libro (2) di Luigi Martellini

Mi giunge l’ultima raccolta di versi di Rosa Elisa Giangoia intitolata La vita restante (Genova, De Ferrari, 2014). Nonostante la sua vena narrativa (ricordo i suoi romanzi e i racconti), quella della poesia appare una scelta e una frequentazione capaci di dare voce a quella che potrebbe essere definita, penso, una vocazione segreta, intima, che meglio permette all’autrice di argomentare sull’esistenza. E di questa esistenza-vita la Giangoia ci consegna, ora, ciò che (per lei) resta, quasi fosse una sorta di bilancio (provvisorio o definitivo?) dal momento che molte “cose” se ne sono andate, partite, allontanate e lo spazio di un tempo perduto aumenta a discapito di un tempo che rimane e che è, se misurato, leopardianamente sempre più esiguo e ristretto. L’unica possibilità è forse un colloquio con ciò che stato, se non addirittura con ciò che, gozzanianamente, poteva essere e non è stato.

Ma restare significa anche fermarsi un attimo, trattenersi un momento, rimanere ad attendere, perché il tempo non scompaia definitivamente. Lo si può fare attraverso la memoria: “Tutto, tutto, tutto è memoria”, diceva Ungaretti e solo così si riesce a percepire quel “sentimento del tempo” di cui il poeta molto ha scritto che altro non era che il “sentimento della morte”. Ricordare, così, recuperare le assenze del tempo equivale ad un ritorno alle origini, a rimettere in vita ciò che non c’è più, a ritrovare l’innocenza perduta, rianimare di presenze le irrimediabili assenze.

Tutto assume allora un significato diverso, fin dalla prima sezione del volumetto. Dietro la figura dell’emigrante, al quale è legato il contenuto del poemetto d’apertura, si intravede la simbologia dell’avventura marina a seguire onde e gabbiani nei topoi del partire e del ritornare (si pensi al pavesiano Mari del Sud), dell’osare e dello sperare, senza confini, negli spazi del tempo, tra presente e passato, timori, paure, libertà, dove nei frammenti di vita e in un mondo senza memorie si cerca l’enigma (insolubile) dell’esistenza, nella nostalgia, nell’angoscia, nella tristezza. Vi si narra di un giovane, ormai vecchio, colpito e trasportato dal vento (un segnale ricorrente di scrittura) che lo accompagna, che lo fa andare e lo riporta a casa (partire per ritornare, dunque), che lo travolge nelle soste e nel percorso, che lo appesantisce nel muoversi, che lo taglia dentro, caduta la speranza di fronte al nulla. Un vuoto mondo.

La stessa cosa si potrebbe dire anche della sezione dedicata a Mino, un’altra figura assente, perduta  per sempre, che non attende più la sua compagna “dietro l’angolo della strada / seduto in una panchina”. Di lui resta solo un “lampo di sole / che entra in casa inaspettato / all’improvviso”, rimanendo “fuori dal tempo”, in quel “niente” in cui è precipitato: “ora che appartieni alla profondità / delle memorie mute”, che “dorni in silenzio dentro quella notte / che io non conosco ancora”, scrive la Giangoia e “di tutto quello che è stato / non rimane neppure la voce”. Con la speranza, mai venuta meno (nei testi della sezione) di ritrovarsi un giorno insieme in un giardino celeste, per ricomporre la paura della morte.

Anche le due sezioni Domus picta e In viaggio mantengono simbolicamente il campo semantico della staticità (la prima) e del movimento (la seconda). Ovvero da un lato la casa vecchia (venduta?) e la casa nuova (comprata?), nella metamorfosi dei luoghi, tra passsato e futuro, infanzia e sogno, cenere dei giorni e pietre che costruiscono la vita per ridarle un colore, e dall’altro il viaggiare, fuga dal mondo, tra acque e venti (la mobilità), segnali iniziali di quell’emigrazione da se stessi, fuori dal tempo, fuori dallo spazio, tra una leggenda e una stella.

Le riflessioni sulla Vita che vengono subito dopo confermano questo percorso. Tempo, felicità, momenti… scandiscono quella che Giangoia chiama “la barca della mia vita”, il “tempo del cuore” ed il “sogno fuori dal tempo”, la “parabola dell’esistenza”: ungarettiani momenti – dicevo –  di sdoppiamento dal “viluppo [termine montaliano] del corpo” all’ “immateriale purezza” di un’altra esistenza che oscilla tra l’oblio e la memoria: Quello che resterà, vale a dire La vita restante), si legge, “dissolverà ogni umano dubbio / sull’eterno e sul nulla / allora soltanto per sempre / avrà avuto un senso il morire / ed anche l’aver vissuto”: l’infinito nulla eterno del Recanatese.

Scriveva Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto sa un raggio di sole: / ed è subito sera”. Scrive la Giangoia: “Poco fa era mattina / e già di nuovo è sera”: e più sotto la parola “cuore” (il raggio di “sole” lo avevamo incontrato già in Mino) richiama, nel modello del poeta siciliano, all’estrema sintesi dell’esistenza.

Giungiamo così alle tre sezioni ultime della raccolta (Scrittura, Memoria, Femminile) dove la memoria nello svolgersi del tempo (passato, presente, futuro), ma ricordo l’agostiniano presente del passato (la memoria), presente del presente (la visione), presente del futuro (l’attesa) che non solo richiamano l’iniziale ciò che poteva essere e non è stato (“Le parole che non vi ho detto / […] / nel tempo che mi è mancato” del testo Ai miei genitori), ma confermano che l’esistere altro non è che l’enigma di se stesso.

Guido Zavarone nella parte finale della sua prefazione a La vita restante afferma: “[…] ci accomiatiamo, ammirati, da questo libro in cui la meditazione profonda e sofferta e la forte intonazione etica non spengono, ma anzi esaltano il senso, il valore della vita, ce ne mostrano il volto mutevole, le angosce e le speranze, la realtà e il sogno: con immagini originali di rara intensità e bellezza e una perfetta costruzione e modulazione del verso secondo i contenuti che veicola; con  una musica che bene rende l’attesa e la speranza di un’anima”.

È dunque un mondo perduto, quello della Giangoia, un mondo pieno di cromatismi, di percezioni sensoriali, visive, olfattive che investono l’involucro della nostra esistenza. Sotto l’involucro, all’interno, un vuoto sconsolato, incolmabile, un’esistenza da recuperare, insieme al filo d’Arianna delle vita. In quel mondo dai toni crepuscolari, tra oggetti e cari ricordi (magari conservati coperti di polvere nella soffitta del tempo), memorie perdute e segnali di ritrovamenti che consentono alla scrittrice di mantenere la speranza e di restare aggrappata al sogno: il poeta Giangoia, nel significato (Erodoto) di “creatore di un poema”. La scrittura, allora, assume quest’ultima volontà (vorrei scrivere un poema) e diventa anima, anelito, affinché possa trasformarsi in labirintici specchi, in una sorta di topografia, all’interno della quale, muovendosi, possa ritrovare la vita.         

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