LUCIANO LUISI: L’OMBRA E LA LUCE (Editrice Rocco Carabba, Lanciano, 2010, € 18,00)

Liliana Porro Andriuoli

Alla già vasta, oltre che molto pregevole produzione poetica di Luciano Luisi, che comprende sillogi quali Racconto, Un pugno di tempo, La sapienza del cuore, Nonostante, che sono tra le sue maggiormente note, si aggiunge ora una nuova raccolta, L’ombra e la luce, che arricchisce di un prezioso tassello il suo cospicuo curriculum. E’ questo un libro della terza età della vita e di essa contiene i soprassalti e l’urgere dei ricordi, colti da Luisi tuttavia con quella lucidità intellettuale e con quella forza d’animo che da sempre lo contraddistinguono. Basti leggere l’incipit di una poesia come Nel tempo per rendersene conto: “Siamo nel tempo, cara, / e solo il tempo / tiene in mano la spada che separa. / Tutto tende al semaforo / che segna rosso al fondo della strada”. E si noti che il motivo del fuggire del tempo è fondamentale specialmente in questa prima parte della silloge, non a caso intitolata Nel tempo. Ma fondamentale è qui anche il colloquio che Luisi intreccia dapprima con la diletta compagna dei suoi giorni, per allargarlo successivamente ai cari defunti, le cui immagini si affacciano alla mente e lo rassicurano con la loro presenza, offrendogli il conforto di una speranza: “… i cari / morti mi vengono / sempre più accanto / per consolarmi. // Li vedo che s’aggirano / la notte nella mia stanza, / rassicuranti a dare / invito alla speranza” (I morti). E proprio alla speranza Luisi dedica una delle poesie più significative di questa sua nuova silloge: “Restami accanto, speranza, non cedere. / Non credere se dicono / gli anni che porto addosso, / – e contando / quelli che suppergiù / mi restano – / sussurrano / che già sarebbe giunta / l’ora, per me, di saltare / quel fosso” (Alla speranza). Altre figure che emergono in questa prima parte del libro, e con le quali il colloquio di Luisi s’infittisce, sono quelle degli amici: amici scomparsi, nelle liriche della sezione Memento (Addio alla figlia, La porta chiusa; Epicedio per un suicida; Un luogo; Micol, nel fiore degli anni) e amici ancora in vita, per i quali egli ha sempre parole di affetto, nelle liriche quali A Ugo Attardi; A Giuseppe Conte; A Dante Maffìa; A Davide Rondoni della sezione Lettere. Il colloquio più fitto però Luisi l’instaura con Dio, benché si tratti in realtà piuttosto di un monologo, dato che si sviluppa con un susseguirsi di domande che non ottengono alcuna risposta. E’ quanto avviene nella seconda parte del libro (Nel Suo segno), specie nella sezione intitolata Lotta con l’angelo, dove più tesa e sofferta si fa la sua parola: “Ma come posso – piagato / da tutti i mali da tutte le colpe – / io che non ho le ali, / … / Io / che ho dentro un groviglio di nubi, / come posso parlare / con Dio?” (Ma come posso); “Nel petto mi batte / la speranza che ora qui sull’angolo / io possa ad un segnale riconoscerTi” (Al semaforo). Altre poesie di questa seconda parte trovano invece la loro fonte d’ispirazione nei Vangeli e sono L’annuncio; La promessa; Giuseppe; La peccatrice; Tommaso; La tempesta, appartenenti all’altra sezione, Dal libro. Dove però la voce di Luisi diviene più dolente e sofferta è nella terza parte della silloge, intitolata Nel male del mondo. Qui infatti il nostro poeta guarda al di fuori di sé, ai problemi che affliggono l’uomo moderno, affrontando nella prima sezione, Barche di clandestini, il dramma di coloro i quali attraverso un viaggio lungo ed esposto a gravissimo pericoli, tentano di approdare in Italia e in altri paesi europei, nella speranza di migliorare le loro condizioni di vita. Si tratta però di una speranza nella maggior parte dei casi destinata a non trasformarsi in realtà e che talora sfocia anche in una tragica morte: “Da quanti giorni è sul mare la barca? / Ma teneramente culla / i loro corpi sfiniti. / … / batte / violento il vento alle fiancate / la barca-bara sbanda / affonda nell’onda si piega / paurosamente sfiora / la pelle del mare” (La pietà). E’ questo uno dei sette testi di questa sezione, Barche di clandestini, la quale nel suo insieme forma un vero e proprio poemetto su un argomento di viva attualità nel mondo odierno. Altrettanto drammatiche sono le poesie dell’altra sezione della terza parte del libro, Cronache dei giorni, l’ultima, nelle quali Luisi esprime tutta la sua amarezza e il suo sdegno, nel soffermarsi su alcuni fatti del suo tempo che lo hanno maggiormente colpito. E sono fatti che feriscono gravemente la sua coscienza di uomo, che vengono da lui resi in maniera sobria e asciutta e proprio per questo più efficace. Si veda ad esempio l’incipit della poesia Torri gemelle: “E’ inutile che tenti di non crederlo: / io l’ho veduto volare quell’uomo, / un Icaro impazzito / a testa in giù, le braccia / aperte come ali a remigare / povero uccello morente nel vento”. Un libro di molto rilievo quest’ultimo di Luciano Luisi, dal quale emerge netta l’immagine di un uomo dalla robusta personalità e dai fermi principi morali, ed anche quella di un poeta come pochi capace di esprimere compiutamente il suo mondo interiore in versi limpidi e di ottima resa.

(da “Pomezia Notizie”, Anno 20 (N.S.) n. 3, marzo 2012)

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