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Luigi De Rosa

Sul quotidiano “La Stampa” di Torino del 24 luglio 2013, nella pagina CULTURA, appariva la notizia relativa all’esito del Premio Letterario “Cesare Pavese”: “Il Premio Cesare Pavese festeggia trent’anni di storia con quattro grandi Autori della letteratura e del giornalismo italiano: si tratta di Claudio Magris per Itaca e oltre (Garzanti), Sebastiano Vassalli per l’intera opera narrativa, Beppe Severgnini per Italiani di domani (Rizzoli) e del poeta Guido Zavanone per Tempo nuovo (De Ferrari). Premiazione domenica 1 settembre alle ore 10 a Santo Stefano Belbo (Cuneo) presso la Casa Natale di Cesare Pavese”.
Guido Zavanone, poeta e scrittore astigiano di nascita ma che vive e lavora a Genova da una vita, condirettore di “Nuovo contrappunto” e redattore di “Satura”, è abituato a vincere, coi suoi libri, Premi letterari importanti, presieduti da poeti e critici letterari di indiscusso valore. Basti ricordare i premi presieduti da Carlo Bo (il “Nigra”), da Mario Sansone (il “David”), da Elio Filippo Accrocca (il “Libero De Libero”), da Manlio Cancogni (il “Massarosa”), da Mario Luzi (il “Città di Catanzaro”), da Luciano Erba (il “Legnano”), da Gianluigi Beccaria (il “Città di Moncalieri”).
A proposito del suo ultimo libro, la motivazione della Giuria del Premio “Cesare Pavese” 2013 per opere edite, presieduta da Giovanna Romanelli (già Docente alla Sorbona), così recita:
“ Il titolo dell’ultima silloge poetica di Guido Zavanone, Tempo nuovo, evoca subitaneamente che l’autore è giunto ad una svolta decisiva del suo percorso poetico sia nei contenuti che nella forma: infatti, il tempo di cui ci parla è ora quello della fine dell’esistenza, della sua incertezza e fragilità di fronte al divino. Una nuova tensione antropologica percorre i suoi versi che dicono la provvisorietà dell’essere e il non senso di una ricerca ove “ incompiuto il principio/ va chiamando la fine,/ buia e vuota la fine / grida e invoca il principio;/ in un gemito solo / il principio e la fine/ cercano ancora/ il nulla di prima” (Il principio e la fine). Coerente con questa crisi del modo di nominare l’essere, la parola viene a sua volta scarnificata”.

Tra i precedenti libri di Zavanone ricordo con particolare piacere un poema affascinante e singolare, Viaggio stellare, uscito nel 2009 per i tipi della genovese San Marco dei Giustiniani, e che ho recensito, commentato e parzialmente parafrasato. Ma mentre in quel vasto poema in versi la poesia e l’arte di Zavanone vanno negli spazi siderali alla ricerca affannosa del senso della vita e del mondo in un contesto extraterrestre, nei meandri dell’universo, delle vie lattee, dei buchi neri, navigando nel presente e nel passato, qui, in questa silloge di 47 componimenti il problema metafisico, con tutti i noti problemi che gli fanno corona, viene affrontato nel giorno-dopo-giorno che si srotola sullo schermo della vecchia Terra, come in un film visto e rivisto ma che pure, invariabilmente, si dimentica.
Il tempo nuovo è anche quello dell’età matura, della senectus, della fase della vita in cui l’individuo, più che a sognare nuovi progetti, è portato a redigere dei “bilanci”. Confrontando il realizzato col programmato, l’ottenuto con l’investito, il verificato con il creduto e il vagheggiato. Incombe (anche se spesso viene rimosso) il problema della morte (o, come di dice oggi, del fine-vita), col suo corteo di fantasie funeree. Più che alle memorie d’oltre-tomba, qui siamo alle Cronache dalla tomba “…Non provo odio né amore / quaggiù l’eterno / ha un sentore di marcio…”
Ma per fortuna, finché c’è luce e vita nel proprio corpo e nella propria anima, continua a regnare la Poesia, coi suoi influssi dolcissimi intesi a far sopravvivere la speranza nella Bellezza e nella Giustizia. Perché la Poesia, dice al lettore il poeta Zavanone, non viene coinvolta e travolta dalla “logica” generale che imprigiona tutto e tutti:
“ La poesia non è nata sulla Terra
viene da qualche lontano pianeta
stele misteriosa
portata dalle comete

Le giriamo intorno stupiti
senza sapere cos’è
né se pur essa un giorno
scomparirà con noi

O se il suo canto
risuonerà ancora
sulla Terra deserta

forse solo un fruscio
da qualche vecchio disco
per l’orecchio di un dio “

Con questa poesia Guido Zavanone ha costruito un altro suo piccolo-grande capolavoro. Con soli quattordici versi ci ha offerto in sintesi la sua dichiarazione di poetica. Ricordandoci che la Poesia è uno strumento meraviglioso di cui noi godiamo anche se non sappiamo con precisione che cosa essa sia, né se continuerà ad esistere alla fine dei tempi, o comunque alla fine del genere umano.
La Poesia che, nonostante la sua natura positiva e benefica, viene tenuta in scarsa considerazione nella società consumistica di massa, viene letta troppo poco. (Arguti quei versi in cui Zavanone, con fare modesto, immagina di avere trovato un proprio libro di poesie “in un remainder / ancora intatto”.
Ma quello che contraddistingue la poesia di Zavanone nel panorama letterario contemporaneo, al pari di altri grandi poeti, non è soltanto l’amore per ciò che è Bello, o per ciò che è Dolce e Consolatorio. Non è soltanto il rapimento malioso per la sfolgorante tavolozza della Natura o per i sentimenti nobili e delicati. L’arte di Zavanone non ci fa riandare con la mente soltanto all’uomo eccellente e culturalmente completo del Rinascimento.
Ma la sua arte si nutre anche della lucida e vibrata protesta per le ingiustizie, efferatezze ed iniquità che ogni giorno vengono commesse, a volte in nome di presunti “ideali”. Nella sua visione del mondo e della vita dell’Uomo rientra anche un’esigenza profonda, insopprimibile, per ciò che è Giusto ed Equo.
Forse non tutti i critici, nemmeno quelli dalla firma più prestigiosa, hanno fino ad oggi tenuto nella considerazione più adeguata, oltre all’altezza della sua Metafisica e della sua Estetica, anche questa sua propensione, da poeta completo, non solo per i problemi dell’Aldilà ma anche per quelli dell’Aldiqua, cioè per quelli terrestri e quotidiani della vita degli individui e dei popoli. Eppure, Zavanone è tutt’altro che un “rivoluzionario”. Tutta la sua vita l’ha dedicata all’arte e alla Magistratura, nella quale è arrivato a ricoprire gradi elevatissimi (fino a Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione). Si leggano composizioni qualificanti come La giustizia, Per i bambini di Gaza, o come quell’originale, stupendo e “aggiornato” Padre Nostro, che peraltro non si ferma soltanto al nostro tempo ma si richiama addirittura ai Salmi (83): “ O Dio non startene quieto / non restar muto ed inerte, o Dio”.

Guido Zavanone,Tempo nuovo, prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, De Ferrari Editore, Genova 2013, pagg.77, euro 10.

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