G. Benedetto Castiglione L'ingresso degli animali nell'Arca 1 (2)Copertina libro Piera (2)

Liliana Porro Andriuoli

Originale e complesso, pur nella sua linearità di sviluppo, è questo interessante e compiuto racconto di Piera Bruno, L’Arca di Noè (1), ispirato da un quadro, L’ingresso degli animali nell’Arca, di Giovanni Benedetto Castiglione (detto il Grechetto), esposto nel Museo dell’Accademia Ligustica di belle Arti di Genova. I due protagonisti, se così li possiamo chiamare, sono una distinta e assidua visitatrice, di “età indefinibile”, con “una vistosa fasciatura” a un ginocchio (il postumo di un recente intervento), e un custode del Museo, di servizio proprio il giorno in cui l’insolita visitatrice (che si direbbe un alter ego dell’autrice) vi entra quasi casualmente (24 luglio di un anno imprecisato). Sarà infatti lui, il giovane custode, ad accompagnarla nelle varie sale del Museo, ascoltando i suoi commenti ai vari quadri; come sarà ancora lui a far convergere la sua attenzione sul quadro dell’Arca. Tutti fatti di cui prenderà nota e che trascriverà successivamente in un suo diario. E nel libro, che è appunto scritto in forma di diario, si parla proprio dei lunghi e silenziosi “monologhi” che la misteriosa visitatrice fa, durante le sue visite al Museo, sedendosi di fronte al quadro dell’Arca; “monologhi” che si ripeteranno come “un appuntamento … una o due volte la settimana” (Lunedì, 30 settembre, p. 19). Leggiamo ad esempio: “… è chiaro che in quella tela qualcosa la turba” (Mercoledì, 24 luglio, p. 15); e a proposito della visita successiva (Sabato, 27 luglio): “È seduta davanti alla grande tela del Grechetto. … Lo sguardo immobile fissa un punto”.
Ciò da cui la Bruno viene immediatamente attratta nel quadro del Castiglione è un “gattino bianco e rosso” (p. 21), dipinto dall’artista nella parte inferiore della tela, che risulta seminascosto “dalla smaltata livrea del pavone”: “Ma… quella creaturina è il mio Piccolo. Un giorno le racconterò la sua storia” dirà infatti la nostra autrice al giovane custode dopo tre mesi di visite (Martedì, 5 Novembre, p. 21). Ed è appunto la storia del loro rapporto (“il racconto, tra magia e follia, di una fiaba” – p. 21 -, per usare le parole della stessa Bruno), a fare da filo conduttore a tutta la narrazione, che sottende in realtà molte riflessioni critiche sulla vita in comune tra lei e il gattino in questione, durata poco più di un anno e conclusasi tragicamente: fatto questo che generò nella Bruno tormentosi sensi di colpa.
Sono proprio queste riflessioni, sempre molto profonde, a costituire la parte più densa di significato di tutto il racconto, in quanto si tratta di riflessioni riguardanti il viaggio terreno dell’uomo e l’ineludibile meta verso cui tende. Il maggiore interesse del testo infatti non risiede tanto negli episodi della vita di “Piccolo” (nome datogli dalla Bruno perché, quando casualmente lo aveva trovato e raccolto, per portarselo a casa, era “un esserino palpitante così minuscolo da stare nella sua mano”, p. 22), cioè nella storia narrata, quanto “nella gravità delle tematiche ad essa sottese” (2) e più precisamente nelle considerazioni che l’autrice fa, generalizzandole ed universalizzandole, sulla sua stessa vita e sul suo rapporto affettivo con un gattino: rapporto continuato anche dopo la sua scomparsa.
Martedì, 10 dicembre ad esempio il custode del Museo annota: “Non mi è stato facile rendere il racconto della visitatrice dell’Arca alla lettera e senza trascurare gli andirivieni dell’inconscio” perché, “in bilico tra spazio-tempo e Oltre, facendo vela in un suo segreto limbo, ella ha voluto svelare a sé e agli altri i trasalimenti, i ricordi, le oscure aritmie che scandiscono un ghetto di solitudine. […] Piccolo era stato l’occasione, fortuita e bruciata, per uscirne fuori. La sua morte aveva riportato quel ghetto a dimensione di metafora della negatività che ci sommerge un po’ tutti; non rinnegando le sue colpe e tenendo viva la memoria del gattino, ella pensa di volgerlo a luogo di espiazione”.
Qui le osservazioni che affollano la mente del lettore sono verosimilmente molte, dal momento che il racconto è in sostanza una metafora della vita dell’autrice, ma contemporaneamente quella di tutti gli uomini nel loro faticoso cammino terreno. Il che conferisce al libro un significato universale che va ben al di là del puro significato letterale della storia narrata. Come accade del resto in tutti i libri della nostra autrice.
Di grande interesse risultano le illustrazioni di Elena Pongiglione che, con la sua consueta bravura, coglie i momenti più significativi della vicenda.

1) De Ferrari Editore, Genova 2013, € 10,00, prima ristampa.
2) Donata Ortolani, seconda di copertina.

Da “Pomezia Notizie”, Anno 21 (Nuova Serie)- n. 12, Dicembre 2013

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