libro (2)

Liliana Porro Andriuoli

Nella Collana “Chiaro/Scuro” dell’Editore De Ferrari di Genova, diretta da Guido Zavanone, è recentemente apparso un libro di Rosa Elisa Giangoia intitolato La vita restante, che reca una prefazione acuta e puntuale dello stesso Direttore della Collana e che costituisce una raccolta di versi stilisticamente compatta e di molto interesse.

Il libro si apre con un poemetto, Emigrante, ove si narra, con ricchezza di immagini e con scioltezza di versificazione, nonché con profonda simpatia umana, la storia di Salî (Salvatore), un giovane il quale, all’inizio del secolo scorso, parte da Genova per l’America, in cerca di fortuna, stabilendosi a New York e raggiunto, dopo anni di dura fatica, un soddisfacente benessere, fa ritorno in patria, per “ritrovare” se stesso e le sue radici.

Qui subito s’avverte che l’ispirazione è genuina, e che autentica è l’immedesimazione dell’autrice in colui che soffre in solitudine il distacco dagli affetti più cari, sicché le sue parole trovano il tono giusto e le espressioni più efficaci per rappresentare lo stato d’animo del protagonista: “… la notte gelava tra le braccia”; “Sotto i suoi piedi le pietre / risuonavano di solitudine”; “… bisognava guadagnarsi l’aria e la luce, / lungo le banchine dell’East River”; “Nei mattini ingialliti l’autunno / nascondeva le angosce del vivere”; ecc.

Con molte fatiche e molte sofferenze, Salî riesce tuttavia a conquistare il suo posto nel mondo e, dopo anni di duro lavoro, giunge per lui il tempo di “ritrovare” il senso vero della vita nella sua Terra di origine, dalla quale era dovuto partire, spinto dalla necessità: “Capì che era partito solo per tornare, / che aveva dovuto perdersi nell’ignoto / per potersi un giorno ritrovare…”. Ed è questo che ora Salî vede con chiarezza, dopo tanti anni vissuti in un paese straniero.

Nelle sezioni successive del libro la Giangoia affronta diverse tematiche, che emergono dagli stessi titoli: A Mino; Domus picta; In viaggio; Vita; Scrittura; Memorie; Femminile e che vengono da lei sviluppate in maniera coerente ed efficace.

Nella prima sezione tre poesie fanno idealmente seguito alla bella plaquette Sequenza di dolore (Fara 2010), scritta in occasione della scomparsa del marito, si aggiungono qui ora, sull’onda del suo ricordo, altre tre poesie che ne evocano, con accenti affettuosi e toccanti, la figura: “Certo, sarebbe bello saperti / dietro l’angolo della strada / seduto su una panchina, / ad aspettarmi. / Invece capiti nell’abbaglio / di un lampo di sole…” (1); “Per questo sei stato: / perché io ti potessi ricordare / ora che appartieni alle profondità / delle memorie mute” (2); “Tu ed io / ci ritroveremo nel nostro giardino / tra il melo e il ciliegio / quando saranno fioriti” (3). Sincero è il sentimento e felice l’evocazione di colui che non è più.

Domus picta, la sezione successiva, ha per argomento la casa, come luogo in cui si è gioito e sofferto ed in cui ogni cosa ci parla con la voce sommessa dei ricordi; dove ovunque ritroviamo le vestigia di coloro che abbiamo amato e che non sono più, ma di cui ancora avvertiamo la tangibile presenza: “Scegliere una casa / è ipotecare il futuro: / … / La vita mi riporta le persone / che ho amato, tutte qui, / già sognate nell’illusione / dell’assenza” (Casa nuova con giardino). Ed a distanza di anni, le immagini di quel passato, riaffacciandosi alla mente della poetessa, si tingono dei suasivi colori del ricordo e, pur tenendola sempre legata al tempo che fu (“Una luce rosata / sta nascosta dentro casa / nella malinconia della polvere, / ospite affettuosa in attesa. / Ora bisogna decidersi / ad uscire dal passato”, Casa in vendita), non le impediscono di guardare al futuro con rinnovata fiducia: “Voglio bene al melo del mio orto: / guardare l’azzurro del cielo / attraverso la tramatura / dei suoi rami in fiore / conferma la fiducia / nella vita che ritorna / dopo il gelo dell’inverno…” (Il melo).

La terza sezione, In viaggio, raccoglie poesie che parlano di viaggi compiuti dalla Giangoia in diversi paesi del mondo, come la Grecia, di cui sono evocati gli “ulivi di Delfi, / dove la luce diffusa e tagliente / rivela il passato / e ridisegna la storia” e le Meteore, un luogo “fuori dal mondo” in cui vive “chi ha cercato / la purezza dello spirito” (In Grecia). Così come vengono evocate le immagini di un viaggio in Russia, paese dalle immense pianure, attraversate da grandi fiumi, come il Volga, a navigare sul quale ci si sente trascinati “Tra passato e futuro” (Navigando sul Volga). Si vedano anche L’albero di Douze, località tunisina alle soglie del Sahara, sulla cui piazza campeggia un albero enorme, sicché chi vi giunge a sera, subito ne avverte la presenza e Santiago di Compostela, luogo di grande serenità, in cui già solo la vista della  “pietra scolpita del grande portale / rasserena” il pellegrino che vi giunge e lo fa entrare come in una nuova dimensione.

Vita è la più nutrita di queste sezioni. Vi compaiono poesie aventi per oggetto l’esistenza umana e le problematiche che essa suscita, sospesa com’è tra passato e futuro, essere e non essere; tra l’effimero e l’eterno, il finito e l’infinito. “Poco fa era mattina / e già di nuovo è sera. / … / Solo la sapienza del cuore / riconosce il senso / degli attimi oscuri / quando nell’azzurro luminoso / risuonano passi sicuri / verso il futuro” (Momenti). E ancora, in un crescendo di pensieri che investono il destino stesso dell’uomo, si leggano i seguenti versi: “Non sappiamo quel che ci porteremo / al di là dell’oblio / nell’eternità della memoria” (Quel che resterà); “Fuori del tempo c’è soltanto il sogno. / Chi lì si è incontrato / non può riperdersi” (La vita e il tempo); “In una di queste notti d’inverno /… / verrà il Dio che nasce / e che dovrà morire / … / Pregalo per la pace / tua e di tutti” (Notti d’attesa).

Le sezioni Scrittura e Memorie sviluppano delle tematiche abbastanza frequenti in poesia: quella dell’arte dello scrivere (“Per scrivere rincorro / col desiderio le parole in fuga / ed inciampo nei sogni. / Scrivo pagine d’ombra / che vestano il silenzio della vita / e sovrastino il rumore”, Scrivere) e quella delle memorie che evocano stagioni perdute e care consuetudini di vita: “Mio padre e mia madre / seduti sul masso nel bosco / sono solo più una fotografia / in fondo ad un cassetto. / … / Ci si può ancora parlare, / in un linguaggio tutto nostro: / serve per resistere / nella speranza, / senza troppo soffrire” (Parentum memoria); “Le parole che non vi ho detto / non si sono perse / nel tempo che mi è mancato. / … / Le parole che non vi ho detto / stanno qui ad aspettarvi, / sul bordo dell’anima…” (Ai miei genitori).

L’ultima sezione, Femminile, contiene due poesie: L’ape regina e Vorrei scrivere un poema. Nella prima è descritto con grande efficacia il volo nuziale dell’ape regina; un volo che, pur nell’esaltazione della vita, ha il suo risvolto tragico, dal momento che il fuco muore. Né vale a compensare quella morte il fatto che le altre api vengano incontro all’ape regina, in “un volo di scintille d’oro”.

Nella seconda poesia, Vorrei scrivere un poema, c’è l’aspirazione di ogni poeta di compiere l’opera perfetta, che duri a lungo nel tempo: “Vorrei scrivere un poema / che somigliasse ad un albero altissimo / vivo e sempreverde / … / un poema che si potesse percorrere / con gli occhi e con il cuore”. Si tratta in fondo di un’aspirazione legittima; e noi crediamo che alla nostra autrice non manchino le attitudini per realizzarla.

Rosa Elisa Giangoia, La vita restante, De Ferrari Editore, Genova 2014, € 12,00

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