di Benito Poggio

Professore di Lettere nei Licei, latinista emerito ed efficace traduttore, affermato poeta e romanziere di nerbo: è Francesco Macciò, e di lui si dice un gran bene. Nato Torriglia, è genero felice proprio dello “storico” Preside del sampierdarenese Liceo Classico “Mazzini”, Angelo Corsello, di cui ha sposato la figlia Ilaria. L’ultima sua fatica è una riuscita raccolta di poesie, dal titolo Abitare l’attesa (La Vita Felice, Milano 2011), illustrata in copertina da una splendida foto di Luca Moisio Corsello e preceduta da una motivata presentazione a cura di Gabriela Fantato. L’opera, manco a dirlo, ha giustamente riscosso ampi consensi di critica e di pubblico nelle varie affollate presentazioni che hanno avuto luogo a Genova, a Chiavari, a Santa Margherita Ligure, a Milano e, la più recente, a Trieste. L’accurata raccolta poetica è impostata al suo interno su tre degli elementi primordiali: Di terra , D’acqua, D’aria, ma ad essa vanno aggiunte le sezioni speciali In transito, Ink Tablets e Inappartenenza, oltre al corredo delle limpide Note ai testi, curate dall’autore. Particolari suggestioni suscitano le parole delle Ink Tablets nella voce del legionario romano di Vindolandia, rimasto solo, lungo il vallo di Adriano (tra la Britannia e la Scotia), a rivivere (o ripensare?) la grandezza e la potenza di Roma e a difendere l’ultima Thule, la nordica terra di nessuno e che, per dirla con Concetto Marchesi quando dice di Tacito, “si fa episodio della storia”. C’è inoltre da precisare che i pensieri – (sottovoce) e (a più voci) – riuniti in Inappartenenza, insieme alle Note ai testi, costituiscono, per così dire sulla scia di quello leopardiano, un piccolo e raccolto Zibaldone maccioniano. Difatti, anche per Macciò, annotazioni e obiezioni, osservazioni e riflessioni, tutte di prima mano e tutt’altro che oziose anche se appese, per citare un suo verso,“alle parole / più semplici e leggere”, risultano pervase da un senso di perenne indagine, teso al perseguimento, nel nostro mondo, della consapevolezza e della verità. E, come al solitario Romanus miles di Vindolandia, può accadere all’uomo, poeta o meno, di trovarsi in solitudine e nutrire in sé, per citare altri suoi bei versi, quel “seme / oscuro che scioglie nel cuore / quello che non sappiamo dire”. Qualcuno ha notato, tra i vitali elementi primigeni, l’assenza del “Fuoco”. In realtà è un’assenza solo apparente: sottoforma tanto di elemento reale che di ispirazione, il fuoco è già presente come “distruttore” fin dalla premessa che riporta versi di Empedocle e possiamo dire che tale elemento “infuoca” l’intera raccolta poetica densa di alto lirismo e di alti significati. A ben vedere, come scrive lo stesso autore, è una poesia “per la bellezza / e per la vita” e che, all’opposto, sferza con forza la boriosa globalizzazione in atto che esalta “i miti […] preconfezionati / da un grossista planetario”. I versi di Macciò suonano anche come una condanna e come un attacco a coloro che, presuntuosamente, pongono al centro di tutto, non l’uomo, ma lo sfrenato consumismo che sta portando, sono ancora sue poetiche e profetiche parole, a “questo lento democratico / suicidio d’Occidente”. Come si è visto, una poesia di pensiero e che fa riflettere, proprio oggi che si ritiene che ogni soluzione debba essere e sia di natura economica, finanziaria e monetaria. Ci sono altri valori da ricercare, c’è dell’altro, signori miei, da difendere, o no?

 

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