Rosa Elisa Giangoia

Bello ed elegante il nuovo libro di Carla Caselgrandi Cendi, Coni d’ombra in controluce (2013), impreziosito dalla riproduzione di dipinti di Lia Foggetti, sempre rispondenti alla tensione delle liriche, ma soprattutto un libro ispirato e profondo, che dimostra una climax intellettuale e morale della poetessa, attiva da oltre trent’anni, ormai con una quindicina di raccolte poetiche.
La caratteristica di questo testo è l’unitarietà dell’ispirazione che induce l’autrice a scrivere, a cui si accompagna una tonalità espressiva persistenze, sempre efficace e funzionale al sentire e all’intenzione della poetessa. Potremmo definire questo testo profetico e sapienziale, in quanto la Caselgrandi, proprio come gli antichi profeti veterotestamentari, osserva con occhio critico ed animo indignato la degradazione morale del presente che, a suo giudizio, investe «i rapporti istituzionali e umani» e soprattutto sente «su di sé pesare l’onere della responsabilità» per cui non può «restare inerte di fronte allo sfacelo», ma capisce di dover «costruire un argine sperando di salvare qualcosa».

Il presente è quello in cui ancora vive il ricordo della Shoa, in cui vibra la memoria di Falcone e Borsellino, ma anche si evidenziano mali tipici dei nostri giorni (camorra, delocalizzazione, mancanza di lavoro, violenza contro le donne ecc.). Da questa indignatio di classica memoria nasce la poesia di questo libro, che, però, appunto a differenza dei poeti latini (in particolare Marziale e Giovenale) che se ne fecero protagonisti di fronte alla situazione del loro tempo, va oltre sulla strada di una sapienza che deriva dalla fede fondata sulla Bibbia e sul Vangelo, che porta l’autrice ad uno stato d’animo di fiducia e di speranza nei confronti di un Alto Spirito, verso cui può rivolgersi in atteggiamento di preghiera.
Leggiamo la poesia d’apertura: «Dove non è essenziale il nostro ardire / e la nostra invadenza / non fa velo / ai cicli superiori / alita un Alto Spirito. / Estraneo ai nostri metri minimali / privi dell’immanenza / dello Spazio Infinito». In questo testo motivo ispiratore dominante è la consapevole fiducia della poetessa nell’Alto Spirito della cui manifestazione pentecostale è sicura, come si evince dalla poesia successiva: «Fiaccata dagli indugi / e resistenze / già alle fonti dell’aria / la vita duole e chiama / resa schiava / dai traguardi additati / da deità minori / simulacri irridenti / l’alba di Pentecoste».
Nella visione della poetessa, percorsa da eredità stoiche, lo Spirito ha presenza e manifestazione nell’anima individuale di ogni uomo, «mica di luce / figlia dello Spirito», ma è una «teca fragile / […] uno scrigno che attende / d’essere rinfrancata / da non vacui traguardi» che se «allontana lo Spirito / […] s’infetta / per cui si spegne e muore».
Grande è la fiducia della poetessa nello Spirito. Dice infatti: «Come l’humus / che cela sotto i gerbidi / l’intensa alacrità / delle radici / Tu Spirito che incalzi / a Trascendenza / dài valore a ogni minima / esistenza / nel segno della Luce». È una fiducia che si fa speranza e che dà voce alla preghiera («Non ci lasciare Spirito / agli inganni / che abbuiano anche le albe / non prive di vigore».
Dalla sapienza deriva appunto per la poetessa la certezza di poter sperare in una rinnovata catarsi: «Ma se alita lo Spirito / a contrastare il buio / potrebbe in fondo al tunnel / non mancare / una noce di Luce». Ed è questa Luce che dà alla poetessa la forza per dire «speriamo lo Spirito / ci assista / per ricomporre intatta / Gerusalemme».
Sono poesie coraggiose queste di Carla Caselgrandi Cendi, ma apprezzabili anche per la nitida essenzialità dei versi che con ritmo fermo e solenne inducono il lettore a soffermarsi per meditare e riflettere.

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