Zavanone (2)

Rosa Elisa Giangoia

Già dal sottotitolo in copertina “versi trovati sulla riva come ciottoli, / raccolti a dare voce al senso d’una vita” la nuova silloge poetica di Danila Olivieri  RIl mio raccolto canto ci fa comprendere la differenza tra le parole e le cose, in questo caso i “ciottoli” che restano muti, mentre le parole, soprattutto se sapientemente combinate nella misura del verso, sanno “dare voce al senso d’una vita”. E proprio questo è l’intento dialettico che si snoda lungo tutto il percorso poetico di questo testo: guardare alle cose, alla realtà, e penetrarla con quella sapienza del cuore che solo la poesia sa cogliere ed esprimere, per trovare quel fil rouge che possa aiutare a scoprire il senso della vita, ma, direi in questo caso per la poetessa Olivieri, non il senso della vita in generale, ma quello specifico, individuale che riguarda la sua esistenza, all’insegna di quel mistero che ogni vita racchiude in sé e che chi la vive cerca con difficoltà ogni giorno di scoprire nel tormento del gioco delle luci e delle ombre, del positivo e del negativo.

Interlocutore privilegiato di questa ricerca di senso è il mare, soprattutto nella solitudine invernale (Io e il mare, d’inverno) che determina un rapporto esclusivo in una simbiosi tra l’autrice che si dice «fulgente delle mie avversità» e il mare «furente d’abisso», in un testo in cui la tramatura allitterante della consonante “f” crea una rilevatura di significato che lega la poetessa al mistero dell’immenso, rappresentato dal mare. Gioco allitterante che continua nella lirica successiva (I due volti del vento) con la lettera “t” per segnare un ripiegamento confortevole nella sicurezza domestica.

La prospettiva delle scene aperte tra mare e cielo, animate dal vento, rappresentano per la poetessa il luogo di questa sua ricerca di senso che si sostanzia della percezione dell’infinito: «Avvolta di sole e d’azzurro, / svelavo palpiti nascosti / e silenzi all’aperto scrigno / del mare e sui ciottoli scalzi / della battigia camminavo / in cerca di radici.» /

A scandire la ricerca è il tempo, quello a cui l’autrice rivolge l’accorata richiesta: «Lasciami, tempo / -lasciami ti prego- ancora per un poco, Lasciami, tempo». Il tempo, si sa, non basta mai e si vive nell’illusione di poterne sempre ancora disporre a lungo per poter raggiungere la verità, ma poi ci si deve confrontare con il limite ontologico dell’esistere nella vita degli altri, per cui anche per le persone più care, in questo caso – per la poetessa – la madre, sopraggiunge «l’aprile di partenza» (Potevi dirmelo) e ci si deve confrontare con l’inesorabilità del limite, perché «il tempo è giunco d’aria» (Il tempo).

La vita si snoda anche nell’intreccio con le persone amiche e con i famigliari, tra i quali per la poetessa interlocutore privilegiato è il figlio (La sera del libeccio, L’isola dei sogni) a cui rivolge parole di memoria e di speranza, di recupero del passato e di apertura al futuro.

Mai, però, le certezze diventano possesso stabile e sicuro: basta un imprevisto negativo, come la metafora de Il giorno della merla, per cambiare la situazione: «Tutto muta o si confonde, stamane. / Fuggono sofferte certezze / e le sfidate sommità dei sogni, / estranee come vette mai scalate – / oggi trasfigura il senso del vivere.» Può succedere di smarrire «l’antico sentiero» ed essere avvolti dal «silenzio del bosco», ma si possono poi sentire le «dita del vento» che «scrivono parole sulla pelle» (Missive dal bosco) in quell’eterna sospensione tra dubbi e certezze che percorre la nostra vita nella prospettiva incombente della morte: «La morte non è l’invisibile / a opporsi nell’aria / non è l’altra cosa» (L’altra cosa).

A incrinare la tensione della ricerca esistenziale contribuisco come parentesi confortanti le località turistiche visitate, da Parigi, risonante di musica (Musica a Parigi), a Colmar, colta nella luminosità «dell’aura del Natale», a Strasburgo, dove immagini inquietanti («il coltello dell’inquietudine», «l’urlo del boia / giustiziato con la propria mannaia», «il lamento del salice / curvo di dolore sulla Marna») lacerano «l’affollato fulgore / della favola di Natale». E poi la Languedoc, percorsa da inquietudini personali e memorie di dolore che affondano nel passato e il miraggio di Kebili, in cui la realtà si confonde con la speranza (Eden a Kebili) fino a tornare al paesaggio consueto, rassicurante (Il paese, Luglio), specie se nobilitato dalla filigrana delle memorie poetiche montaliane (Cinque Terre).

Una poesia ricca di contenuto, quella di Danila Olivieri, espresso in una forma poetica con ricerca di originalità e capacità comunicativa.

Danila Olivieri, Il mio raccolto canto, Montedit, Melegnano (MI) 2014, pp. 35, € 6,50.

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