Liliana Porro Andriuoli

BRUNO ROMBI: LA SAISON DES MYSTERES
(Encre Vives, Colomiers 31770, France, 2013, € 6,00)

Una denuncia dei mali del nostro mondo attuale può definirsi il nuovo poemetto di Bruno Rombi La saison des mysteres, apparso in edizione francese nel 2013 nella Colletion Encre Blanches dell’Editrice Encre Vives, con la traduzione di Monique Baccelli e una nota critica di André Ughetto.
In verità non è questa la prima volta che Bruno Rombi scrive poesia a sfondo civile. Infatti buona parte della sua produzione (e già altrove ho avuto occasione di metterlo in luce ) ha questo intento, come può rilevarsi sin da uno dei suoi primi libri, Canti per un’isola (1965), che affronta il problema della diaspora sarda; e poi, successivamente, da Enigmi animi (1980), un libro a carattere sperimentale quanto alla forma, nel quale, accanto a poesie di stampo intimistico (specie quelle ispirate dall’affetto per la moglie e i figli), si trovano poesie di polemica sociale. Ed è anche ciò che può rilevarsi da Otto tempi per un presagio (1998), un poemetto nel quale Bruno Rombi si scaglia contro la perdita dei valori della nostra società con accenti forti e vibranti e da Tsunami – Oratorio per voce solista e coro (2005), che prende lo spunto dalla catastrofe naturale del maremoto avvenuto nel 2004, con epicentro in Indonesia, per denunciare colpe e responsabilità di molti uomini, nonché il loro egoismo e la loro ingordigia di denaro e di potere, che li conducono persino al delitto.
In questo suo più recente poemetto, La Saison des Mysteres, l’intento civile del poeta, che qui emerge con particolare evidenza, non si disgiunge da un profondo e costante sentimento religioso, che tutto lo percorre e che è presente fin dal suo incipit, come appare sia dal titolo (in cui troviamo l’espressione Mysterium tremendum che ci rimanda al Mysterium tremendum et fascinans di Rudolf Otto) sia dall’epigrafe, Ventum seminabunt et turbinem metent, una citazione da Osea , profeta biblico.

Il poemetto inizia con un Introibo, in cui compare l’Angelo di Rilke, una creatura che in seguito ad una metamorfosi si trasforma in un giovane uomo che va “in cerca della vita” (“en quête de la vie”), sicché, Inseguendo il mistero/En traquant le mystère , intraprende un viaggio sulla Terra, per giungere, dopo aver attraversato i tortuosi percorsi del Male e dell’errore che vi regnano, a trovare una via di salvezza. Che sarà contemporaneamente la via della sua redenzione perché anch’egli, suo malgrado, è stato contaminato dal peso della condizione umana: anch’egli, infatti, “Confuso dalla sua prosopopea / e convinto di potere tutto osare / avanzò a sfidare il Padre Santo” (“Leurré par sa prosopopée / et certain de pouvoir tout oser / il alla jusqu’à defier le Saint Père”).
Numerosi sono i nemici “contro Dio schierati” (“ligués contre Dieu”) che il giovane incontra lungo il suo cammino: molti dei quali sono annidati “spesso anche nel Tempio del Signore” (“souvent jusque dans le Temple du Seigneur”) e “con arroganza, astuzia ed il livore / di chi vuole il potere amministrare” (“avec l’arrogance, la ruse et la rancore / de qui veut exercer le pouvoir”) sfidano la Volontà Divina, dimenticando che solo “l’obbedienza è ciò che loro compete” (“l’obéissance est ce qui lui revient”).
Infatti, in seguito a “un contenzioso grave sulla fede” (“un grave débat sur la foi”), apertosi tempo addietro, la nostra epoca è caratterizzata da una terribile tensione, che fa avvertire i suoi effetti sia “in cielo” (“au ciel”) che “in terra” (“sur la terre”). Ben presto il giovane se ne avvede ed ha timore di questa minaccia che incombe sulla Cristianità: si è giunti addirittura al punto di insidiare il “trono / che un tempo era stato di San Pietro” (“trône / qui jadis fut celui de Saint Pierre”), che ormai è divenuto preda di uomini corrotti, in cerca soltanto del potere e di una nuova Babilonia (“nouvelle Babylone”) .
Anch’egli però, suo malgrado, è incorso in gravi errori; e ne ha piena coscienza e ben avverte tutta la propria responsabilità (“Quando del suo cammino ebbe coscienza / e aprì gli occhi a ritrovarne il senso” / “Quand de sa voie il prit conscience / et ouvrit les yeux pour en retrouver le sens”) per essersi lasciato trasportare dall’andazzo generale delle cose e per non aver reagito in tempo al dominio del “gran potere degli affari” (“grand pouvoir des affaires”); così come alla cattiva politica e all’inganno, che hanno ridotto il nostro pianeta a un “regno del peccato” (“royaume du péché”).
In tal modo anch’egli, quasi novello Dante, si trova immerso in una “Selva Oscura”, dove gli si parano innanzi alcune Fiere, simbolo dei peccati capitali, che torvamente lo minacciano e gli sbarrano il cammino: “Corvi, cani, giraffe e pur leoni / con serpenti, dragoni, idre e centauri / gli si opposero in massa sulla via” (“Corbeaux, chiens, girafes et lions / avec serpents, dragons, hydres, centaures, / se dressèrent en masse sur son chemin”) .
Molte sono le difficoltà che egli deve affrontare, sicché di fronte allo spettacolo di devastazione a cui assiste, il giovane si sente smarrito ed è timoroso per il suo futuro e quello di tutta la terra. Ma ecco che, proprio nel momento in cui più non spera di avere alcuno scampo, gli appare la figura paterna (“gli venne incontro il padre” / “Vint à sa rencontre le père sur la voie”), la quale, come già Virgilio aveva fatto con Dante, lo conforta (“Avanti e non temer la sorte / né le voci che senti e non comprendi” / “En avant, ne crains ni le sort / ni le voix que tu entends sans les saisir”) e lo ammonisce, invitandolo a cercare e seguire la retta via, quella che sola conduce a Dio (“Non accettar l’inganno del più forte / che ti lusinga oppure ti minaccia” / “N’accepte pas du plus fort tromperie / qu’il te flatte ou qu’il te menace”).
Ma il padre lo informa anche, e fra le lacrime, come non diversa da quella che ha dinnanzi sia purtroppo la situazione nella sua isola, (“l’isola … bella, / quell’isola felice nel passato” / “… l’île belle, / cette île heureuse dans le passé”), la Sardegna, dove ora, nelle esercitazioni militari l’impiego di ordigni radioattivi sta mettendo in serio pericolo la salute dei residenti . E ciò molto lo addolora.
Preoccupato per il desolante panorama che gli si è presentato, il giovane si tormenta ancor più al pensiero del futuro, dal momento che proprio “sul rigo del passato è scritto / ciò che può accadere nel futuro” (“sur la ligne du passé s’inscrit / ce qui peut arriver dans le futur”); il che non è per nulla rassicurante, offrendo il passato unicamente uno spettacolo di “bombe terremoti e carestie” (“bombes, tremblements de terre, famines”); e ancora di “morti con violenza e con orrore” (“morts violentes ou plus horribles encore”).
Indeciso, quindi, sul da farsi (“Indeciso sostava sul confine / tra l’una o l’altra delle mille porte” / “Indecìs, il restait à la limite / entre l’une et l’autre des mille portes”), il giovane avverte la presenza del Maligno che lo fissa, mentre mille demoni, in veste di clown e di saltimbanchi, gli si fanno intorno e lo minacciano, invitandolo “ad infilar la porta del peccato” (“à franchir la porte du pèchè”). Ma il vecchio padre ancora interviene in suo soccorso, confortandolo, aiutandolo e spiegandogli chi sono coloro che ci conducono alla “città del male” (“cité du mal”). Il padre gli fa inoltre intendere che i peggiori peccati del nostro tempo sono “la villania, l’orgoglio e l’arroganza / insieme ad ogni scandalo sessuale, / al furto del lavoro e della speranza / insieme agli attentati contro il Vero” (“la lâcheté, l’orgueil et l’arrogance / en plus de maints scandales sexuels, / de vol du travail et de l’espoir / sans compter les atteintes à la Vérité”).
E così il giovane, comprendendo quale sia la retta via, prende la decisione di seguirla, dato che, ormai “sciolto il cappio di menzogne / Che legato l’avevano al peccato” (“desserrée la corde de mensonges, / qui l’avait lié au péché”), può finalmente entrare “Nello spazio proibito ai peccatori / ormai da ogni colpa reso puro” (“Dans l’espace interdit aux pécheurs / désormais pur de tout péchér”).
Ma ciò avviene non prima di aver nuovamente gettato uno sguardo sulla sua amata isola ed averne compianto i mali, dovuti all’incuria o peggio ancora al “dominio di imbelli governanti” (“la domination de lâches gouvernants”), ed aver levato al suo angelo una preghiera: “- Angelo – allora disse – fa che l’erba, / l’erba più salutare trovi un vaso / per far fiorire ancora la speranza / nell’Isola…” (“- Ange – dit – il alors – fais que l’herbe, / l’herbe la plus salutaire trouve un vase / pour faire fleurir encore l’espérance / dans l’Île…).

Man mano che si procede nella lettura del poemetto il discorso di Rombi si fa più complesso e maggiormente teso verso l’Alto e al contempo più viva diviene in lui la speranza di un Oltre in cui ogni dissidio si componga e si raggiunga la pace sperata. Il giovane comprende infatti che “Ora è di nuovo tempo di emigrare / e vagare cercando spazialmente / l’ora e l’era propizia del Non-Dove” (“maintenant il est de nouveau temps d’émigrer / et d’errer en cherchant l’espace / l’heure et l’ère propice du Non-Où”) e s’incammina sulla via del Bene, nella premonizione del momento in cui volerà anch’egli “verso l’altro mondo, / dov’è la vera vita che ci attende / a compenso di come abbiam vissuto / ipotecando il sito del Non-Dove / e sperando nel tempo del Non-Quando” (“vers l’autre monde / où est la vraie vie qui nous attend / pour compenser la façon dont nous avons vécu, / hypothéquant le site du Non-Où / en èspérante dans le temps du Non-Quand”). E’ a questo punto che egli supplica la Madre affinché lo aiuti; così come chiede l’intervento dell’“Angelo della Vita e della Morte” (“Ange de la Vie et de la Mort”), quello che ha “pietà della Vergogna” (“pitié de la Honte”) e “misericordia del Dolore” (“pitié de la Douleur”).
Certo, noi siamo soli di fronte al Mistero e consapevoli della nostra fragilità, dal momento che siamo mortali: “Noi non possiamo esiliar la Morte” (“Nous ne pouvons pas exiler la Mort”) – dice Rombi – “perché è in noi così com’è la Vita” (“parce qu’elle est en nous comme l’est la Vie”); ma possiamo “Capir la Morte come va compresa” (“Comprendre la Mort comme elle doit être comprise”): il che significa “avere anche possesso della Vita” (“posséder la Vie”). Richiamando poi un detto di Epicuro, egli soggiunge: “La Morte è in quanto io più non sono, / ma io e la Morte mai ci incontreremo” (“La Mort n’est là que lorsque moi je ne suis plus, / mais la Mort et moi ne nous rencontrerons jamais”).
Dopo aver attraversato la sua Waste Land, di Eliotiana memoria, Bruno Rombi perviene dunque ad una visione meno tragica della vita, nella quale intravede una pur fievole possibilità di salvezza: “Piccola, piccola, e molto lontana / c’è un’altra stella, piuttosto arcana. / Forse si chiama soltanto Speranza” (“Petite, toute petite, et très lointaine / il y a una autre étoile, plutôt secrète. / Peut-être s’appelle-t-elle seulement Espérance”).
A confortarlo gli giunge anche l’immagine della moglie Rosa, ormai morta da parecchi anni, che sembra inviargli cenni dal cielo, quale stella purissima. Così come gli giunge l’immagine di una testa mozza di cemento, frammento di una statua di Cristo, da lui raccolta sul greto di un torrente, a lungo conservata con grande pietà nella sua casa e successivamente posata sulla tomba dell’amata moglie: “Mi parve un fratello ucciso da poco / che avesse bisogno del nostro aiuto, / o forse di un segno, anche se muto, / di semplice e umana nostra pietà. / A casa a lungo l’abbiamo ospitato…” (“Je le vis comme un frère depuis peu tué / qui aurait eu besoin de notre aide, / ou peut-être d’un signe, fût-il muet, / de notre simple et humaine pitié. / Á la maison nous l’avons longtemps hébergé…”). E’ a quel simulacro – ci dice il poeta – che si rivolgerà, invocandolo, nel giorno della morte; e da esso trarrà conforto e speranza.
Qui il poemetto si chiude, con un chiaro moto di fiducia in Dio, che implica il superamento del dolore e degli affanni che il giovane protagonista, così come l’autore, avevano attraversati. Ed in ciò sta la loro definitiva conquista.
Va notato dal punto di vista dello stile come verso la fine del poemetto il verso tenda a farsi più liricamente effuso e disteso: “Ô terre, ô terre, tes doux printemps / languissants et non sans soleil, / ne seront pas la ricompense de ma vie” (“O terra, o terra, le tue primavere, / dolci, languenti e non prive di sole, / non saranno di premio alla mia vita”). Si vedano anche versi quali: “Las, je repars vers mon désert, / dans l’immense espace du silence / où s’enclot mon vécu” (“Stanco mi riconduco al mio deserto / e nell’immenso spazio del silenzio, / nel quale sta racchiuso il mio vissuto”) e ancora: “Dans chaque étoile il y a toujours une mère / à invoquer à l’heure du besoin: / la grande Mère de notre Douleur” (“In ogni stella c’è sempre una madre / da invocare nell’ora del bisogno: / la grande Madre del nostro Dolore”).
Da notare è anche l’ottima resa della traduzione che, pur in una stretta fedeltà al testo (l’originale è in endecasillabi, sovente resi più incisivi dalla rima), ne renda ottimamente anche i valori formali. Del che non c’è da stupirsi, essendo la traduttrice Monique Baccelli, di cui ricordiamo le felici trasposizioni in francese di numerosi poeti sia odierni che del nostro glorioso passato.

Liliana Porro Andriuoli

Annunci