Viviane Ciampi

di Luigi De Rosa

Nel pomeriggio del 24 maggio 2012, la poetessa franco-italiana Viviane Ciampi ha presentato, al Centro Culturale “L’Agave” di Chiavari (Ge), Fragments de lumière, l’ultima opera di Bruno Rombi, scrittore e poeta, saggista e critico, traduttore e pittore di origine sarda (Calasetta) ma trapiantato da una vita a Genova. La Ciampi lo ha fatto con quel suo stile squisito ed elegante, leggendo e commentando criticamente molte delle quaranta composizioni (senza titolo, solo numerate progressivamente), non in un tradizionale “soliloquio”, bensì duettando gradevolmente con l’Autore (non privo di esperienze teatrali, anche come attore) per tutta la durata della “presentazione-intervista”. Ne è scaturito, per i presenti, un incontro piacevole e illuminante sulla più recente produzione lirica di Rombi. «Preferisco questo dialogo informale, giornalistico, dopo un breve “chapeau” di presentazione, mi sembra il modo migliore per avvicinare un autore all’eventuale lettore… », mi ha poi detto la poetessa.

Il marchio di originalità di questi Fragments de lumière è rappresentato dal fatto che l’Autore, queste quaranta poesie, non le ha pensate e create in italiano per poi tradurle, in un secondo tempo, in francese. No. Le ha pensate, elaborate e scritte direttamente in francese, come se fosse un poeta nato e formatosi in Francia. Il che non poteva non solleticare quell’immancabile “orgoglio nazionalistico” francese di fronte al filone francofono di scrittori e artisti stranieri che ingrossa, così, le proprie fila con firme di prestigio. Concordo, peraltro, col poeta francese André Ughetto, quando scrive sulla quarta di copertina del fascicolo n° 408 di Encres blanches (Encres vives – Colomiers, diretta da Michel Cosem) che « … l’auteur plonge et se découvre en ce miroir préoccupé par “ le temps qui s’en va ”  et conscient d’une certaine déréliction […] il se juge sans aménité, confesse maintes fois sa folie.  […] Cette parole se meut, concise et tranchante, oraculaire parfois… Fragments remontés d’un puits de rêves et de fièvres, l’onction du grand amour que Bruno Rombi porte à notre langue ».

A tutto ciò aggiungiamo che Rombi, nella sua ipersensibilità di artista, maestro e tecnico della parola e del colore, con questo suo cambio d’abito e di “maschera” riesce a superare se stesso e a toccare l’acme del suo lungo e sofferto cammino di uomo e di poeta. Con una versificazione asciutta e moderna, quasi totalmente disaggettivata, tutta sostanza, carne e sangue, Rombi riesce a darci un ritratto della sua solitudine, dolente e ombroso, colmo di dubbi e nostalgie – anche se non ammesse facilmente – ma forte e vitale come non mai. Sembra un saggio che ormai stia imparando a spendere al meglio la sua ironia intelligente, la sua visione disincantata di una vita aspra, lunga, disseminata di sofferenze ma illuminata da un prezioso talento d’artista.

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