Mario Novaro

(Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2011)

di Liliana Porro Andriuoli

Vorrei spendere qualche parola intorno all’accurato e minuzioso lavoro critico compiuto da Veronica Pesce sul libro di Mario Novaro, Murmuri ed echi, da non molto apparso per i tipi della San Marco dei Giustiniani di Genova, lavoro che vale a dare a questa silloge un’altra “edizione definitiva”, la settima[1]. Tale “edizione” della Pesce fa seguito infatti a quella curata nel 1975 da Giuseppe Cassinelli[2] (e ristampata nel 1994 con una premessa di Pino Boero e Maria Novaro) che, seppure postuma, realizzava l’antico sogno del poeta ligure di dare un assetto finale ai suoi testi poetici; un sogno da lui perseguito fin dalla terza edizione[3] e che la morte lasciò purtroppo incompiuto[4]. Le molte “trasformazioni” e i numerosi “cambiamenti” che egli apportò alle sue poesie nel corso delle cinque edizioni di Murmuri ed echi testimoniano appunto, come ben precisa la Pesce[5], questo suo mai esaudito desiderio “di mettere a punto una nuova e «definitiva» edizione della raccolta. E d’altra parte la poesia di Mario Novaro, anche se nata nell’estremo ponente ligure[6], non fiorì certo in un contesto isolato, bensì in un ambiente fervido di molti contatti culturali, e conseguentemente di reciproche influenze tra poeti volti a percepire gli stimoli di quell’aura nuova che, nei primi decenni del ‘900, investiva le nostre Lettere: l’ambiente che ruotava intorno a “La Riviera Ligure”, la rivista della ditta di famiglia[7]. E de “La Riviera Ligure” (che originariamente vide la luce come “foglio letterario e pubblicitario”) Novaro fu per vent’anni (dal 1899 al 1919) l’attivo direttore[8], capace di trasformare quell’iniziale “foglio” in un’apprezzata rivista a cui collaborarono le firme più prestigiose del tempo[9]. In questo vivace e stimolante contesto si compì dunque il meditato lavoro di lima con cui il poeta lesse e rilesse i suoi versi, apportando ad essi, in un’inesausta volontà di perfezione, le numerose varianti. Fu così che i testi di Murmuri ed echi assunsero nelle varie edizioni una progressiva scarnificazione, raggiunta talora attraverso un processo di sintesi, ma più frequentemente attraverso la frantumazione del verso iniziale in sintagmi molto brevi. L’analisi di tali numerose varianti ha consentito alla curatrice di evidenziare il graduale passaggio “dalla prosa alla poesia” che si avverte nelle cinque edizioni di Murmuri ed echi e di dimostrare altresì come da un “Novaro filosofo” (appellativo da più parti attribuitogli e derivatogli dalle due lauree in Filosofia, conseguite la prima a Berlino nel 1893 e la seconda, l’anno successivo, a Torino) si sia giunti al poeta di cui oggi con insistenza ancora si parla. A proposito di tale legame di Novaro con la filosofia, anche Giuseppe Cassinelli, nella sua Introduzione a Murmuri ed echi, osserva come il poeta onegliese sia giunto alla poesia “dopo un’appassionata e non pacificata esperienza filosofica”, sicché “la profonda esigenza gnoseologica rimane elemento portante e non sconfessato della sua lirica”. Ciò non diminuisce, tuttavia, la sua voce di poeta, anzi la esalta, essendo la sua una poesia, ricca di molto pensiero, modulata in maniera personalissima. Per comprendere l’importanza di questa nuova edizione critica, e quindi meglio valutare l’attento e approfondito lavoro della curatrice, sarebbe necessario entrare nello specifico e confrontare le variazioni subite nelle successive edizioni da ogni singolo testo del libro di Novaro. Ci limitiamo però in questa sede, per ovvie ragioni di spazio, ad un solo esempio, prendendo in esame la poesia Quante volte ancora (già apparsa su “La Riviera ligure” nel maggio del 1912) la quale, pubblicata[10] (con qualche variante) in volume nell’edizione Ricciardi dello stesso anno, suona: “Questi pini questi cipressi e le rose come sangue rosse / quante volte ancora, quando io più non sia, stupita guarderà la luna, mute cennando guarderan le stelle, / sul colle che solo restava con me nel silenzio notturno, a meditare! / – e a noi dinanzi stendevasi il mare, che al canto dell’anima, ampio, / profondo, infinito si accompagnava”. Nell’edizione Vallecchi del 1919 il testo si presenta in forma notevolmente variata, venendo eliminata l’ultima parte della lirica, mentre il verso della strofa precedente, spezzandosi in altri versi più brevi, risulta come percorso da un nuovo più veloce ritmo; la poesia assume così un andamento maggiormente franto, che conferisce al discorso poetico un più alto valore. Riportiamo per un confronto il testo del ‘19: “Questi pini / questi cipressi / e le rose come sangue rosse // quante volte ancora, / quando io più non sia, / stupita guarderà la luna / mute cennando guarderan le stelle // sul colle che solo / restava con me / nel silenzio notturno / a meditare!”. Sono osservazioni, queste, che scaturiscono evidenti dal lavoro della curatrice la quale, nel suo Apparato, ponendo in luce la trasformazione subita dal testo nelle due edizioni menzionate, annota fra l’altro come “la prosa” del 1912 si sia “trasformata in poesia” nel 1919, specie “con l’eliminazione dell’ultima strofa”.     Un progressivo movimento verso l’essenzialità e l’intensità della parola poetica è, dunque, quello compiuto da Mario Novaro: ed è questa la caratteristica precipua (accanto al molto pensiero) della sua poesia. E sarà in definitiva l’insegnamento che egli trasmetterà a tanti poeti venuti dopo di lui, come lo stesso Montale, che più volte espresse nei suoi confronti dei favorevoli giudizi: cosa quanto mai rara, dato il suo carattere piuttosto riservato e alieno dalle pubbliche lodi.

Nota: Molte delle osservazioni di questo saggio sono già apparse in un mio precedente articolo pubblicato su “Pomezia Notizie”, Anno 20 (Nuova Serie), n. 4, Aprile 2012.

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[1]  Le edizioni di Murmuri ed echi pubblicate da Mario Novaro furono cinque: quattro presso l’editore Ricciardi di Napoli, negli anni 1912, 1914, 1938 e 1941, ed una, nel 1919, presso l’editore Vallecchi di Firenze. [2] Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro. [3] Vallecchi, 1919. [4] L’ultima edizione di Murmuri ed echi, uscita con Mario Novaro ancora in vita, risale al 1941. [5] Veronica Pesce, Attorno a Murmuri ed echi, “La Riviera Ligure”, nn. 61/62 (Anno XXI), agosto 2010, p. 94. [6] Nativo di Diano Marina (25 settembre 1868), Mario Novaro dimorò ad Oneglia dove c’era l’industria olearia di famiglia. [7] La ditta “Olio Sasso”, l’industria ereditata dalla madre Paolina Sasso. [8] La rivista, in realtà, nasce a Oneglia nel 1895, ma Mario Novaro ne assume la direzione solo nel 1899. [9] Fra numerose altre, si trovavano firme quali Pascoli, Pirandello, Gozzano, G.A. Borgese, Cecchi, Palazzeschi, Soffici, Jahier, Sbarbaro, Boine, Roccatagliata Ceccardi. [10] Quasi tutti i componimenti di Murmuri ed echi vengono dapprima pubblicati, singoli o in gruppo, sulla «Riviera Ligure» e solo nel 1912 vengono riuniti, per la prima volta, in volume.
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