Maddalena

Massimo Morasso

Si apre con una citazione da Testori, questo librino appassionato di Cinzia Demi. Ed è percorso da capo a fondo da un fil rouge stilistico e formale che lo lega saldamente a una tradizione alta per non dire altissima della poesia italiana: dove il progenitore è Dante, e dove all’altro capo del filo genealogico sta Giorgio Caproni, saldo, oggi più di ieri, nel magistero che a partire dagli anni ’80 del secolo scorso sta influenzando tanti autori interessanti, come Ciofi o Priano, p.es., o Ruffilli, o il primo Santori – i più affini, gli ultimi due, alla Demi di Ero Maddalena, perlomeno in termini di timbro. Ma vale la pena di insistere oltre sulla citazione da Testori riportata in esergo (“Non sapremo noi / che faccia hai avuto / mai / né quella che / voltandoti / potresti avere / ed hai.”) sia perché rimanda, per vie di rispecchiamento, alla medesima temperatura drammatica che anima il poemetto, sia e soprattutto perché inseguendone le suggestioni si finisce per scoprirla come il marcatore genetico di una trasmissione che è perlomeno triplice. La prima, in ordine al tema esplicito – o, se si vuole, mutatis mutandis, al personaggio/protagonista – del libro della Demi, che è Maddalena, naturalmente, com’era Maddalena per il Testori scrittore di quei versi e versicoli; la seconda, in ordine al tema implicito della silloge, che mette in scena in cinquanta piccoli quadri ingabbiati quasi tutti in terzine (“terzine dantesche, passate al vento veloce di Caproni” come scrive benissimo la Sica nella partecipe prefazione), il processo sempre in fieri della costruzione del sé e della soggettività, di un’identità personale e di genere che vive nel tempo e del tempo; la terza in ordine allo straniamento spazio/temporale, appunto, che fa da sfondo alla raccolta a partire dal titolo, dove l’imperfetto di quell’”ero Maddalena” suona, in realtà, come un presente continuo dalle risonanze insieme ancestrali (la Maddalena di cui parla la Demi “cerca / sniffa il proprio mito / rammenda l’ordito / della memoria / di una storia / che sente sua”) e prodighe di futuro (nell’ultimo testo del libro, esplicitamente, “Maddalena è la cura” che “corrode il fiato di bestia / la festa del mio rimanere”). Ma qual era ed è la Maddalena della Demi, fra le tante Maddalene possibili? Era ed è una figura a due teste, o meglio: un’ancipite formula del pathos, per dirla à la Warburg, che stringe in un felice “patto romanzesco” scrittore e lettore, richiamando alla memoria un corteo bimillenario di immagini e di storie per re-inventarle, fra Palestina ed Emilia, nel cuore e nella carne dolente di una donna del ventunesimo secolo dell’era cristiana, così come osserva la Giangoia nella nota in fondo al libro, “che ha vissuto con drammatico smarrimento una vicenda che ha trasceso l’umano”. Una donna che è anche un po’ tutte le donne, perché anche quando parla in prima persona e dice io, la Maddalena della Demi resta un’entità aperta, indefinita, un vivente simulacro che ammicca ”mitoesistenzialisticamente” all’impersonalità di una maschera. Rimbaud e altri prima e dopo di lui ci hanno insegnato che quando si scrive l’io è sempre un altro. Ma quando si scrive con menzognera verità per interposta persona, quando si azzarda, anzi – ed è il caso, in questo caso, della Demi – un’autobiografia interiore per bocca altrui, allora anche quell’altra persona è costretta a cambiare pelle. E ad andare in caccia, a braccetto con l’autore-evocatore, dei suoi molteplici doppi.

Cinzia DEMI, Ero Maddalena, prefazione di Gabriella Sica, postfazione di Rosa Elisa Giangoia, puntoacapo, Pasturana, 2013.

in via di pubblicazione su Punto. Almanacco della Poesia Italiana, 4, 2014.

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