copertina BONO (2)

Elio ANDRIUOLI

Nelle Edizioni “Le Mani” di Recco è apparso nel 2011 un nuovo libro di Elena Bono dal titolo L’erba e le stelle, che raccoglie tre racconti e dieci atti unici, i quali ancora una volta ci offrono una riprova dell’alto livello e della fecondità della sua vena.
Apre il libro un racconto intitolato Sileno, nel quale questo personaggio mitico, figlio di Pan e precettore di Dioniso, oltre che suo seguace, ci viene avanti su di un asino, assonnato e palesemente ebbro, rivelandosi nella sua intima essenza di essere privo di una spiccata volontà, il quale si affida pertanto al destino che lo conduce. Tra l’altro egli dice: “Ma forse lui, Dioniso, mi vuole proprio perché sono come sono, che non so neppure io che mi sia e allora sono contento di essere così, né uomo né dio, ma chissà cosa…”. Come apparve Sileno scompare, tra un ondeggiare di pampini, lasciando dietro di sé come un’ombra di mistero.
La luna e la terra ripropone un’immagine mitica, quella del dio della terra, al quale si fa innanzi nottetempo la dea della luna, splendente di tutta la sua bellezza. Egli se ne innamora, ma ella gli concede soltanto poche fuggevoli apparizioni che lo lasciano in preda all’ira e allo sconforto. Tra cielo e terra infatti uno stabile legame è impossibile, dato che la terra è greve e incapace di elevarsi, scrollando da sé ogni bruttura. Eppure anche la terra ha la sua bellezza e il suo fascino: ed è ciò che bisogna assiduamente cercare.
I pavoni del cardinale si sviluppa in forma dialogica e vi compaiono, oltre all’io narrante, Scipione Borghese e Gianlorenzo Bernini. L’autrice ci avverte che il tema “è quello dell’anima complessa del ‘600, diviso fra epicureismo e tormento esistenziale e religioso”. Dal dialogo emergono alcune figure di grandi pittori, come il Caravaggio e Raffaello; ma soprattutto emerge il sentimento tragico della vita, che si manifesta specialmente nella chiusa.
Negli atti unici, raccolti nella seconda parte del libro, la Bono fa agire tutta una serie di personaggi, sia storici che inventati, “colti – come osserva Roberto Trovato nella sua ampia e illuminante prefazione al volume – nel momento del congedo dall’esistenza, … in cui passano in rassegna quanto hanno compiuto, dialogando «con la propria anima e i propri ricordi»”.
Ecco allora dal testo eponimo emergere le figure di Augusto, Mecenate, Orazio, cui Virgilio legge alcuni versi dell’Eneide, ove si parla della morte di Didone; versi che offrono lo spunto all’autrice per ulteriori approfondimenti psicologici dei personaggi, specie di Virgilio, che qui rivela uno spirito intimamente religioso e con la cui morte l’atto si chiude. Un vivo sentimento del mistero e della problematicità dell’esistenza permeano queste pagine, così come del resto le pagine degli altri lavori qui raccolti.
Ne Le porte di bronzo dell’Aldilà assistiamo all’”autopresentazione e autogiustificazione di Apicio, famoso buongustaio romano, vissuto sotto l’Impero tra Augusto e Tiberio” il quale, giunto dopo morto dinanzi alla Porta del Paradiso e a San Pietro, chiede educatamente di entrare, dal momento che egli si dichiara soddisfatto della vita vissuta, da lui apprezzata così com’è, con tutti i doni che gli ha elargiti. Data la sua serena accettazione dell’esistenza, San Pietro si dichiara disposto ad intercedere per lui, affinché sia accolto nel Limbo.
Orlando contiene un serrato dialogo tra Carlo Magno e il nipote Orlando, il quale gli rimprovera di aver abbandonato lui e i suoi compagni nelle gole di Roncisvalle, per sedare la rivolta dei Sassoni. Notevole è in questo atto unico la frase detta da Orlando: “Gli uomini, Carlo, sbagliano sempre, anche credendo di far bene. Noi siamo i figli di Eva, non i figli di Maria”.
Nell’Ultima conversazione di Michelangelo con la morte. Anno 1564, assistiamo al trapasso di questo sommo artista, il quale confessa di aver sognato “ad occhi aperti l’uomo perfetto appena uscito dalle mani di Dio”; sogno che fu proprio di Marsilio Ficino e di tutto il Rinascimento. Ma pure confessa di essere “il relitto di una sconfitta, di un grande naufragio”, se prescinde dalla fede religiosa che ancora lo sorregge e con la quale “si presenta a Dio”.
Autunno di Vivaldi ci offre un’immagine non convenzionale di questo grande musicista veneziano, che ebbe a soffrire persecuzioni e plagi di talune sue opere, ma che pure mai perdette la sua fede in Dio e nell’utilità del suo lavoro. Di fronte a lui stanno le figure di Nane (detta anche La Morosina), del lacchè Marcolino e della cameriera Giuliana.
Giochi e dicerie di ragazzi a Roma nel secolo XVIII tende a dimostrare, attraverso le figure di Paoluccio, Guido, Rigetti, Maruzzella e altri che “il bambino in genere non è l’innocente e lo sprovveduto che spesso immaginiamo”, dato che egli “riflette l’ambiente in cui vive”.
Da Dialogo di due sconosciuti al chiaro di luna nel Pater di Vienna emergono le figure di Gustav Mahler e Maria Vetsera, la quale racconta la tragica morte datale da Rodolfo, il figlio di Sissi, e cioè di Elisabetta d’Austria. Risalta qui la frase di Malher: “Datti pace, dolce Maria. Ti conforti il pensiero di non aver fatto male a nessuno, ma di aver subito il male che ti hanno fatto”.
Incontro sul Gottardo – Dialogo di Mazzini e Nietzsche ci presenta l’Apostolo dell’unità d’Italia e il filosofo della “Volontà di potenza” nella diversità delle loro rispettive concezioni della vita, ma accomunati da un momento di spontanea, reciproca simpatia.
Segue Piccola storia di una suora rosminiana, che ha per argomento un episodio della Seconda Guerra Mondiale i cui protagonisti sono alcuni religiosi (Suor Agostina, Suor Dorina, Don Caprile), coinvolti dalla tragicità degli eventi.
L’ultimo testo del libro è Marcia funebre di Sigfrido, che tratta della morte del Maresciallo Erwin Rommel, costretto ad avvelenarsi dai sicari di Hitler, perché sospettato di cospirare contro il Führer.
Come può constatarsi, L’erba e le stelle è un libro che affronta una vasta tematica, la quale “coglie – come osserva Graziella Corsinovi, a proposito di un altro dramma della Bono, Lo Zar dalle farfalle nere – personaggi «sul discrimine tra il Nulla e l’Eternità», vale a dire nel momento in cui «si aprono a una rivisitazione di sé e del proprio vissuto»”, fissandoli in testi essenziali e di grande efficacia.
Tali testi sono retti da alcune idee guida, come quella dell’”opposizione al nulla” e della “sacralità della sofferenza” (vedi Trovato), aventi come base una visione cristiana della vita, capace di placare le troppo forti passioni e di aprire l’animo alla speranza.
E’ quanto emerge un po’ dovunque dalle opere della Bono e costituisce il suo messaggio più vero.

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