Pubblichiamo l’intervento che Massimo MORASSO ha inviato per la presentazione del saggio Omaggio a Giorgio Caproni a Genova presso la STANZA della POESIA il 5 dicembre 2013

Impegni di lavoro mi impediscono di essere qui oggi pomeriggio. Me ne dispiaccio. E, anzi, me ne dispiaccio fortemente perché l’appuntamento è uno di quelli che contano. Per me, sia su un piano biografico che su quello della curiosità intellettuale. Caproni, io l’ho conosciuto di persona, saranno ormai 25 anni fa, in un’aula universitaria, grazie al mio maestro Franco Croce. Poi, ed è un altro dei legami che sento con il poeta, ho inventato e diretto per un po’ il Muvita ad Arenzano, nel meraviglioso casone di Terralba dove Caproni insegnò da giovane. Infine, come sa bene l’amico Pozzani, proprio nel nome del Caproni più “genovese”, nell’ambito del Festival di Poesia di Genova, ho curato due edizioni de Il passaggio di Enea, una radiografia in progress dello stato dell’arte del fare-poesia in Liguria. Molto altro potrei dire del rapporto che legano sottotraccia i miei versi al suo magistero poetico. Ma non sono con voi, e anche se ci fossi non vorrei rubare troppo tempo al “quid” che offre l’occasione dell’incontro di oggi. Questo bell’Omaggio a Giorgio Caproni. Che pur nel disequilibrio dei singoli esiti testuali è un librino importante, che anche un lettore di destino non può non riconoscere nella sua qualità, e necessità. C’è, dentro le sue appena cento pagine, la vivacità di un approccio tutt’altro che accademico (nulla in contrario all’accademia, beninteso, solo che è un mondo… diciamo così un po’ a sé), anche quando a scrivere è qualcuno che di mestiere fa l’accademico, appunto. E c’è la fertile impudenza di alcune letture per così dire “di sbieco”, come quella virata al pop del giovane Bianchi, o sotto sotto polemiche, come quella del mio amico e compagno di riviste e discussioni Lauretano, e l’acribia sottilissima di Marri, che ha la sfacciataggine feconda di ridimensionare l’ultimo, altissimo Caproni. Tutto al contrario di ciò che fanno Andreotti e la Di Legami, a ben vedere – ciò che vale da sé come testimonianza rappresentativa di una contradditorietà giocata nel segno felice della libertà dialettica, e come materia per un possibile, tendenzialmente non concludibile dibattito a venire, suscitato dal libro. E poi, ancora, c’è l’invito della Giangoia a una visione per così dire “georeferenziata” della poesia caproniana, dove il paesaggio ligustico della Valtrebbia diventa lo stigma di una condizione dell’anima. O infine, per per non dilungarmi oltre, la semplice pregnanza degli interventi di Canessa e della Demi, che in pochi tratti sanno riaccendere l’immagine del poeta di una luce arcinota eppure, paradossalmente, di nuovo “nuova”, e intrigantissima. Mi fermo qui, e ringrazio Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, le curatrici del libro, per questo piccolo, prezioso dono che resta, per loro virtù, oltre l’effimero delle celebrazioni di rito, già ormai alle spalle. Caproni, Sbarbaro e Campana sono i tre grandi poeti di Genova del secolo scorso. Nessuno di loro è genovese. Ma tuti e tre, insieme e ciascuno per sé, toscani o sammargheritesi che siano, bastano e avanzano per restituirci intatta, sul piano del giudizio critico, l’idea di Genova come capitale della poesia italiana del Novecento. Mi ricordo di Luzi quando mi disse, giunto qui a Genova, di essere salito dalla provincia di Firenze a quella che sentiva come la capitale, Genova. Io, avrò avuto sì e no vent’anni. Lì per lì rimasi perplesso, come potrete immaginare. Quando per me, giovinetto zeppo di mille libri, Firenze significava La Voce, le Giubbe Rosse, l’ermetismo e tanto d’altro letteralmente “favoloso”. Ma come ovvio aveva ragione lui. Anche grazie al suo amico e nostro Giorgio Caproni: un compagno di viaggio dal quale non si vorrebbe – né si dovrebbe mai – prendere congedo.

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