di LUIGI DE ROSA

Nella collana Pietre di luna, diretta da Giorgio Devoto, delle Edizioni San Marco dei Giustiniani, è uscito Il viaggio stellare, una pietra miliare nella produzione letteraria del poeta Guido Zavanone.
Zavanone è nato nel 1927 ad Asti, ma vive e lavora a Genova, dove ha ricoperto la carica di Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.
La sua carriera letteraria poggia su credenziali di primissimo ordine. Iniziata nel 1962 con la raccolta di poesie La terra spenta (Edizioni Liguria, prefazione di Aldo Capasso e testimonianza di Alfredo Galletti) e proseguita poi con numerosi altri libri, tra cui ricordo qui Arteria (Scheiwiller, Milano 1983, prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti) e soprattutto Il viaggio ( sempre con prefazione di Bàrberi e con le Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 1991).
Tra gli altri libri di versi non posso non ricordare La vita affievolita (Ediz. Premio Libero De Libero, Fondi 1986), Se restaurare la casa degli avi (Campanotto, Udine, 1994), Nouvelles pour l’an 2000 (La Bartavelle, Charlieu 2002), L’albero della conoscenza (Genesi Editrice, Torino 2004), e recentissimo, dopo Il viaggio stellare, Tempo nuovo, (anche questo prefato da Bàrberi Squarotti, De Ferrari Editore, Genova 2013).
Per un’analisi critica completa di tutta l’opera letteraria di Zavanone, comprendente altri libri e poesie pubblicate da prestigiose riviste come “Letteratura”, “Il Ponte”, “Sàtura”, “Resine”, etc. etc., premi letterari vinti, antologie italiane e straniere, non basterebbe un libro ad hoc, una monografia. D’altronde, una tale analisi, corredata da un ampio apparato di note biobibliografiche, anche se fino a Il viaggio stellare escluso, è già presente in un pregevole saggio di Liliana Porro Andriuoli, contenuto nel volume Tredici poeti per il Terzo Millennio (Le Mani, Recco (Ge), 2003 ).
I Premi letterari vinti da Zavanone coi suoi libri sono numerosi e, circostanza importante, tutti presieduti da scrittori, poeti e critici di grido. Ricordo, ad esempio, il “Nigra”, presieduto da Carlo Bo; il “David”, presieduto da Mario Sansone; il “Libero De Libero” (Elio Filippo Accrocca); il “Massarosa” (Manlio Cancogni) ; il “Città di Catanzaro” (Mario Luzi); il “Legnano” (Luciano Erba); il “Città di Moncalieri” (Gianluigi Beccaria).
Zavanone è condirettore, insieme ad Elio Andriuoli e a Silvano Demarchi, della rivista letteraria “Nuovo Contrappunto”, di Genova. Inoltre è redattore della rivista genovese “Sàtura” e, sempre nella stessa città, cura la Collana di poesia Chiaro-Scuro per la Casa Editrice De Ferrari. Della sua poesia si sono occupati anche Rosario Assunto, Vittorio Coletti, Franco Croce, Giorgio Cusatelli, Angelo Marchese, Angelo Mundula, Davide Puccini, Giuseppe Ravegnani, Giacinto Spagnoletti, Stefano Verdino, Andrea Zanzotto.
Ho ricordato il precedente libro Il viaggio, perché è proprio con tale poemetto che inizia in modo sistematico, “dichiarato”, la ossessiva e quasi disperante ricerca del Vero, del senso della vita e del cosmo (in altre parole, di Dio) che è una costante comunque ricorrente in tutta l’opera di Zavanone.
Opera in cui sono compresenti, o si alternano, varie istanze, tutte rappresentate con immagini e metafore poetiche originali e fascinose :
quella, appunto, gnoseologica (o filosofica, metafisica) per poter rispondere a domande che sazino la fame di conoscenza :
Chi ?
Come ?
Perché ?
Oppure l’istanza etica (morale, giustizia…) per rispondere alla fame di giustizia.
Oppure l’istanza estetica (poetica) per rispondere alla fame di Bellezza, di Poesia.
Ma, dopo l’ esasperante avventura de Il viaggio nei cunicoli del “sottosuolo”, in mezzo a pericoli ed angosce di ogni sorta, tale ricerca si rivela tanto ostinata quanto infruttuosa, tanto indispensabile quanto sterile. Come se, in definitiva, si arrivasse, stremati, a dover ammettere che Dio si può attingere solo per fede e non tanto col raziocinio, esattamente come hanno fatto Francesco d’Assisi e Teresa di Calcutta, e non come i teologi, che “insegnano quello che non sanno”.

Guido Zavanone spicca come una presenza qualificata nel panorama affollato (ma in cui non sono poi moltissime le “cime” che svettano) della poesia italiana contemporanea, ed è presente anche in quella straniera, con numerose poesie tradotte in varie lingue.
Il suo penultimo libro, Il viaggio stellare (l’ultimo in ordine cronologico è il citato Tempo nuovo) è un originale e suggestivo poemetto di 1372 versi (suddivisi in 25 “capitoli”) per la maggior parte endecasillabi, ma alternati a quinari, senari e settenari, per conferire al canto un ritmo moderno e sincopato, in aderenza alle varie circostanze del “viaggio” ed alla temperatura poetica, sempre altissima, dall’inizio alla fine.
Come giustamente ha scritto Giuseppe Conte nella prefazione, “questo poema… è destinato a sorprendere i lettori e a dare loro vortici di visioni, di emozioni e di conoscenza. Un poema insolito nel panorama odierno, che a me è capitato di leggere in un lungo respiro, senza interruzioni, attanagliato dalla forza dell’invenzione, tornando su qualche immagine e su qualche passaggio, ma con l’ansia di andare avanti, tutto preso e ammirato dal coraggio e dallo slancio che un lavoro così richiede. Conoscevo, e si conosce, il rilievo che ha l’etica in questo poeta, e un poemetto come “Il viaggio” faceva già balenare momenti di tesa e potente visionarietà metafisica. “Il viaggio stellare”, che termina con lo stesso verso, la stessa “voce/ non so se beffarda o amica”, potenzia l’aspetto metafisico risolvendolo però in narratività mitica…”
Sottoscrivo in pieno quanto detto da Conte. Anch’io l’ho letto senza mai fermarmi, mi si sono allargati i polmoni, ho respirato profondamente. Innanzitutto si è attratti e consolati dal forte influsso esercitato su Zavanone dal sommo Dante Alighieri della Divina Commedia. Poi però tutto prende una piega diversa, il protagonista è un uomo dei nostri giorni, uno come noi, che con lo studio appassionato può conoscere ciò che è accaduto nel mondo dal 1321 ( morte di Dante) in poi, soprattutto sul terreno delle scoperte scientifiche , ma non solo.
Durante questo “viaggio sublime” si va lontano dalla costa e dal piccolo cabotaggio, si vive la poesia di altura. Si riassaporano i classici e contemporaneamente si mettono a fuoco tanti aspetti della “civiltà” in cui viviamo giorno per giorno. Siamo nel mare alto, cioè profondo, ma nello stesso tempo ci sono tutti i problemi della quotidiana battigia, i problemi della vita e della morte, degli uomini di ogni luogo e di ogni tempo, ma visti con la mente, con gli occhi, col cuore di un poeta autentico del terzo Millennio.
Aggiungo che, al di sopra della filosofia – o meglio, della metafisica pura – così come al di sopra delle concezioni sociologiche, giusnaturalistiche, delle società umane, al di sopra delle esigenze dell’Etica e delle sacrosante indignazioni per le persistenti ingiustizie e iniquità presenti in una società che pur cambiando rimane sempre la stessa ( nonostante la venuta al mondo di Cristo, di Maometto e di Budda ), si staglia possente ( pur nella sua fragilità umana ), l’artista, il poeta, che usa immagini, metafore ed allegorie con la convinzione che all’uomo moderno, al punto in cui è arrivato, non siano possibili altre proposte (e risposte ) se non quelle etiche, della Giustizia, e quelle estetiche, della Bellezza. Nel nostro caso, della Poesia.
Perfino lo “spirito guida”, la novella Beatrice che accompagna Guido, il protagonista del viaggio stellare e voce narrante, in un Universo (o in infiniti Universi ?) di luminarie di costellazioni, di pianeti sconosciuti, di terrificanti “buchi neri”, si rivela, alla fine, essere la sua Musa personale di sempre, la sua ispiratrice segreta, che dalla giovinezza in poi, fino alla vecchiaia (“ed anche vecchio non m’abbandonava…”), lo conforta e lo esorta a credere nella Poesia, nonostante tutto e tutti.
Questo spirito-guida ha ali di farfalla e corpo di fanciulla, e nel volto misterioso ricorda “le polene delle antiche navi”. E’ sbalorditiva la varietà degli appellativi coi quali il poeta la indica, con ammirazione ed affetto tali da trascinarlo addirittura, in un momento di “debolezza” sensuale, squisitamente umana, a desiderare di abbracciarla, se non addirittura di possederla, e di fondersi con lei per ritrovare la pace dello spirito insieme a quella dei sensi. Ma lei, stupita e sorpresa (quanto sinceramente ?) si sottrae con decisione al suo abbraccio goffo, tanto da far dire al poeta, subito pentito : “Vivessi mille anni e mille ancora mai/ potrei dimenticare lo stupore/ doloroso di quegli occhi stupendi e / il tremito del suo corpo tra le braccia, prima / che in ombra con un grido si sciogliesse…”. Ennesima e originale dimostrazione che anche nel mondo della poesia e del sublime l’amore è stupendo solo se c’è il consenso di entrambi…
Riprendendo ad esaminare la serie degli appellativi con cui Guido definisce il suo spirito-guida ( che, poco dopo, va detto, lo perdonerà per …l’assalto amoroso), ci troviamo davanti a una lunga serie di notazioni e descrizioni . Ne scelgo alcune : “Dentro la nube una mano/ mi conduceva con quieta fermezza/ per sconosciuti percorsi, lontano/ dal verdazzurro pianeta” I suoi movimenti sono rapidi e sicuri al timone della mia vita…quando volse graziosamente il capo il suo sorriso offuscava le stelle…
la guida mia compiutamente penetrava sogni e pensieri
la guida gentile viene via via definita anche la solerte scorta, la compagna di viaggio, il mèntore fidato, la figura trepida ed amica, quella presenza conosciuta e viva, la voce nota, l’amica sagace, l’esperta volatrice, la mia luce, l’amica, la saggia scorta, l’interprete fedele, la mia compagna, l’interprete sdegnata, il timoniere che di continuo mutava d’aspetto ( ora polena, ora
donna, ora efebo…), l’amica lieta e divertita dalle dolci fattezze, il mio buon consigliere, l’amica celeste, la guida sincera, la mia sibilla…

Il “viaggio stellare” verso il quale è spinto l’Autore dal suo inestinguibile desiderio di conoscenza, inizia con una anomala “astronave” in forma di nuvola estiva, azzurrognola e fitta, invisibile agli altri, caduti in un sonno profondo, che si insinua fin dentro la bocca oscura del tunnel, ne scende un’ agile ombra che porta il poeta , atterrito e urlante versi sconnessi e parole prive di senso, rapidissimamente in alto, lontano dal pianeta verdazzurro. Il tutto in un silenzio inaudito. “Sforato avevamo/ il grande velo dell’atmosfera/ e splendidi ci venivano incontro/ dal concavo cielo/ stormi infiniti di stelle/ bianche e azzurre, raccolte/ in multiformi costellazioni. A guidarlo, tenendolo per mano, l’essere con ali di farfalla e corpo flessuoso di fanciulla, volato fino a lui da un lontano pianeta, seguendo il suo soccorrevole istinto per aiutarlo a ricercare il Vero, al di là delle sbarre/ di quel cancello da cui fu vinto. Ad un gesto della mano di lei, nel cuore del poeta scende una pace sovrumana : Ormai troppo terrene le domande/ d’ieri e di sempre/ “Chi muove il mondo, quale/ l’origine nostra, ove la meta”. Mi sentivo/ accettato, una molecola/ felice in sintonia con l’universo.
Il viaggio continua per arcipelaghi di stelle, risucchiati/ nello spazio e nel tempo dentro i giochi/ alterni e opposti delle quattro forze/ che ci governano, eppure/ sembra che si segua una rotta ben calcolata, forse/ un’orbita celeste… (Le quattro forze sono quella gravitazionale, quella elettromagnetica, quella nucleare forte e quella nucleare debole).
Il poeta, fra un assopimento e l’altro in laghi d’ombra e d’azzurro che si aprono/ l’un sotto l’altro…( qui vengono citati addirittura i sedici laghetti di Plitvice in Croazia disposti a gradinata, formanti cascate), si sente sprofondare in un abbandono tra care braccia, senza l’angoscia del disperato andare dentro al tunnel (di cui al precedente viaggio-ricerca laggiù sulla Terra).
Vede nascere stelle, ma ne vede anche morire, per cui l’eternità si rivela un inganno della mente. “Ora vedrai come tutto/ anche quassù tra noi scolora e muore” gli dice lo spirito-guida.
Nel cap. IV assistiamo, letteralmente affascinati, alla formazione dei sistemi planetari nelle galassie, anzi, in numerosi universi…
Segue la visita al pianeta dei nani e dei giganti, nonché il passaggio davanti a un buco nero, che tutto ingoia quanto gli si appressa. Il buco nero è un mistero tra i misteri, ma niente paura : il poeta è fiducioso nel progresso umano , e fa dire alla voce nota : “Un giorno sarà dato d’accostarci/ a quel mostro con nuove conoscenze/ e attraversare l’imbuto funesto:/ esploratori intrepidi di mondi/ sconosciuti, forse/ d’un tempo diverso”. Nel cap.VII ci è dato sentire il cupo, terrificante rantolo dell’Universo, ma ecco, rassicurante, la guida : “Qualche volta il vecchio cosmo si lamenta…/ per qualche sua sconosciuta vicenda” E aggiunge, concludendo l’informazione con una saggia constatazione : “Navighiamo entro il vuoto smisurato/ che separa l’una e l’altra galassia/ ciascuna con miriadi di stelle/ e ruotanti pianeti,/ punti sperduti dentro immensi veli/ di gas e polvere vaganti/ nella cangiante varietà dei cieli./ Così muove e s’evolve l’universo/ senza scopo apparente/ vascello-fantasma in cui s’accalcano/ passeggeri atterriti che si chiedono/ dove vanno;/ e nessuno sa niente”.
Quel nessuno sa niente è lapidario. Non ammette repliche.
Nel capitolo VIII (Conversazione con lo spirito guida), l’esperta volatrice racconta della sua origine in un lontano pianeta, e consiglia al poeta un sano carpe diem : “Godi la bellezza/ che giorno a giorno ti vado mostrando,/ sullo scosceso ciglio della vita/ cogli il fragile fiore dell’istante”.
(Orazio col suo carpe diem, il professore del film “L’attimo fuggente”, etc. etc.).
Dopo aver visitato il pianeta degli ibernati, quello dei robot e quello delle ombre viventi, è “inevitabile” l’incontro con lo spirito di Giordano Bruno, che pur di non ritrattare la sua credenza in infiniti universi con innumerevoli mondi abitati da esseri intelligenti, accettò di lasciarsi abbrustolire vivo sul rogo. “Pensavo a Bruno che salì sul rogo/ per non tradire la fede nel vero,/ a un Dio che tutto può e muore/ per salvar noi d’un pianeta sperduto/ nell’infinita vastità del cielo.” “Salvarsi da che, salvarsi come – domandò sorridendo la compagna/ leggendo come sempre il mio pensiero – / ma per salvarsi basta forse crederci/ nascondendo la testa nel mistero”.
Il cap. XIII è quello dell’assalto amoroso di cui ci siamo già occupati. Nel XIV (Il sogno) l’Autore immagina di essere inseguito da una folla che vuole lapidarlo per quella tentata “violenza”, e di essere salvato dalla repentina apparizione di un uomo , le vesti stracciate/ e nel costato lunghe cicatrici/ mi venne incontro, mi guardò, sorrise/ (la folla si disperse soggiogata)/ disse deciso “Seguimi fratello/ e la tua colpa sarà perdonata”/ Mi destai che tendevo le braccia/ vanamente a quell’uomo pietoso;/ mi chiamava non potevo raggiungerlo/ disperato ne perdevo le tracce. In pochi, concitati e angosciati versi, viene reso artisticamente il dramma dell’uomo singolo alla ricerca del Cristo.
Nel XV capitolo c’è il sospirato perdono dello spirito-guida, nel XVI il pianeta dei morti, con la sagace e gustosa rappresentazione di categorie di personaggi dei nostri giorni, dai politici alla gente di spettacolo ai mercanti, e così via. Nel XVII c’è addirittura l’incontro col caro Padre Dante. Guido, al cospetto di Dante, pur sentendosi il cuore battere forte per l’antico amore e per l’emozione di essere al cospetto/ d’uomo che più d’ogni altro il mondo onora, trova il coraggio di fargli delle domande. Viene così a sapere che i personaggi che Dante onorò col suo canto, e li fece grandi, “giacciono ammucchiati/ nel grande cimitero della Terra;/ pacificati/ fraternizzano tra i vermi” . Alla domanda “esiste un Dio che l’universo regge ?” Dante risponde “Se intendi rettamente la visione/ che muove la Commedia e la suggella/ Dio è luce in cui l’uomo si riflette./ Ma se l’arida scienza l’apparenta/ a protoni, neutroni ed elettroni/ ogni fede ha perduto sua semenza”. Infine, Dante dice la sua anche sulla situazione della letteratura, meglio, della Poesia, nel nostro mondo d’oggi : “Tu saresti – mi disse – un altro Guido/ e forse vorresti essermi seguace/ ma più nessuno tra i versi fa il nido/ se pur fornito d’ingegno vivace./ Parola e realtà vanno disgiunte/ ormai la prima si coltiva in vitro/ fugge il lettore cercando altro lido.”. Seguono altri capitoli in cui la “voce narrante” fa altri incontri, ( con affaristi senza scrupoli, con milioni di bambini innocenti morti per fame, malattia o guerre, etc. ) in cui si può esercitare appieno la sua forte carica di indignazione, di commiserazione o di sarcasmo. Riassumerne qui il contenuto è impossibile. Il libro va letto. Accennerò soltanto all’incontro di Guido con gli avi, cioè con le ombre di sua madre e di suo padre, nel cap. XXI, uno dei più belli, di un’elegia tenerissima, straziante :
“ Ora vengono a te persone care
che t’amarono in vita e nulla chiedono
se non la gioia di poterti guardare.”
Mentre parlava, due pallide ombre
sorridendo mi venivano incontro
la mano nella mano,
ne ravvisavo il volto, nel ricordo
rimodellando il loro aspetto umano.
“Guido !” chiamò l’ombra materna
e fu sì forte
il grido che risuonò in quel silenzio
che si voltarono l’ombre già partite
per far ritorno al regno della Morte.
“Guido – ripeté – sei qui davvero
corpo che ancora palpita e respira
in questa ressa d’ombre
ombra io stessa ? E come tanta grazia
dalla bontà divina fu concessa ?”
Disse e la voce le tremava in gola
si strinse all’altra ombra e mi guardava
con quell’amore che non ha parola.
Ed ecco l’altra ombra si muoveva
quasi giungendo le mani in preghiera
e con voce commossa : “Ti ricordi
qualche volta di noi quando s’allenta
la morsa della vita che ti serra
e sopra la veranda nostra il cielo
si tinge dei colori della sera ?
O quando guardi il mare che si frange
spumeggiando tra scogli e l’inargenta
la luna, nostra mite messaggera ?
Tu e questo mi manca e i misteriosi
suoni della città che si ridesta
la vita che tumultua in mezzo al traffico
il viavai dei passanti che si specchiano
nelle vetrine pavesate a festa.
Oh andar per strada lacero e stanco
ma esser vivo tra la folla viva !”
Tacque, quasi confuso del suo dire,
lui che un po’ vergognava, un po’ gioiva
di quel suo figlio che scriveva versi.
Sorrise e fece il gesto di abbracciarmi
poi si trattenne, sapendo l’inganno.
Io dissi solo : “ Sapete che v’amo”.
Altro non volli aggiungere, temendo
che nel mio dire leggesse l’affanno
e il dolore d’un vivere insensato…”

Questo incontro coi genitori, mai abbastanza amati e compresi in vita, dai figli, quanto dopo la loro scomparsa, lascia nel poeta “l’angoscia e il rimorso / per un amore così tardi espresso”. Altra notazione delicata da cui traspare la profonda conoscenza che l’Autore, conoscitore, ammiratore e moderno “seguace” di Dante, dimostra di possedere non solo per quanto riguarda i mali della società, ma anche per quanto riguarda l’animo umano, cui l’affanno “meccanizzato” della vita quotidiana spesso impedisce l’espressione tempestiva e adeguata della tenerezza e dell’amore.

Il poema si avvia alla conclusione col cap. XXII (Ammonimenti) in cui gli strali non risparmiano numerose categorie di persone della società moderna, come certi Papi e cardinali, scienziati, moralisti e maitres à penser, “delinquenti richiamati in cattedra”, politicanti senza scrupoli, criminali e truffatori d’ogni risma ( e chi più ne ha più ne metta).
Purtroppo le invettive del grande poeta, senza peli sulla lingua, colpiscono anche poeti e pittori :
“…Se parli d’uomini che in Terra
hanno svettato su tutti per scienza
sii pago di leggerne il pensiero
nell’opere in cui più sale e s’addensa.
Conoscerli di persona sminuisce
l’alta stima che n’accompagna il nome,
troppo minori di quello che scrivono
inducono sovente a compassione.
Così è dei poeti e dei pittori,
invidiosi l’un l’altro dei successi,
pieni di tic, di debiti, meschini,
con un giusto disgusto di se stessi.
Mi limito a parlare dei migliori,
non dei tanti che giunsero a fama
per intrallazzi e scambi di favori…

Uno sguardo benevolo e una parola di comprensione sono rivolti invece ai poeti le cui rime “ sono intrise / di dolore e d’amore e forse è questo / che al lettore avvicina e le redime.”
Originale e potente il XXIII cap. ( La luna) in cui, sviluppando una fantasia dell’Ariosto ( il viaggio del prode Astolfo sul satellite alla ricerca del perduto senno dell’amico) viene descritto un incredibile, mostruoso commercio di cervelli.
Gli ultimi due capitoli descrivono il ritorno sulla Terra, con le affascinanti immagini di un singolare film di fantascienza sceneggiato, girato e diretto da un poeta.
“…Quando improvviso un vortice furioso
di pioggia e di vento
ghermì, squassò il fragile guscio
lampeggiando e tuonando orribilmente.
Più volte la serica nuvola
come impazzita ruotò su se stessa
poi fiammeggiando solcò il cielo e cadde
a guisa di meteora splendente.
Eravamo tornati all’atmosfera
che cinge con il manto suo la Terra
contro di noi s’avventava una massa
oscura per la notte che incombeva.
Fu l’ovattata coltre della nuvola
che smorzò la violenza dell’impatto,
ora affondavo i piedi dentro il fango,
nel freddo grembo della Terra antica.
Ero dietro al cancello
( o forse in nessun luogo della vita)
“Siete arrivati” gridava una voce,
non so se beffarda od amica.”

E’ sintomatico che il primo contatto al ritorno sull’antica Terra sia un affondare coi piedi nel fango e in un freddo grembo. E che il ritorno stesso avvenga nel buio fitto, nell’incertezza più assoluta. Ma è soprattutto un tocco d’artista quello che muove la penna dell’Autore in questa “chiusa”. Infatti, dopo un sublime viaggio stellare ai confini dell’impensabile e dell’indicibile, quel cancello, quel fango, quella voce banale che grida “Siete arrivati” trasmettono al lettore compartecipe il fascino e l’angoscia della grande Poesia, dell’ignoto e della solitudine della vita del singolo individuo, dovunque e in nessun luogo.

(Saggi e Studi, settembre 2013)

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