Benito Poggio

Con un passato di insegnamento al Liceo Scientifico “Fermi” di San Pier d’Arena, vera fucina di personalità nei campi più diversi, Rosa Elisa Giangoia, scrittrice e poetessa nota e prolifica, ha pubblicato il suo ultimo lavoro (un vero e proprio poema e altri trenta vari componimenti) presentato, alla Fondazione De Ferrari, da Guido Zavanone (già Procuratore Generale al Tribunale di Genova, poeta raffinato oltre che autore dell’accurata e colta Prefazione) e da Stefano Verdino (docente all’Università di Genova, validissimo critico di larga fama). L’opera, nella prima parte, svolge un dettagliato racconto in versi scorrevoli dell’avventura di Salvatore, detto simpaticamente Salì, tesa alla grande evasione dal suo mondo piccolo e povero. Superfluo dire che l’opera sa subito accattivarsi la partecipazione sentita e la piena comprensione del lettore. Il protagonista, per voce della Giangoia, rievoca la propria avventurosa “historia”, espressa con insolita delicatezza di sentimenti e particolare capacità di penetrazione psicologica che non possono non incantare ogni lettore. L’opera ha un titolo indubbiamente accattivante: La vita restante e a chi legga “Emigrante”, l’affascinante poema che la apre, parrà chiaro che “la vita restante”, come si legge in chiusura, è la vita ancora da vivere – tanto per Salì quanto per l’autrice – e nel corso della quale si ripensa il tempo che è stato e le persone care che sono state; ma è anche la vita che avrebbe fatto ancora comodo al simpatico Salì, il nostro emigrante, per riannodare quanto, tra passato e presente, aveva vissuto “dall’altra parte del mondo”: significativo verso finale del poema che riecheggia l’espressivo “dalla fine del mondo” pronunciato da Papa Francesco nel giorno della sua intronizzazione. Il racconto si apre ad “Ellis Island” con “Genova” e “Cinna, il suo amore” nel cuore. I versi descrivono le vicende d’un antenato della poetessa che “solo al mondo e con pochi soldi/ cedeva al richiamo dell’avventura”: un va e vieni tra ricordi che si ammassano, vita faticosamente vissuta e memoria nostalgicamente rivissuta che riguardano l’ulisside Salì, “alto, bello e biondo” e “dallo sguardo azzurro della gioventù”, personaggio centrale ed emigrante tutt’altro che pavido e inerme, tutt’altro che disposto a subire la realtà in cui viene a trovarsi immerso. Salì è coscientemente introdotto nella lotta quotidiana e nelle più diversificate esperienze del vivere ed in esse – già assuefatto all’idea che, o prima o poi, debba ritornare nella sua patria – si dibatte e si dà da fare per vivere e sopravvivere nell’intricato e pericoloso melting-pot di New York, città in continua espansione e in continua evoluzione: da “caleidoscopio” e “crogiolo” destinata ben presto a farsi megalopoli e “foresta pietrificata” di edifici e grattacieli, ove “il mondo era dei furbi, dei più scafati”. Da emigrante Salì si trova nel pieno del mito industriale e, come tutti, ricerca indipendenza e autonomia economica; ma lui, il nostro Salì, non cessa un solo attimo di pensare anche alle persone care, in testa “Cinna il suo amore”, lasciate nella sua lontana Italia dalla quale “era partito solo per tornare”. Si tenga presente che la Giangoia, inseguendo e raccogliendo – al pari di novello Pollicino – le briciole di una documentazione antica e difficile da rintracciare perché risalente agli inizi del ’900, ha vivisezionato, e a fondo, il proprio complesso di ricordi indovinando e perseguendo, con spirito di verità e sentimento, la preistoria di Salì, ricercandone i momenti salienti della sua permanenza a New York, ricapitolandone e quasi rivivendone tracce, testimonianze e ricordi delle diverse età e delle inevitabili difficoltà nella vita di questo suo lontano antenato. Nelle trenta poesie della seconda parte lo scavo lirico si fa ancor più strettamente personale e assegna ai versi accenti di alta tensione emotiva e religiosa. All’inizio ricorda “Mino”, il marito scomparso, al quale la moglie-poetessa dedica delicatissime e dolcissime espressioni d’amore e passa poi alla “Casa nuova con giardino in Garaventa” e al “bosco intorno al Brugneto”. Ci dice dei suoi interessanti “viaggi” per il mondo, dei momenti pensosi, sereni o tristi della sua “vita” da “viandante inquieto” e “vestale del vero”, del suo forte legame ai “genitori scomparsi” e infine del suo desiderio di comporre un “poema”, che è poi… quanto in realtà ha fatto con “Emigrante”. Facile dimostrare che la Giangoia è poetessa di indiscutibile chiarezza lirica, la cui materia è la vita vissuta da altri e da sé, sempre narrata con gentilezza ed eleganza corroborate da indubbio sapore autobiografico.

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