di Benito Poggio

 * Angelo Marchese, Essere e non essere, Città del silenzio edizioni, Novi Ligure 2011

 Vale certamente la pena ricordare e prendere in primaria considerazione Angelo Marchese, la cui brillante carriera di professore ebbe inizio dal sampierdarenese Liceo Scientifico “Fermi”, per passare poi al genovese Liceo Classico “Colombo” e – abbandonata Genova, rivelatasi, come recita un suo verso, “atroce formicaio impazzito” – approdare ai fiorentini Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” e Licei Classici “Michelangiolo” e “Machiavelli”. Qui lo si vuole ricordare non come studioso, saggista e critico di fama nazionale ed europea a poco più di dieci anni dalla sua morte, bensì – sorpresa per quanti conoscono la sua opera di serio professore e valente critico – nella veste di sensibile e pensoso “poeta”. Nel non facile compito di raccogliere, selezionare e pubblicare le poesie del marito, l’amatissima moglie Anna ha potuto contare sul conforto e l’aiuto della studiosa e poetessa sampierdarenese Isa Morando, di Marchese amica e collega, e dello studioso e critico di vaglia Stefano Verdino, docente dell’Ateneo genovese oltre ad aver avuto, come lui riconosce e dichiara, la fortuna di essere stato allievo di Marchese al Liceo “Colombo”. La moglie Anna, resa sicura dal competente appoggio di due così validi esperti, ha consentito (e favorito) l’uscita della silloge che ha titolo Essere e non essere, allusivo al grande bardo inglese e nel contempo, proprio in forza di quel mutamento della shakespeariana “o” in “e”, di sapore più marcatamente filosofico. La splendida e acuta prefazione di Verdino aiuta il lettore a comprenderne l’indubbia valenza lirica unitamente alla “prospettiva esistenziale” che sottende tutta la poesia di Marchese nelle sue frastagliate ramificazioni: dai frequenti richiami a Leopardi, Montale e Caproni (i suoi poeti-maestri e da lui tanto amati e tanto studiati) alle sottili tonalità di riflessione lirico-filosofica (che comprendono e scivolano su personalismo, freudismo e marxismo). La vita di Marchese conclusasi, come bene scrive il prefatore, “con l’ultima stagione della malattia… dalla ‘trincea’ dell’ospedale, sulla soglia della vita e del suo dopo”, traspare nitida e senza malintesi commiserativi e si evolve precisa e con stoico rigore nei suoi componimenti attraverso varie fasi che racchiudono vari momenti espressi in una sessantina circa di componimenti sempre meditati, sàpidi qui e là di ironia, carichi di riflessioni, densi di pensieri forti rivolti a “questi [nostri] cuori di ferro, / vuoti di memoria e di speranza” e alle apatiche “nostre anime di ferro” ingannate da “questa sedicente civiltà del benessere”, da lui definito “lercio” e che ci ha resi ormai incapaci di “conciliare la nostra libertà col senso degli altri”. Chiusa dalle probanti Testimonianze dei due allievi di Marchese, – Giovanni “Gianni” Grolla il primo, Giovanni Sighieri il secondo, –  l’opera, tutta da meditare e tutta da rielaborare nell’interiorità di ciascuno, è articolata in tre sezioni e va dai genovesi Vecchi versi (1965-1978) a lungo tenuti chiusi, per pudore o decenza, nel cassetto tra carte e appunti, ma che oggi noi scopriamo essere altamente meritevoli; ai fiorentini Canti della malattia e della guarigione (1999), composti dapprima nell’agguato del suo male “che incombe segreto” (dal quale, conferma Verdino, non “fu mai sommerso”) e poi dal percepire “qualche chance” di guarigione quasi presentendo “una riconquistata serenità”; fino ad una decina di Poesie sparse che, pur concedendosi “alla precaria fede / di un uomo”, dispensano accettazione pacata e gioia misurata, chiudendo quello che la moglie Anna e la collega Isa concordano nel definire “l’ultimo, grande, regalo che Angelo intendeva offrirci”. Dai suoi versi apprendiamo, “con un nodo alla gola”, secondo le appropriate parole di Verdino, che Angelo Marchese non ha mai voluto né piegare il capo, né abbandonarsi sconfitto, né rassegnarsi alla risacca della vita, ma ha sempre lottato e resistito (“resisti” il suo plurimo, convincente incipit) fino alla fine dei suoi giorni tra “la pena di vivere nel corpo doloroso e fragile”, “logorato dalle cure” e “il Wille zu Leben” (la volontà di vivere) che si riversano e portano a quella splendida allegoria di Al citofono quando lei, ‘sora nostra morte corporale’, si presenta “con un sorriso sdentato”. Ma “il suo cuore fanciullo”, “nel buio del ‘suo’ ignaro”, non ha mai consentito che prevalesse la “mano vorace che ti fruga/dentro”, anzi il poeta arriva autoironicamente a scherzarci su come si legge in Canzonetta (“Oh che bello scheletrino mi son fatto!”). Se si odono e si percepiscono chiaramente echi petrarcheschi, pascoliani e dei molti poeti studiati e amati da Marchese, come cultore di anglistica ho provato un brivido e mi ha procurato estremo piacere riscontrare quanto egli amasse anche Keats, del quale, in tutta evidenza, fa due palesi citazioni a dir poco divine: la prima in lingua originale, “a thing of beauty is a joy for ever” (per me: “una pur minima scintilla del bello infonde una gioia che perdura nel tempo e che mai si perde”) e la seconda da lui, questa volta, ottimamente riproposto in italiano, “non udita melodia” (“unheard music”). Angelo, siine certo, anche i tuoi versi sono in grado di suscitare quella durevole gioia, intima e tutta interiore… ma, senza la pubblicazione di questa tua preziosa silloge, voluta dalla tua carissima Anna e curata con amore e competenza da Isa e Stefano, i tuoi versi, per tutti noi, sarebbero rimasti anch’essi una “non udita melodia”.

 

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