempre comportandosi con onestà e dirittura morale, pur vedendo che intorno a lui la caccia al denaro, spasmodica, è condotta con tutti mezzi. Dominano i furbi, i violenti, i gangster. Il mondo del malaffare è ammorbante :

“…Il mondo era dei furbi, dei più scafati,

di chi aveva tutto compreso e restava padrone

indipendente, libero, ricco,

forse anche felice, almeno talvolta,

di chi sapeva stringere in mano

le ore, i minuti e gli istanti…”

 

La città è gelida, in tutti i sensi. Nonostante le luci del progresso tecnologico sfrenato, coi nuovi prodotti e le invenzioni che ogni giorno si susseguono, la città, per chi tenta di viverci e di guadagnare onestamente per risparmiare un peculio, è buia.  E’ buia, ed è anche sorda e muta nei riguardi delle anime dei singoli individui, nonostante le musiche chiassose e il frastuono interiore ed esteriore che la caratterizza.

Altro che “integrazione”. Per la massa, e non solo per i neri, c’è la ghettizzazione di fatto. Dopo anni di sofferenze e di sudati risparmi, raggiunta una certa agiatezza economica, Salì si accorge che non ce la fa proprio più a fare quella vita a New York. E comincia a desiderare, in modo sempre crescente, di tornare da dove è venuto, di tornare nella sua Genova. Finché, un giorno, si decide a tornare,

“…per riannodare le memorie della vita

e liberarla dai tempi sovrapposti.

Abbandonò una città che non riusciva ad amare

perché lei non lo amava…

Il poemetto si conclude con otto versi che compendiano il suo stato d’animo e le sue intenzioni, e che addirittura contengono il significato del titolo dell’intero libro nel suo complesso:

“………

Capì che era partito solo per tornare,

che aveva dovuto perdersi nell’ignoto

per potersi un giorno ritrovare,

ma che ci sarebbe voluta tutta la vita restante

per fare un rapporto dettagliato

che desse senso e valore

a quanto aveva vissuto

nella pienezza dell’altra parte del mondo.”

 

Una volta tornato, però, Salì non tarda ad accorgersi che, nel frattempo, tutto è cambiato.

E’ cambiato lui, non è più un giovanotto di vent’anni pieno di forze e di speranze, pronto ad affrontare qualsiasi nuova difficoltà.

Ma anche l’Italia, la sua Genova, non sono più quelle del 1903.

C’è il Fascismo, c’è una nuova mentalità, il modo di vivere e di pensare della gente è cambiato: ( v. pag. 28)

 

Era difficile farsi riconoscere

dopo tutto quel tempo, per riprendere a parlare

con parole che usava un tempo

e che ora gli altri avevano dimenticato.

Solo le onde col loro frangersi antico

cantavano ancora i suoi felici vent’anni.

L’unica cosa vera per credere

che tutto potesse ricominciare

erano i raggi della luna,

confusa con la finestra illuminata

della casa di Cinna, da cui Angiolita,

la sua giovane bella figlia,

pronta per lui, marito ormai ricco,

s’affacciava ogni tanto, interrompendo

assorta il cucito

per respirare una boccata di novità…”

 

Le trenta poesie che compongono la seconda parte de La vita restante ( da pag. 32 a pag. 74) sono suddivise in sette sezioni: A Mino. Domus picta, In viaggio, Vita, Scrittura, Memoria, Femminile. Sono come sette corde di un unico strumento col quale la poetessa canta e rievoca, con dolore artisticamente composto anche se troppo intenso, il proprio amato marito Mino ( il figlio di Salì, come abbiamo visto); che tenta di conciliare passato, presente e futuro vivendo in una domus picta ma con l’animo proteso verso una “casa nuova con giardino” ( adora fiori, foglie, piante, alberi ) ;  che, seguendo un regime di vita tutt’altro che sedentario, parte spesso da Genova con la sua auto, o per Convegni di Poesia e Premi letterari ( di cui presiede le Giurie) o per  compiere viaggi a fini culturali, spirituali e turistici ( in Grecia, in Russia, in Tunisia alle porte del deserto del Sahara, a Santiago de Compostela…); che vive armoniosamente la “vita restante”, dedicandola con passione e cuore all’”arte dello scrivere”, alla promozione della cultura, sia di persona che sul sito internet dell’associazione di poeti, scrittori e artisti “Il gatto certosino”; che coltiva , teneramente, memorie di affetti familiari e sogni ad occhi aperti; ma soprattutto, come abbiamo visto all’inizio, sogna di scrivere un Poema. Per unificare e concentrare nello stesso tutte le sue inclinazioni, forze e pulsioni creative, nello sfolgorìo appagante dell’Arte illuminata dalla Luce Spirituale.

 

Con una particolare sensibilità credo che vadano lette le tre poesie che compongono la prima Sezione (A Mino), che appaiono un capolavoro di amore, delicatezza e tenerezza. Il linguaggio piano e semplice, pur illuminato da immagini fulgenti, provoca un effetto di commozione tanto più intensa quanto più rattenuta:

1.

Certo, sarebbe più bello saperti

dietro l’angolo della strada

seduto su una panchina,

ad aspettarmi.

Invece capiti nell’abbaglio

di un lampo di sole

che entra in casa inaspettato

all’improvviso,

forse per tenerti fuori dal tempo,

ad un passo dal niente.”

 

E la mente e il cuore della poetessa-vedova ritornano al passato col desiderio di esplorare un futuro ancora sconosciuto:

 

2.

Per questo sei stato:

perché io ti potessi ricordare

ora che appartieni alle profondità

delle memorie mute.

Quando ti penso

vorrei penetrare dove tu che non ti svegli

dormi in silenzio dentro quella notte

che io non conosco ancora.

Di tutto quel che è stato

non rimane neppure la voce

di un fiume che rapido scorre.”

 

Meditazione personale sulla morte ma unita all’attesa del ricongiungimento con l’amato; con lo scudo della fede nello Spirito ma anche con l’ineliminabile sottile angoscia per la perdita delle cose fragili, ma dolci, della vita terrena, Cose che senza le magiche parole della Poesia rischiano di sparire in un gorgo di vuoto e di silenzio. Alla fine prevale la fede nell’Aldilà e nel ricongiungimento coi nostri cari, ma la fragilità umana e la potenza dell’Arte vengono, comunque, rivalutate.

 

3.

Tu ed io

ci ritroveremo nel nostro giardino

tra il melo e il ciliegio

quando saranno fioriti

e i petali si disperderanno

nel tepore della brezza

capace di confortarci.

Non avremo più nulla da dirci,

perché sapremo tutto

l’uno dell’altro

nella verità dell’eterno.

Le nostre mani si rianimeranno

stringendosi,

così riprenderemo a camminare nel bosco,

dove eterna scintillerà l’aurora

tra rosati bagliori

oltre la linea scura dei monti,

e sentiremo una forza sconosciuta

di slancio verso il cielo.

Tutto si ricomporrà

nell’armonia della perfezione

e la morte non ci farà più paura

perché la vivremo insieme,

non più tra le spine del cuore.”

 

Ho voluto riportare integralmente queste tre poesie perché ritengo, senza alcun dubbio, che possano figurare tra le migliori liriche d’amore della letteratura contemporanea. Dove l’amore umano è sublimato dall’amore divino ma tutt’altro che oscurato o addirittura annullato, come a volte può accadere nella poesia dichiaratamente religiosa. Dove la forza d’amare si afferma non tanto nelle condizioni più agevoli e leggere, quanto in quelle più ardue, di fronte alla parete della morte che continua a separare la vita terrena da quella spirituale, e quindi eterna. Ma che, purtuttavia, non fa più paura se affrontata insieme, col coraggio, più o meno eroico, della creatura umana.

In altre poesie della nostra scrittrice ( sempre comprensibile e piana anche se coltissima) è più facile rinvenire tesori di cultura ( classica e moderna); di ammirazione per la Natura e per la civiltà umana; stati di sensibilità raffinata; di passione per la scrittura letteraria e per  l’arte; di affettuose manifestazioni di bontà e di generosità; di predilezione per la lingua latina ( considerata, come detto sopra, una lingua, per certi aspetti, tutt’altro che morta. Penso al romanzo Il miraggio di Paganini, ambientato a Genova, dove il latino è l’unico tramite di comunicazione tra due giovani innamorati di nazionalità diversa…) . Ma l’acme del lirismo che unisce prodigiosamente amore umano e amore divino lo trovo, in modo particolare, in quelle tre poesie A Mino.

Parimenti il poeta e scrittore Guido Zavanone ( anch’egli piemontese di origine ma che vive a Genova da una vita) nella sua ottima prefazione al libro ha posto l’accento su questi versi, per i quali ha scritto, fra l’altro: “ Sono versi che non si possono leggere senza commozione. Il rimpianto, il desiderio di ritrovarsi, di sapere tutto l’uno dell’altro “nella verità dell’eterno” sono espressi con uno slancio che viene dal cuore, ma senza inopportune effusioni sentimentali, come se ormai anche la poetessa fosse fuori dal tempo accanto alla persona amata.”

Secondo me è molto importante quell’inciso “senza inopportune effusioni sentimentali”, perchè anche nella moderazione di tali effusioni risiede la differenza tra poesia e non-poesia. Con le effusioni sentimentali a ruota libera possiamo avere canzonette, oppure poesie di livello modesto sul piano estetico e artistico. Ma la  Poesia vera è misura, è dominio delle passioni legate alla vita terrena, è proporzione tra mente, anima e spirito, è armonia fra tutte le più nobili funzioni dell’essere umano.

Mi trovo concorde con Zavanone quando scrive, nella sua prefazione al libro, che “ per la Giangoia la scrittura, in particolare quella poetica, è un cammino verso la Verità. Un cammino difficile, a volte doloroso, di “un viandante inquieto” tra i segreti delle parole, “frammenti scampati al silenzio / voci strappate alla morte / che sanno ancora parlare” “nell’immenso vuoto dei secoli”….”E’ un libro, questo, in cui la meditazione profonda e sofferta, e la forte intonazione etica, non spengono, ma anzi esaltano il senso, il valore della vita, ce ne mostrano il volto mutevole, le angosce e le speranze, la realtà e il sogno, con immagini originali di rara intensità e bellezza e una perfetta costruzione e ondulazione del verso secondo i contenuti che veicola, con una musica che bene rende l’attesa e la speranza di un’anima.”

 

Nella seconda Sezione,  (Domus picta) , sono presenti sei poesie (Casa in vendita, Casa con giardino, Il melo, Gioia rara, Nel bosco intorno al Brugneto, Il papavero).

Un tema in primo piano è quello di un cambiamento di vita (“Ora bisogna decidersi / ad uscire dal passato”) anche rafforzando il rapporto con la Natura, qui rappresentato dal sogno dell’orto e del giardino, sogno da vivere ad occhi aperti, giorno dopo giorno, immersi nel presente che fluisce, in un mare di fiori e di piante “a testimoniare / fiducia nella vita: / niente al mondo è divino / come il profumo delle rose / al fresco della notte”.

Per Rosa Elisa Giangoia l’orto e il giardino rappresentano un rifugio ideale per il corpo e per l’anima, un luogo dove la vita le riporta le persone che ha amato, “ tutte qui / già sognate nell’illusione / dell’assenza:/ di qui potrebbero partire anche aquiloni / per i miei sogni.”. In Rosa Elisa Giangoia l’amore e la conoscenza dei fiori e delle piante, va di pari passo con la passione per la scrittura letteraria e per il latino. Certamente si tratta di due amori che si integrano a vicenda.

 

Le poesie della Terza Sezione  ( In viaggio) confermano le tematiche fondamentali dell’Autrice, come il senso di relatività delle vicende umane ( nella Russia sterminata, dove la storia avanza / in cerca di futuro e dove la vita quotidiana / è scritta sul viso / di quelli che incontri ); o come l’ammirazione per la  civiltà classica che nei secoli passati brillò in Grecia ( di cui ricorda “ la luce diffusa e tagliente” che rivela il passato e ridisegna la storia) ; o come la sua fede religiosa assoluta e intelligente, a  Santiago di Compostela, dove …La pietra scolpita del grande portale / rasserena / con il sorriso dell’apostolo giovane;/ dentro, al centro, lo sfolgorìo barocco / dell’oro dell’altare / esalta il cuore prezioso della fede.

 

Alla Quarta Sezione ( Vita) appartiene un mannello di poesie particolarmente profonde e meditative, dove si fondono armoniosamente letteratura, autobiografia, filosofia e fede religiosa. Qui l’Autrice si pone ancora più coraggiosamente in gioco in prima persona, meditando sulla vita terrena  e affacciandosi ( anche per noi lettori) al balcone proteso sull’eternità. I testi sono Vita, La vita e il tempo, La forza della vita, Quel che resterà, De felicitate, Momenti, Dalla finestra, Tramonto, Notti d’attesa,

 

Alla Quinta Sezione ( Scrittura) appartengono due poesie-manifesto, Scrivere e Parole, che sono come due confessioni, fin troppo modeste, da parte di un’affermata letterata e poetessa riguardo al proprio “metodo” ed al proprio operare. La Giangoia, infatti, come prima o poi capita agli  scrittori e poeti autentici, sente l’esigenza di collocare criticamente la sua particolare sensibilità e attività letteraria nei confronti dei più ampi registri dell’esistenza umana ( connotata, questa, da luci ed ombre con le quali dover convivere Forse mai come oggi il mondo è sembrato così…fuori di testa…).  Ma è meglio lasciare a lei stessa la parola in proposito, per assicurare la massima fedeltà al suo pensiero : ( v. pag. 62)

Scrivere

 

Per scrivere rincorro

col desiderio le parole in fuga

ed inciampo nei sogni.

Scrivo pagine d’ombra

che vestano il silenzio della vita

e sovrastino il rumore.

Quando alla sera il giorno trascorso

è poca cenere in mano,

soffro il peso della verità.

Per trovarla

sarò sempre viandante inquieto

che strappa segreti alle parole.

Non mi basterà fermarmi

nel grande castello del sapere

aperto sul giardino fiorito

della possibile felicità.

Vigilo l’istante

nell’attesa dubbiosa

di cantare, vestale del vero,

con altro respiro.

Verrà la notte,

madre dei poeti,

a prendermi nel suo grembo

a regalarmi un suono,

una parola felice,

un’immagine di vita.

 

Non è possibile evitare del tutto la tentazione di evidenziare un confronto ( se non un paragone) con i tanti “manifesti” poetici, letterari e artistici di cui sono piene le letterature europee ed extraeuropee, specie quelle del Novecento. Ma questo non è un  manifesto laico e assoluto di fronte ad un Infinito che non può che rivelarne la precarietà irrimediabile. Questa è, piuttosto, la coerente posizione di un poeta ed artista credente che si ponga, innanzitutto, come creatura transeunte, relativa, nei confronti dell’Eternità.

Di fronte all’infinitudine degli Universi, di fronte all’Eternità, i vari “manifesti” umani ( non solo di tipo letterario) possono solo far sorridere se presi troppo sul serio.

Fare letteratura, così,  significa tentare il massimo del possibile da parte del poeta : lottare, cioè, per mezzo delle parole, contro il vuoto e contro il silenzio.

Nella società tecnologizzata e meccanizzata dei nostri giorni, si potrebbe dire, anche, contro il vuoto e contro il fracasso.

 

Le ultime due Sezioni de “La vita restante”sono la Sesta, ( Memorie) e la Settima ( Femminilità). La Sesta comprende quattro poesie ( La memoria, Parentum memoria, Ai miei genitori, Felicità inevasa). La Settima contiene le ultime due poesie,  L’ape regina e Vorrei scrivere un poema, di cui ci siamo già occupati all’inizio .

Leggiamo la poesia  Parentum memoria, dedicata al padre e alla madre ( pag. 67 ):

“……..

Ora che il tempo per voi

non esiste più,

al di là dei giorni, dei mesi, degli anni,

ora che voi sapete tutto

di me, di voi, degli altri,

casualmente senza urgenza

e senza ragioni

possiamo incontrarci nel sogno…”

 

Per riprendere, nella poesia Ai miei genitori, il discorso che era stato interrotto dalla morte:

Le parole che non vi ho dette

non si sono perse

nel tempo che mi è mancato.

Sono rimaste assetate

nella brocca vuota:

il tempo distratto

ci ha tradito.

Le parole che non vi ho dette

stanno qui ad aspettarvi

sul bordo dell’anima,

custodite dall’amore.”

 

Numerosi Autori si sono già espressi in modo lusinghiero, sia su questo libro che su altri di Rosa Elisa Giangoia ( a partire dal citato Guido Zavanone e dal prof. Stefano Verdino, Docente all’Università di Genova, in sede di pubblica presentazione a Genova). Alludo a giudizi, dichiarazioni, lettere, recensioni sia su riviste che on line. Ricordo qui i nomi di Franco Casadei, Cinzia Demi, Liliana Porro Andriuoli, Benito Poggio, ma la lista è più lunga ( chiedo scusa se non li cito tutti).

Per quanto attiene, infine, alla mia persona, forse non sono stato esauriente, ma spero vivamente di essere stato almeno fedele all’Autrice, cioè di avervi fatto respirare, almeno in parte, l’atmosfera incantata, sospesa fra terra e cielo, che Rosa Elisa Giangoia sa evocare così bene quando scrive poesia.

Luigi  De  Rosa

 

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