margherita (2)Liliana Porro Andriuoli

Per le Edizioni Nemapress (Alghero-Roma) è apparsa, nel giugno 2014, una pièce in versi di Rosa Elisa Giangoia, dal titolo Margaritae Animae Ascensio (L’ascensione dell’anima di Margherita), che ha per protagonista Margherita di Brabante, “una donna del Medioevo”, resa immortale dallo splendido monumento funebre di Giovanni Pisano, che la ritrae nel momento in cui due angeli la conducono in Paradiso. Di quel capolavoro scultoreo oggi, purtroppo, poco resta; ma quel poco, tuttora visibile nel Museo genovese di Sant’Agostino (dove è stato trasferito negli anni ’70), è ancora capace di trasmettere, pur nella sua incompletezza, un’intensa emozione a colui che lo osserva: un’emozione probabilmente molto simile a quella che provò la stessa Rosa Elisa allorché, bambina di nove anni, condotta dal padre a Palazzo Bianco (dove a quell’epoca la statua si trovava), la vide per la prima volta. Il suo sguardo, scrive oggi l’autrice ricordando quella lontana mattina, “mi fece uscire dall’infanzia e mi arricchì di una nuova consapevolezza, che andò via via crescendo” nel tempo (Introduzione a Margaritae Animae Ascensio).

E fu proprio quell’emozione che condusse Rosa Elisa ad interessarsi “fin da allora alla figura storica” di Margherita ed oggi a ricostruirne, in questa bella pièce, la vita, che, attraverso uno studio attento e scrupoloso, mette in luce il giusto valore del suo impegno civile e del costante appoggio al marito, Enrico VII di Lussemburgo. Ella infatti lo sostenne nell’arduo compito di regnare su un grande impero e nell’opera di pacificazione delle opposte fazioni, sempre in lotta fra loro, consigliandolo in ogni occasione con grande saggezza. Molte furono le sue virtù, in particolare quelle di Fortezza, Giustizia, Prudenza e Temperanza (cioè le quattro virtù cardinali), che, personificate da quattro fanciulle, vengono qui a renderle onore, accanto alla tomba, proprio nel momento in cui, sorretta da due angeli, s’appresta ad ascendere al Cielo.

Ed infatti, quasi ad apertura di scena (la quale si svolge nella chiesa di San Francesco in Castelletto, il luogo dove, probabilmente, fu dapprima posto il monumento funebre del Pisano) troviamo, insieme ai due angeli che si dispongono ai due lati della tomba, quattro fanciulle (incarnanti appunto le quattro virtù cardinali) che vanno a porsi ai quattro angoli del sepolcro. Dapprima gli angeli invitano Margherita a destarsi per poter ascendere gloriosamente al Cielo, non senza però aver raccontato la propria vita, al fine di poter lasciare un ricordo di sé ai posteri. “Parla, perché non s’inveri la morsa dell’oblio / sopra la cronologia dei tuoi anni” la invitano in coro gli angeli, a cui fanno eco le quattro virtù: “scrolla la cenere dalla memoria”.

Cedendo a tali inviti, Margherita inizia così il racconto della sua vita, ricordando come le piacesse aggirarsi “nelle grandi sale / del castello” avito ed avvicinarsi a quei bei camini, soprattutto nelle fredde giornate invernali; ed ancor più come l’attraesse il giardino, con le sue rose (“che coglieva per adornare l’altare”) e con le digitali purpuree, “selvagge ed altissime nelle selve”.

Presto però il corso della sua vita mutò bruscamente; e fu a causa della contesa che si aprì per la successione (1283) al Ducato di Limburgo, che vide suo padre, il duca Giovanni I, in lotta con Enrico VI di Lussemburgo e che terminò con la battaglia di Worringen (1288). “A decidere della mia vita” ci racconta infatti Margherita “fu la dura giornata di battaglia / sui campi insanguinati di Worringen”, che vide il padre vincitore e Enrico VI, caduto sul campo, sconfitto. Giovanni volle però compiere opera di pacificazione, dando in sposa la propria figlia Margherita all’erede della Casa di Lussemburgo, un giovane “celta dallo sguardo fiero / dalla fluente chioma ondulata”.

Fu così che, sposando Enrico (il futuro Enrico VII), anche Margherita fu trascinata “nel vortice turbinoso della storia” e si trovò a dover condividere il “progetto di pace e di concordia per tutti” del marito ed a collaborare con lui per la sua realizzazione. Un’aspirazione, quella di costruire un grande impero, che porterà Enrico a seguire un’accorta politica matrimoniale per mezzo dei suoi tre figli, Giovanni, Maria e Beatrice (che si uniranno infatti con membri delle Case di Boemia, Francia e Ungheria) e che lo porterà a farsi eleggere re di Germania nel 1308 e successivamente a farsi  incoronare (6 gennaio 1309) ad Aquisgrana, “sul trono che era stato di Carlo” Magno. Fu inoltre tale aspirazione che lo condurrà ad intraprendere quel viaggio in Italia che risultò fatale a Margherita.

Ma procediamo con ordine e ritorniamo alla scena nella quale Margherita rievoca la sua vita di moglie, di madre e di regina, accanto a Enrico. È con voce sommessa che ella ricorda il giorno del suo matrimonio: “Quando mi sposai era Pentecoste / ed i narcisi bianchi ed oro / inondavano i prati della mia terra / … / Anch’io vestivo di bianco, ricamato d’oro”. Fu un matrimonio felice, il suo con Enrico, basato su sentimenti autentici e sinceri da parte di entrambi, sulla “reciproca collaborazione” e sul “mutuo sostegno”.

Fra i ricordi di Margherita vi è anche quello del giorno dell’incoronazione di Enrico ad Aquisgrana: “Fu bella la giornata ad Aachen, fredda, / ma luminosa di luce di buon auspicio”. Ella capì subito quale doveva essere il suo compito: aiutare Enrico “ad individuare / la traccia di Dio nella storia”. E così in tutti gli anni nei quali visse accanto a lui, lo assecondò nel suo sogno di pacificazione mirante al raggiungimento della concordia in Europa: un sogno che purtroppo per varie circostanze non poté avverarsi. Con riferimento al compito svolto da Margherita a fianco di Enrico, una delle Virtù, la Fortezza, precisa: “… sapevi che non era minima la tua parte / se volevi condividere l’ideale / di pace e di concordia per tutti / che illuminava la vita del tuo sposo”.

In tale “progetto” di pacificazione credettero anche molti italiani, tra i quali Dante, che pose Arrigo nel suo Paradiso, nella candida rosa dei Beati. Infatti nel Canto XXX Beatrice mostra a Dante un seggio vuoto su cui è posta una corona, che era destinato all’alto Arrigo.

Nel racconto della sua vita Margherita ricorda anche la sua discesa in Italia, accanto al marito: “Era tarda primavera, quasi estate, / ed io immaginavo l’inverno / quando la solitudine cantava con i lupi. / Lui cavalcava con i cavalieri su pesanti cavalli…”. Cosi come ricorda il giorno dell’incoronazione a Milano, in Sant’Ambrogio, dove Enrico ricevette la corona ferrea di re d’Italia e lei quella laurea (di alloro).

Ma, purtroppo, vennero anche i giorni degli scontri tra le fazioni opposte e i giorni che videro l’imperatore impegnato a combattere le città avverse, la più fiera delle quali fu Brescia, il cui assedio terminò con il saccheggio e con la morte del suo difensore, Tebaldo Brusati, fatto morire atrocemente da Enrico. A raccontare sulla scena la sua fine è lo stesso Brusati il quale però orgogliosamente rimarca come “furono i bresciani a vendicarlo”, quasi a voler riscattare lo scempio che del suo cadavere fece Enrico VII.

 

Nel loro itinerario verso Roma Margherita ed Enrico fecero tappa a Genova, “per suggerimento del cardinal Fieschi”; e vi giunsero dopo “un’altra aspra traversata di monti”, restando incantati dalla visione della città, che si presentò alla loro vista “bellissima, / nel luccichio del suo mare … / …/ inondato di luce nella calma meridiana”, rivelandosi così in tutta la sua magnificenza.

Genova fu però per Margherita l’ultima tappa del suo viaggio e della sua vita terrena, dato che in questa città si spense, uccisa dalla peste, nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1311. Anche Enrico morirà in Italia, dopo aver ricevuto la corona imperiale in San Giovanni in Laterano (24 agosto 1313).

Certo Margherita fu nel suo tempo una figura di non poco rilievo per l’opera che compì accanto al marito e pertanto appare giusto ricordarla, come ha fatto Rosa Elisa Giangoia, in un testo che si contraddistingue per la serietà della ricerca storica, nonché per la resa d’arte con cui è stato composto. E si tratta di un testo nel quale la narrazione procede veloce e avvincente, affidata com’è al dialogo tra la protagonista e gli altri attori che di volta in volta agiscono sulla scena, e che a lei si rivolgono, offrendole il modo di raccontare quella che fu la sua vita e valorizzando così l’impegno da lei profuso per l’espletamento della sua missione nel mondo.

 

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