03-Mario VIOLA (3)Mario Viola è nato nel 1961 a Volpiano, in provincia di Torino, dove tuttora vive. Ha fatto studi commerciali ed è impiegato in una grande industria torinese. Scrive poesie per passione dagli inizi degli anni ’80, ma ha iniziato a pubblicare solo dopo una decennio. La sua prima silloge è Portolani (Libroitaliano, Ragusa 1994), a cui seguono Rapsodie (L’Autore Libri, Firenze 1996), Fuochi fatui (Lineacultura, Segrate 2002), Strade del deserto (Lineacultura, Segrate 2005), Onora il padre e la madre (Bastogi, Foggia 2009).

La sua biografia con nota critica è stata inclusa nel nuovo Dizionario Autori Italiani del secondo Novecento (Helicon, Arezzo).

Gli sono stati assegnati numerosi premi letterari e riconoscimenti per la sua produzione poetica e sue poesie sono inserite in numerose antologie.

Della produzione poetica si è occupato soprattutto il critico letterario Ninnj Di Stefano Busà.

Sono quelle di Mario Viola liriche che partono sovente da una descrizione o da un recupero memoriale per aprirsi pgrazie allo spiraglio di un particolare, ad una dimensione visionaria che perlustra oltre i confini dello spazio e del tempo con la fantasia creativa impregnata di inquietudine esistenziale e tesa verso la ricerca di una libertà assoluta negli spazi dell’infinito.

Il tessuto espressivo oscilla tra testi di colloquiale limpidezza quotidiana e un inspessirsi dell’elaborazione metaforica lungo un itinerario poetico che mostra un costante arricchimento figurale ed una progressiva maturità nell’espressione formale.

Leggiamo qualche suo testo:

Da PORTOLANI

Venezia

agonizzante galeone

nelle onde sprofondi

i tuoi giorni

senz’anima

museo riflesso

vuote calli nascondi

in dipinte visioni

Venezia

maschera senza viso

VIOLA (2)

Infinito

Schiudere

come fiore

i tuoi petali

a liberare

profumi,

e penetrare

tenui essenze

di frutti

misteriosi,

e affondare

nella perpetua

limpidezza

d’una cometa,

e polvere

d’astri

a bere

vibrazioni

d’infiniti.

Da RAPSODIE

Etereo

 incrostazioni

di cera liquefatta

ricamano contorni

in profumo di luce

fuggendo in ragnatela

rugiadosa di gelo

fulgore

schiaffeggiante

di lapidi strappate

nella tela

all’alba

Buio

Immagine riflessa

In uno specchio d’acqua,

e tutto intorno

il buio continua

a seguire se stesso,

in quanto solo

il buio è solo

in se stesso.

Da FUOCHI FATUI

Arcipelago

vapori d’orizzonti fuggenti

a frotte di nubi incombenti

dipinte con sfumature d’astri

riflessi di sole nascente

su movenza a mosaico d’onde

in confini da frastagliata spiagge

infinite terre sparse sdraiate

come verdi oasi sul mare

a incontaminato cielo specchiare

la vita è un vago arcipelago

a formare l’anima del mondo

nell’assolutamente immenso

Luz de Lisboa

La luce è colma di stupore

corposamente luminoso.

Un’assoluta limpidezza

nell’azzurro sostenuto.

Scherzi di sole punteggiano

ogni figura che si muove

sotto questo immenso cielo

nel chiaro denso riverbero

della profondità oceanica.

Ogni scintillio è rapito,

anche quello più nascosto,

dall’anima estasiata da

tanta purezza della vista.

Estou so

ninguém ainda esteve,

oco dentro de min,

sem depois nem antes.

 

Da STRADE DEL DESERTO

Lungodora Firenze

Blues triste per bambino malato.

Lungo il muro il bambino si trascinava

sforzando le sue deboli membra,

ricordando l’erba calpestata

d’una corsa ormai interrotta.

Come un passero caduto,

prima ancora di poter volare,

il bambino guardava la strada

come il passero con l’ala spezzata

guarda l’infinito cielo.

Camici bianchi si rincorrevano

nei lunghi freddi corridoi

della casa del pianto,

il silenzioso vuoto dolore

si squarciò nella disperata speranza

d’un lontano sogno di bambino.

James Dean ritorna!

Urlavano i muri delle strade

e il bambino s’alzò per capire,

non tornò più nel letto,

con tutta la forza dei fragili nervi

oltrepassò la soglia del dolore,

uscì nel sole.

Blues d’un malinconico tempo andato.

Il tempo e la parola

fuori dalle rovine del tempo,

oltre gli anelli della mente,

si fa largo, fra foglie cadute,

inesorabile il destino fatale

la nostra muta realtà

arida come il deserto,

squallida come l’inedia,

triste come l’oscurità

la Tua infinita parola

semplice come la montagna,

limpida come il fiume,

sferzante come il vento

Da ONORA IL PADRE E LA MADRE

Nell’harem della fantasia

Cantami una canzone e narrami una storia,

voglio ancora perdermi nei tuoi paesaggi

fatti di miraggi emozionali e scoperte irreali.

Ricordo i miei viaggi sul tuo arcobaleno

mentre l’infanzia scivolava nei sogni solari.

Avventure immaginate su racconti fantastici

e momenti d’incondizionati liberi mari

slabbranti terre esotiche e levantine.

Nell’harem della fantasia mi muovevo lento

abbacinato dalle mille vicende da vivere,

strabiliato dalle correnti dei venti a sospingere

velieri su onde schiumanti di misteriosi confini.

E la dolce malìa della fata immaginifica che

conduceva per mano i miei voli dell’anima

mi proteggeva dall’aridità del mondo reale.

Succedeva che spesso mi perdevo sereno

in quelle costruzioni mentali che la regina

dell’infinito creava incessantemente

attorno alla mia vita protetta e delicata.

Ed ora che il tempo ha inaridito il sentimento

è più difficile spargersi sulle nuvole luminose

del cielo ed inseguire veleggianti albatri.

Eppure vorrei essere ancora prigioniero

nell’harem della maestra fantasia per poter

ancora respirare la speranza di finali felici

su tramonti di luce calda e colori accesi.

Sempre rimarranno sogni su pascoli del sonno

come essenza d’altra esistenza, migliore

di quella triste d’ogni giorno, anche se resta

il rimpianto per la potenza immaginale

d’un tempo andato e perduto senza sapere.

Nell’harem della fantasia s’è fatta largo

l’irrequietezza dell’inquietudine del paradiso

sconfitto in stagioni ormai di confusione.

Il sapore della malva

La pioggia è obliqua, scroscio su scroscio,

con un cielo così basso che porta umiltà.

I vecchi mormorano solamente in punta d’anima,

sono senza illusioni, hanno in due un cuore solo,

per aver troppo pianto gli occhi si perlano,

per aver troppo riso le voci si screziano,

se tremano un po’, è nel vedere scorrere

ineluttabilmente i ricordi del tempo passato.

Parlano della morte, come si parla d’un fiore,

guardano il mare, come si guarda un pozzo,

non si muovono più, i gesti hanno troppe rughe,

un giorno s’addormentano a lungo nei pensieri,

mentre si tengono per mano hanno paura di perdersi,

e si perdono, malgrado tutto, nel paese senza sogni.

La loro casa odora di timo, di lavanda,

d’insonnoliti libri e desueti verbi

dal sapore della malva.

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