Morando (2)Rosa Elisa Giangoia

 Questa terza silloge poetica di Isa Morando si arricchisce di una sezione in cui sono  raccolte alcune liriche di suo fratello Egidio (Isa Morando – Egidio Morando, …  et fuga temporum, Città del silenzio edizioni, Novi Ligure 2014, pp. 123, s.p.), che in  una nota si dice poeta dalla scarsa produzione e soprattutto dotato di molta autocritica  che “definisce insopprimibile istinto di eliminazione del superfluo”, per cui, pur avendo  messo insieme nel corso della sua vita un certo qual numero di componimenti poetici,  ne pubblica qui per la prima volta solo una piccola scelta.

 Come ci dice il titolo, l’elemento che unifica i testi dei due autori è la percezione del  fuggire del tempo, indicata con efficacia e precisione dall’espressione oraziana. È quella  sensazione che si prova quando si avverte l’accorciarsi della personale prospettiva temporale, per cui si sente quanto il tempo sia prezioso, tanto che lo si vorrebbe in qualche modo recuperare e preservare, progettando di usare quello che rimane con maggior oculatezza e consapevolezza.  In questo la poesia, certo, aiuta. Infatti, fermando il quotidiano nella forma compiuta della creazione letteraria, si recupera e custodisce il tempo, nell’unico modo possibile, grazie all’oggettivazione letteraria, sottraendolo alla fuga temporum. Il tempo è silenzio, non ha voce, ma proprio i poeti possono riempirlo di suoni, di voci, di armonie per «coniugare l’ora e l’infinito» (Ipogeo mediterraneo). Custodire il tempo, preservare certi momenti della vita dall’oblio, recuperare il passato sono gli elementi caratteristici della poetica di Isa, per quello che definisce «un disperato amore per la vita» (Caro amico ti scrivo…). La sua è una prospettiva minimale in cui momenti e memorie ritrovano vita nella parola poetica: «nella nebbia del pensiero / non coltivo ambizioni, se non quella / – che ambizione non è – di confessare / a una cerchia di amici il mio sentire, / chiedendo alle parole di tradurre, / senza tradire» (Caro amico ti scrivo…). Per questo la poesia di Isa è soprattutto un emergere di ricordi («Solo i ricordi. L’ultima difesa», L’attesa), in un caleidoscopio di fatti, situazioni, immagini, episodi, voci, persone, incontri: sono le «res quotidiane» da cui Isa, riscattandole dall’oblio, con grazia ed abilità, sa far nascere la poesia («La poesia dei fatti impercettibili, / il richiamo dell’insignificante, / il legno che ti salva dal naufragio» (…verba sequentur). Una dichiarazione di poetica sommessa, per una poesia elaborata per raggiungere il difficile traguardo di quell’apparente semplicità, nitidezza ed efficacia espressiva che i classici ci hanno insegnato e che in realtà è armonia ed equilibrio. Tono poetico che Isa, per la lunga frequentazione dei classici per gusto personale e ragioni professionali, ha ben appreso, come testimoniano molti versi di grande purezza ed intensa forza espressiva che non possono non riportarci a Leopardi nella perfetta compostezza dell’endecasillabo, un esempio per tutti: «Lontano il mare, incanto senza tempo /di casto azzurro sotto il cielo chiaro» (Incontro). La poetessa ha certo consapevolezza di questo suo rapporto privilegiato con i classici e quasi se ne scusa, definendolo un «vezzo senile – meglio, un vizio -» di «citare anche a sproposito parole / dei grandi che mi hanno accompagnato / in lungo corso d’anni» (Voi (Adriana, Laura, Lucia). Ma questo rapporto è più intenso e profondo, perché va al di là del piano formale ed espressivo e diventa anche capacità di leggere il presente alla luce del passato (La grande bellezza), di rievocare immagini letterarie con parole di rara grazie (Ofelia) e di far rivivere figure del passato in un efficace intreccio di memorie letterarie (Il giorno dell’Europa a San Benedetto).

La poesia di Isa Morando rappresenta un riuscito tentativo di mettere in poesia la quotidianità, penetrandola nei suoi significati reconditi, perché ogni attimo di vita, ogni esperienza ha in sé un messaggio, una verità da comunicare agli altri in un dialogo ininterrotto fino al ringraziamento finale ai lettori (Grazie) che hanno percorso le parole della sua “piccola storia quotidiana” trovando consonanze di sentire per la capacità della poetessa di esprimere quello che anche altri provano senza trovare le parole efficaci per dirlo.

Egidio Morando per questa sua breve silloge dice di aver scelto tra le sue poesie «le più sincere: o, meglio, quelle che mi danno ancora qualche emozione, letteraria o sentimentale». La scelta si può considerare senz’altro felice, perché quelle raccolte nel breve canzoniere sono poesie coinvolgenti, che ci introducono con partecipazione nel mondo dell’autore. Ci sono anche da parte sua riflessioni sul tempo che inesorabilmente fugge, che lo portano a considerazioni realistiche («Non è il tempo a scorrere; / è la vita che scorre, anzi fugge») e a interrogativi inquietanti («È già l’ora?», (Tempo finito)) nella consapevolezza dell’inesorabile limite dell’esistenza umana, anche se La meridiana «non scandisce, né determina / l’istante della morte: / solo lo pubblica – notaia cieca – / con la sua freccia mai scoccata».

Sono, questi di Egidio, testi che aprono un mondo di riflessioni piuttosto amare e disincantate, come in Sogni, in cui l’autore compie una revisione della vita all’insegna della disillusione, senza salvare quasi nulla, o in Bandiere, anche qui nell’ottica di un forte pessimismo che non prospetta ideali a cui votarsi o per cui impegnarsi. La vita pare per il poeta sottoposta alla precarietà per cui «tutto muta nel tempo / salvo l’orientamento della pista» (Orme), ma purtroppo anche questo orientamento sembra vanificarsi in una prospettiva priva di consistenza, in quanto si perde all’infinito. A consolare il poeta in questa generale disillusione sembra sia il fatto che le sue giornate, e così le sue poesie, sono popolate di persone, identificate con i loro nomi, che «il poeta, anzi il cronista, / che non ha niente da fare» osserva e puntualizza con un’ironia sostenuta da saggezza esistenziale e velata malinconia con quella fiducia nella parola poetica che lo sostiene e che lo porta anche a dare suoni e rumori alle immagini, bloccate nel silenzio (Due pittori) e a tratteggiare Paesaggi con penetrante finezza e felice inventiva.

A chiudere la sua breve silloge Egidio Morando pone un testo originale anche per il suo tono retrò (INDAGINI e CONGETTURE sul DECESSO di una FEMMINA di CAPRIOLO e sulla NASCITA STRONCATA della sua CREATURA) in cui, con tono ironico-disincantato e con il distacco che deriva dal pudore per aver gettato l’occhio nell’attimo fatale, riflette sul nodo misterioso che separa il vivere dal non esistere.

 

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