margherita (2)Rosanna Marcenaro

Nella recente opera di Rosa Elisa Giangoia intitolata Margaritae Animae Ascensio (Edizioni Nemapress, Alghero-Roma 2014), un atto unico d’argomento storico, rivive la nobile figura di Margherita di Brabante, la giovane sposa di Enrico VII di Lussemburgo, l’ultimo imperatore  sceso in Italia per restaurare la supremazia imperiale sulla penisola, dilaniata dalle continue lotte tra Guelfi e Ghibellini, sconvolta da intrighi e nefaste ambizioni di signorotti e, per dirla con Dante, «non donna di province, ma bordello».

Spinto dall’ideale, già dei suoi predecessori, di un impero universale garante di pace e giustizia fra i popoli (ideale, com’è noto, esplicitamente  teorizzato da Dante all’incirca negli stessi anni nel De Monarchia), fiducioso nell’appoggio dei gruppi ghibellini più fedeli, dà inizio all’impresa e in essa Margherita lo sostiene e lo accompagna devotamente, in un viaggio lungo e irto di difficoltà di ogni sorta, che la stroncherà in ancor giovane età (morirà a Genova, nel 1313, si pensa di peste, contratta dall’esercito all’assedio di Brescia).

L’autrice, con fedeltà alle fonti storiche e con un registro stilistico alto confacente alla situazione drammatica, ma sempre sobriamente calibrato, ripercorre le vicende temporali di Margherita di Brabante attraverso le parole che le fa pronunciare dal sepolcro da cui si leva, alternate ai brevi  commenti, che ad  esse si affiancano, dei  “personaggi” posti di fronte: Tebaldo Brusati, signore di Brescia, due Angeli, le Virtù Cardinali (Fortezza, Giustizia, Prudenza, Temperanza), quattro Fedeli.

Talora interloquisce anche un Diavoletto che, nascosto dietro la tomba, a tratti sbuca fuori con petulante vivacità. Vengono così rapidamente rievocate l’infanzia e la prima adolescenza nel castello paterno, poi il matrimonio appena diciassettenne con Enrico di Lussemburgo, che Margherita accetta con chiara consapevolezza del suo ruolo regale e nel quale manifesterà sempre piena dedizione al marito fino a seguirlo nella discesa in Italia. Qui lo aiuterà non solo con la sua presenza, ma probabilmente anche attraverso contatti diretti e/o epistolari con nobildonne ghibelline (forse anche con Dante?); mostrerà il suo intenso impegno cristiano nelle opere di pietà rivolte a poveri e derelitti in più occasioni durante le tappe del viaggio; in particolari momenti cercherà di moderare, seppur invano, i furori guerreschi dell’imperatore (come la sua sete di vendetta contro il signore di Brescia dopo la conquista della città); capirà prima di Enrico l’errore politico (che lui non saprà evitare) della deviazione verso Genova, dove lei troverà la morte.

Protagonista assoluta di quest’opera, Margherita di Brabante interessa a Rosa Elisa Giangoia non solo per la sua grandezza di regina, ma soprattutto, direi, per la sua dimensione di donna dotata di  profonda sensibilità e spiritualità, che si estrinsecano nell’esercizio delle più alte virtù umane.

L’esemplarità della sua figura emerge con sempre maggior evidenza nel corso del racconto e tocca il suo apice quando l’autrice, con felice scatto inventivo, affida Margherita ai due Angeli, affinché la trasportino nel regno dell’eternità, fuori del tempo e dello spazio storici. Nella rievocazione della Giangoia, Margherita di Brabante, mentre suscita nel lettore lontani ricordi storici, contemporaneamente commuove per la ricchezza della sua vita interiore, dove il senso cristiano della vita e la speranza in un mondo ultraterreno di pace definitiva e condivisa costituiscono, al di là delle doti regali, le note dominanti. Non mi sembra esagerato affermare che nel momento culminante dell’ascesa al cielo, la sua figura appare circonfusa da un alone di santità, quale si addice a un’anima privilegiata  per i suoi meriti dal Creatore. E questa figura, sebbene così lontana nel tempo, può comunque pur  sempre costituire –  questa mi sembra l’interpretazione della Giangoia – un “modello” di riferimento per quanti sentono il “limite” di una vita chiusa nei soli orizzonti terreni e aspirano a valicarlo per un “oltre” diverso, che, se ai giorni nostri, dopo secoli di travagli e di crisi, può risultare più ignoto e misterioso, agli animi degli uomini e delle donne del Medioevo si configurava in modo incontrovertibile nei termini definiti dalla dottrina teologica della Chiesa, (com’è ben evidente nella Commedia dantesca. ). Voglio solo dire che il “cammino della fede”, per così dire, era allora meno accidentato.

Per concludere: nell’opera  Margaritae Animae Ascensio Rosa Elisa Giangoia  è riuscita fondere, con notevole felicità creativa, prospettiva storica e messaggio religioso cristiano, sollecitata, come lei stessa dichiara nell’introduzione al testo, dalla scoperta, nell’infanzia, della bellezza artistica nel monumento funebre di Margherita (allora a Palazzo Bianco, oggi al Museo di Sant’Agostino ) e poi dal successivo interesse, maturato in lei, per questo personaggio. Interesse che nel corso dell’opera, si rivela, a ben guardare, come una vera e propria sintonia con la personalità della regina, ma come ho già detto, soprattutto della donna. Una donna del Medioevo che aveva già lasciato di sé duraturo ricordo negli uomini dell’epoca, se oggi la vediamo, come la vediamo, mirabilmente immortalata nel marmo da Giovanni Pisano.

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