Adele Desideri

libro (2)Rosa Elisa Giangoia è poeta, narratrice e saggista. Studiosa di gastronomia letteraria, raffinata latinista – collabora alla redazione della rivista SATURA.

Nel 2014 ha pubblicato il testo teatrale Margaritae Animae Ascensio, e il suo secondo libro di poesie, La vita restante (Deferrari).

Quest’ultima opera indica, in primis, ciò che resta, nella memoria dell’autrice, dopo gli anni trascorsi assieme al marito, spentosi ormai da diverso tempo: “Certo, sarebbe più bello saperti/ dietro l’angolo della strada/ seduto su una panchina,/ ad aspettarmi./ Invece capiti nell’abbaglio/ di un lampo di sole/ che entra in casa inaspettato/ all’improvviso,/ forse per tenerti fuori dal tempo,/ ad un passo dal niente.//” (pag. 32).

E restano – oltre la perdita – le sequenze lunghe dell’accettazione del dolore, dell’attesa, illuminata da una profonda fede, dalla certezza di un nuovo incontro nella dimensione dell’eternità, ove è solo pace e gioia infinita: “(…) sentiremo una forza sconosciuta/ di slancio verso il cielo./ (…)/ (…) la morte non ci farà più paura/ perché la vivremo insieme,/ non più tra le spine del cuore.//” (pag. 34).

Una Presenza vicina e lontana, una Presenza-Assenza avvolge, in seguito, le immagini della sezione Vita, che della morte, in realtà, traccia il volto. Vita e morte così si intersecano, confliggono, e si chiariscono a vicenda, in un’onda di malinconico lucore che tracima – e salva dal gorgo risucchiante del nulla: “Non sappiamo quel che resterà/ quando con uno strappo lacerante,/ ma forse non doloroso,/ in un giorno qualunque,/ (…)/ in un momento imprevisto,/ ma certo non inatteso,/ sfilandosi dal viluppo del corpo,/ ognuno di noi ridisegnerà se stesso/ nell’immateriale purezza/” (pag. 53).

Si sente forte il canto del Qohelet, l’oscillare dell’uomo religioso tra dubbi e bagliori di fiducia, mentre trema e si divincola nella ricerca, mai sazia, di Dio. Un canto reiterato, ostinato, commosso.

Giangoia riprende le tonalità dell’Ecclesiaste e le conferma sue, in un dettato autentico, sobrio, generoso di metafore tratte dal regno della natura e da quello dello spirito: “Soffro la nostalgia delle cose impossibili/ quando la polvere dell’assenza/ mi seppellisce l’anima:/” (pag. 58); “quando saranno cessati per sempre/ gli spasimi del quotidiano./” (pag. 54), “Svanirà la vanità del giorno/ e si dileguerà il rimorso della notte:/ nello sposalizio con l’eterno inseguiremo/ la conferma della vita oltre la vita.//” (pag. 54).

La sezione Memorie ritorna, con maggiore serenità, al passato remoto – al padre e alla madre – alla vicenda personale di inevitabili lutti, che diviene saggia e quieta tenerezza, letta attraverso i volti impressi sulla forse sbiadita fotografia, custodita in un cassetto; diviene gentilezza d’animo, capace di provare sentimenti acri – e di godere, però, delle piccole ordinarie fortune. Almeno nei misteri del sogno si avvera, allora, la comunione spirituale tra chi è ancora in viaggio e chi ha terminato il proprio cammino sulla terra: “casualmente senza urgenza/ e senza ragioni/ possiamo incontrarci nel sogno./ Un’orfica smisurata/ distesa bianca d’asfodeli/ in un abisso di silenzio/ ci separa/ nell’immensità del rimpianto./ Ci si può ancora parlare,/ in un linguaggio tutto nostro:/ serve per resistere/ nella speranza,/ senza troppo soffrire.//” (pag. 67).

Si differenziano, inoltre, rispetto ai temi fin’ora trattati, la prima e l’ultima sezione del libro, che si apre con Emigrante, e si chiude con Femminile.

Nel poemetto Emigrante Giangoia racconta la storia di Salî. Il 13 aprile del 1903 – “(…) insieme a tanti altri, di molti paesi,/ che trascinavano sfasciati bagagli di pena,/” (pag. 14) – Salî sbarca a New York, dal piroscafo Equità, per tuffarsi in una desolata avventura, in un mescolio di lingue, dialetti, costumi, cibi sconosciuti – ricco solo di povertà e di nostalgia nei confronti del paese natìo: “Mise un lucchetto fatto sulla misura del cuore/ ai sentimenti che ritmavano il sangue/” (pag. 15).

Lo stile è graffiante e insolito, per Giangoia – scrittrice di temperata formazione classica – qui molto abile nel ricostruire, con impietoso realismo, i più cupi anfratti di New York – di Little Italy – all’inizio del Novecento; il lavoro duro dell’umile manovalanza, il clima dei bordelli, delle sale da gioco, dei dormitori: “Alla sera sembrava sempre/ d’attraversare la soglia del mondo/ per potersi addormentare.//” (pag. 22).

Si avverte, nei versi di Emigrante, l’eco delle calde melodie tradizionali partenopee (Te voglio bene assaje), fuso con il ritmo sincopato del Foxtrot, con il timbro multiforme e imprevedibile del Jazz. E tuttavia la musicista – la poeta, Giangoia – è cresciuta forse nelle atmosfere di Bach, di Mozart, di Beethoven. Al ritorno in Italia – quando “Salî stupito camminava per le vie/ che non credeva più di riconoscere,/ mentre l’occhio si posava su vetrine/ piene di cose che non sapeva di aver perso./” (pag. 28) – i bizzarri, frizzanti suoni della stranita America lasciano spazio, infatti, a un leggendario adagio per pianoforte e archi, nel quale si annida remissiva la delusione: “Capì (…)/ che aveva dovuto perdersi nell’ignoto/ per potersi un giorno ritrovare,/ ma che ci sarebbe voluta tutta la vita restante/ per fare un rapporto dettagliato/ che desse senso e valore/ a quanto aveva vissuto/ nella pienezza dell’altra parte del mondo.//” (pag. 29).

In Femminile Giangoia narra – con un respiro ampio, epico, magistrale – il volo nuziale dell’ape regina: “si univano in volo,/ precipitavano insieme soffiati dal vento./ Ed era tra i due una sola dolcezza,/ nell’inconsapevole ansia della morte./ Poi calarono giù pian piano,/ stretti e tremanti,/ ad ali chiuse,/ quasi due gocce di miele/ in un’unica goccia./ Quando la regina aprì gli occhi/ vide l’eletto ormai spento./ Restò sola nello spazio immenso./ Smarrita, ritrovò l’olmo, i tigli vicini,/ il roseto fiorito di bianco,/ il rosmarino acceso d’azzurro./ Per terra, tra due fili d’erba,/ giaceva qualcosa che era stato qualcuno./” (pag. 73).

Sono versi incisivi, segnati da una sensibilità attenta ai minimi dettagli del segreto fluire dell’universo, da un delicato e struggente erotismo, da un’elegante istanza femminile.

Poliedrica ma coerente, Giangoia ribadisce, infine, una lettura metafisica della restante vita: “Quando alla sera il giorno trascorso/ è poca cenere in mano,/ soffro il peso della verità./ (…)/ Verrà la notte,/ madre dei poeti,/ a prendermi nel suo grembo/ a regalarmi un suono,/ una parola felice,/ un’immagine di vita.//” (pag. 62).

La notte, la madre, il grembo, il suono, la parola.

La donna, il suo complemento.

Il Dio della Bibbia: padre e madre.

Tutto converge, tutto qui trova precise, armoniche forme e cadenze, tutto s’innalza lungo e oltre quel cielo che è confine – e limite – per l’umano sentire.

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