I PICCOLI MARTIRI DI FRANCESCA DI CAPRIO
LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO MINORILE NELLA STORIA E NELLA LETTERATURA DALL’UNITA’ AL PRIMO NOVECENTO

Non udite i bambini che piangono?
Elizabeth Barrett Browning (1806-1861)

di Luigi De Rosa

I “piccoli martiri”di cui ci parla la scrittrice genovese Francesca Di Caprio sono principalmente i bambini italiani maltrattati e sfruttati, sia in patria che all’estero, dall’unificazione dell’Italia fino ai primi anni del Novecento. Ma il suo lavoro tocca, in realtà, anche, lo sfruttamento minorile in epoca successiva ed in altre zone del mondo. Tanto è vero che, sia in esergo che nell’inizio della qualificante prefazione di Barbara Montesi (docente di Storia contemporanea all’Università “Carlo Bo” di Urbino) vengono citate le parole di Kailash Satyarthi, fondatore e presidente della maggiore organizzazione mondiale contro lo sfruttamento dei minori, il “Global March Against Child Labour”, pronunciate nel 2009 alla consegna del “Defender of Democracy Award”: “Dobbiamo far sì che, nell’epoca in cui stiamo vivendo, lo sfruttamento e la violenza contro i bambini diventino un ricordo della storia”.
Quindi siamo “nel perdurare di un’emergenza”, come afferma la prof.ssa Montesi, perchè “nonostante la tratta dei bambini italiani all’estero” sia “da tempo una pagina chiusa e gran parte di loro” siano “ormai entrati a pieno titolo nell’infanzia intesa come un bene da proteggere e da curare” (o addirittura come portatrice di diritti, come sancito dalla Costituzione italiana del 1948), “tanti altri bambini nel mondo continuano a restare esclusi da tale definizione e da tale statuto”, con tutte le conseguenze aberranti di cui spesso i media ci informano.
La Di Caprio sottolinea che “la storia non obbedisce alle regole del progresso, anzi talvolta regredisce. Ancor oggi, nell’epoca delle tecnologie avanzate e del miglioramento “civile” si vedono minori sfruttati come mendicanti, utilizzati per compiere rapine, allevati per essere soldati, destinati alla prostituzione”. Per non dimenticare ( mi permetto di aggiungere) un’altra orrenda pratica criminale in uso ai giorni nostri in alcune parti del mondo: quella di rapire o “affittare” bambini per espiantarne organi da vendere sul relativo mercato clandestino.

Questa vasta, approfondita e meritoria ricerca della genovese Di Caprio, corredata di una ricca bibliografia e di una efficace documentazione fotografica, punta ad approfondire il dramma dei bambini, “affittati” in Italia con “contratti” privi di alcun valore giuridico da sfruttatori senza scrupoli che, offrendo un misero compenso, convincevano genitori poverissimi e ignoranti, con promesse menzognere, ad affidargli i loro figli per due, tre e più anni, figli che venivano poi sfruttati nel modo più bieco e disumano, spesso fino alla loro morte prematura per fame, botte, stenti e malattie non curate.
L’opera è suddivisa in due “Parti”. La Prima contiene Cenni storici sullo sfruttamento minorile dall’Unità d’Italia al Primo Novecento; la Seconda esamina criticamente, e alla luce del contenuto della parte prima, la Letteratura italiana sull’infanzia sfruttata, affrontando il tema con piglio letterario e scientifico nel contempo, perché la scrittrice Di Caprio, che è anche una storica (tra le sue varie cariche anche quella di consigliera dell’Accademia dei cultori di storia locale di Chiavari), pur nel rispetto dei criteri e dei metodi di una ricerca scientifica, si esprime con un linguaggio comprensibile, fluente, letterariamente efficace, come se stesse offrendo al lettore un racconto avvincente (e, purtroppo, dolorosamente vero). Tutto questo perché, raccomanda, la memoria del passato serva per un migliore avvenire.
Dopo alcuni cenni sul lavoro minorile e sulla legislazione italiana dell’epoca, il libro affronta temi e argomenti come: la tratta dei fanciulli nell’Appennino settentrionale; la tratta dei bambini italiani nelle vetrerie francesi; i piccoli musicanti in Gran Bretagna; altri mestieri di sfruttamento dei fanciulli, come quello di spazzacamino, lavorante nelle fornaci, nei cantieri edili, in cave e miniere di carbone; muratore, sterratore, girovago “orsante” e “scimmiaro”.
Molti contadini dell’interno della Liguria, per sfuggire alla fame e alla coscrizione obbligatoria, emigrarono nelle più grandi città d’Europa per esercitarvi accattonaggio, sfruttamento dei minori addestrati alla questua. Centinaia di uomini, donne e bambini, ogni anno, partivano dalla Val Fontanabuona (Cicagna, Orero, Neirone e Moconesi), dal Chiavarese, dalle Valli Graveglia e Sturla per andare in Europa a fare i suonatori ambulanti e a far esercitare la questua dai piccoli, che erano sottoposti ad ogni genere di maltrattamenti. Laddove l’accattonaggio era vietato dalla legge (come a Londra) si trasformavano in suonatori di organetto o ammaestratori di animali. Il viaggio a piedi da Chiavari a Londra durava un mese, durante il quale i padroni sfruttatori facevano esibire i bambini con tartarughe e bisce (poi verranno gli orsi e le scimmie), oltre che nella questua (i bambini erano più fruttiferi, perché muovevano a compassione (!) il pubblico).
Dalla relazione del deputato Giuseppe Guerzoni alla Camera del 26 marzo 1873 risulta che, per quanto riguarda la Liguria, le principali località della tratta dei fanciulli erano, oltre a Cicagna e ai dintorni di Chiavari, Borzonasca, Santo Stefano d’Aveto e Varese Ligure.
Come risulta dagli atti di processi intentati ad alcuni sfruttatori, era molto più atroce la sorte dei bambini trascinati a lavorare nelle vetrerie francesi (Lione, Alta Loira e Parigi). Qui, dietro il corrispettivo di cinquanta lire a semestre corrisposto ai genitori, i poveri infelici gamins (di età spesso inferiore ai nove anni) erano costretti a lavorare anche per dodici ore ininterrotte davanti alla fornace (a 1400 gradi) o a soffiare la pasta bollente, sotto i colpi delle palettate degli ouvriers francesi (i quali si guardavano bene dall’adibire nelle vetrerie i propri figli). La mattina un pezzo di pane secco, la sera una minestra liquida, per dormire un lurido pagliericcio, neppure una camicia per cambiarsi dopo le abbondanti sudate. Le 50 lire del salario mensile… se le tratteneva lo sfruttatore. Molti bambini morivano. Quelli che ritornavano al proprio paese erano quasi tutti malati di tisi, comunque rovinati nel fisico e nel morale. I genitori venivano ingannati dagli sfruttatori, molti sindaci addirittura ignoravano il losco traffico, alla Camera un progetto di legge a tutela dei bambini veniva discusso per anni e anni, e alla fine magari veniva affossato da politici logorroici o senza scrupoli se non in mala fede.
Per fortuna molti piccoli martiri venivano salvati dall’Opera di assistenza degli operai italiani all’estero. Ma in generale la lotta delle Autorità contro i feroci procacciatori era troppo spesso vanificata da un clima generale di complicità. Lascio qui la parola alla stessa Autrice : “…se occorreva il passaporto per i bambini, poiché i sindaci francesi richiedevano solo il loro atto di nascita, impiegati comunali disonesti compilavano moduli falsificati o incompleti, oppure l’amico si faceva rilasciare l’atto di nascita per il figlio maggiore dei tredici anni richiesti e lo passava al ricettatore, che lo usava per un bimbo di età inferiore. E’ evidente che, a causa della mancanza di sorveglianza sia nei nostri comuni che alla frontiera italiana e francese, l’infame tratta nelle vetrerie stentava ad essere spezzata.” Solo dal 1873, con la legge sui mestieri girovaghi, si videro meno petits italiens per le strade di Parigi.
In un altro capitolo, come accennato, la Di Caprio si occupa dei piccoli musicanti (organ boys) in Gran Bretagna. In realtà l’organetto suonato da bambini italiani di sei-otto anni comparve anche a Parigi, a Marsiglia, a Barcellona, a Mosca. E i giornali del tempo riportarono episodi di crudeltà, di fame, di percosse, di morte. Il padrone di ogni gruppo, un contadino tanto digiuno di musica quanto avido di soldi, tiranneggiava al massimo i poveri questuanti. Contro questo scempio si ergevano solo i giornalisti inglesi (oltretutto la materia attirava lettori) e i fuorusciti risorgimentali italiani (primo fra tutti il genovese Giuseppe Mazzini).
Proprio a grandissimo merito di Mazzini va ascritta la fondazione di una Scuola Elementare gratuita. Apre il cuore la lettura del capitolo dedicato dalla scrittrice Di Caprio a Mazzini e alla sua Scuola Italiana, che funzionò a Londra dal 1841, per quasi vent’anni, con l’appoggio di ricchi filantropi inglesi e nonostante ostacoli di ogni genere.
Un altro interessante capitolo del libro, ricco di approfondimenti e citazioni storiche, è dedicato ai bambini esposti nella ruota dell’antico ospedale di Pammatone a Genova. Quello degli esposti, o abbandonati alla pubblica e privata assistenza, è comunque, com’è noto, un problema doloroso di tutta l’Italia. E la Di Caprio non tralascia di occuparsene anche per quanto riguarda la raccolta degli “esposti” in Italia dopo l’Unità (con una serie di dati impressionanti sulla mortalità infantile).
Il libro parla anche della Nave Scuola Garaventa, fondata nel 1883, e curata amorosamente, da Nicolò Garaventa, professore di Matematica al Liceo genovese D’Oria, destinata ad accogliere “giovani delinquenti, piccoli sbandati, ragazzini maltrattati”. E a tal proposito, l’Autrice scrive, tra l’altro:“Fortunatamente, ieri come oggi, associazioni religiose, enti, istituti, centri di accoglienza nazionali e internazionali ed un attivo volontariato da parte di gruppi cattolici e laici non sono sordi alla richiesta di aiuto dei bambini sfruttati e rispondono concretamente al loro muto, doloroso appello. A chi scrive, genovese, piace ricordare, una per tutte, la benemerita scuola assistenziale che ha operato a Genova per quasi cento anni: la Garaventa… La pedagogia di Nicolò Garaventa era fondata su un’autorità severa, ma paziente ed avveduta, basata sul principio della possibilità del recupero attraverso il dialogo, la persuasione, l’esempio, e soprattutto sulla libertà da parte degli assistiti di restare sulla nave o di allontanarsene. In tal modo egli educò con autorità non autoritaria, con la persuasione e la possibilità di scelta. Dal 1883 al 1891 la nave raccolse 177 ragazzi, tutti reinseriti nella vita sociale. Superflue altre considerazioni.”

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Come avevo accennato all’inizio, Francesca Di Caprio (laureata in Lettere e specializzata in Filologia Classica, già docente di Italiano e Latino nei licei) ha affiancato, in questo suo prezioso libro, alla ricerca storico-sociologica sullo sfruttamento minorile anche l’indagine sulla produzione letteraria, o para-letteraria, di pubblicisti e scrittori di racconti, romanzi e novelle, che si sono occupati dello stesso problema nello stesso periodo temporale.
Un’analisi particolareggiata, pur se limitata alle più significative tra le numerosissime opere di narrativa selezionate e criticamente vagliate dall’Autrice (“pur senza alcuna pretesa esaustiva, ma a puro titolo indicativo”) mi porterebbe ad occupare troppo spazio. Ma non posso, comunque, esimermi dall’accennare, qui, ad alcune di tali opere, per lo straordinario impatto emotivo che esse avrebbero avuto presso il grande pubblico, che veniva così a conoscere il doloroso fenomeno dello sfruttamento dei minori, a volte dall’interno, cioè attraverso la voce narrante dei “piccoli martiri” protagonisti delle storie. Ovviamente non tutti i genitori e padroni si comportavano da sfruttatori nei confronti dei propri figli o apprendisti. Ma la stragrande maggioranza, specie dei padroni, ragionava esclusivamente in termini di massimizzazione dello sfruttamento e dei guadagni.
La professoressa Di Caprio ha comunque impostato la propria ricerca sulle opere letterarie in questione attenendosi fondamentalmente a due criteri: quello cronologico della pubblicazione e quello della individuazione di cinque “raggruppamenti sociali”: 1) bambini di campagna e bambini di città 2) piccoli operai 3) mestieranti 4) emigranti 5) vagabondi ( girovaghi, mendicanti…).
Per il primo raggruppamento ricordo il romanzo Ginevra o l’orfana della Nunziata di Antonio Ranieri (1806-1888), l’amico di Leopardi; il romanzo Scurpiddu di Luigi Capuana (1839-1915); il libro Piccoli martiri di Carolina Invernizio (1851-1916); il racconto Il pastorello di Grazia Deledda (1871-1936); il romanzo Fiore di Giuseppe Fanciulli (1881-1951); molti libri di Giuseppe Ernesto Nuccio (1874-1933), il migliore dei quali è Turi:infanzia dolorosa.
Da segnalare particolarmente, per il loro valore letterario e la loro fedeltà di rappresentazione della dura realtà quotidiana – lontana da ogni idealizzazione – due libri pubblicati in anni relativamente recenti e che hanno lasciato una traccia importante non solo nella storia della letteratura ma anche in quella del cinema. Il primo è Cristo si è fermato a Eboli, romanzo autobiografico del medico scrittore Carlo Levi (1902-1975), pubblicato da Einaudi nel 1945, e da cui, nel 1979, è stato tratto un film diretto da Francesco Rosi e interpretato da Gian Maria Volonté. E’ un doloroso affresco della miseria dei contadini della Basilicata e della loro società immobile, pietrificata e senza speranza, nel quale l’”infanzia” è atrocemente negata. Il secondo è Padre Padrone : l’educazione di un pastore, un libro autobiografico di Gavino Ledda (1938) in cui viene rappresentata una certa società sassarese, economicamente necessitata fino alla crudeltà nei riguardi dei suoi componenti più deboli. Il libro, pubblicato dalla Feltrinelli nel 1975, ha ispirato anche un grande film e racconta la storia di Gavino che a nemmeno sei anni viene dal padre, uno sfruttatore violento che lo picchia a sangue, trascinato fuori dell’aula di prima elementare perché un pastore non può permettersi di studiare. Fino ai diciotto anni Gavino cresce analfabeta e nella solitudine più disperata, in compagnia solo del gregge. La sua unica salvezza sarà l’arruolamento volontario nell’Esercito. Così potrà studiare e coronare il suo sogno di laurearsi in Lettere.
Per il secondo raggruppamento (Piccoli operai) ricordo: Nanina-storiella vera, di G. Orsolini, in “Giornale dei bambini” (1882); Piccoli schiavi bianchi: novelle ad Elvira, di Giuseppe Errico (1871-1950); Il piccolo vetraio, di Olimpia De Gaspari (1903). Tutte opere di narrativa che descrivono le crudeli, disumane condizioni in cui venivano costretti a lavorare bambini di sei anni o poco più. Ricordiamo che in Inghilterra, a seguito della “Rivoluzione industriale” il lavoro nelle nuove fabbriche e nelle miniere “era ancora più orrendo che nelle vecchie filande o nei campi”, e “venivano impiegati addirittura piccolini di tre anni… e donne e bambini, sporchi e seminudi, lavoravano incatenati e imbrigliati con cinghie, strisciando per terra e trascinandosi dietro carichi assai pesanti”.
Ma lo Stato? E le leggi? Per tornare in Italia, ad una interrogazione dell’onorevole Teofilo Rossi del 29 marzo 1900 veniva risposto, dal Governo, che non si poteva fare nulla senza l’aiuto delle famiglie (Liberismo assoluto?). Commenta la Di Caprio: “Lo sfruttamento minorile è una triste piaga della società ottocentesca, purtroppo ancor oggi non del tutto sanata dalla moderna legislazione. In particolare, nelle regioni italiane più arretrate e povere, come quelle del Centro-Sud, della Liguria e a ridosso della catena alpina, le leggi approvate dopo l’Unità, che sanzionavano l’obbligo di pagare le imposte, del servizio militare e della frequenza scolastica, porteranno gradualmente alla formazione di una coscienza nazionale e di una elementare alfabetizzazione. Tuttavia esse trovarono seri ostacoli nell’applicazione perché impedivano ai giovani di apportare all’economia familiare il loro contributo”.
Per il raggruppamento degli Emigranti ricordo Il piccolo calabrese, di Giacomo Zanella (1820-1888), un sacerdote poeta (l’opera è in versi) che secondo l’Autrice (e con lei concordo) “fu un prete straordinario, un fervente italiano, un poeta consapevole aperto alla carità e alla fratellanza, un credente che amava la propria fede anche perché consolatrice degli umili…”
Ricordo anche Gennariello di Emma Perodi, e Bambini nascosti, di Marina Frigerio e Simone Burgherr (Lucerna 1992), “la dolorosa storia di migliaia di bambini italiani tenuti nascosti dai genitori emigrati in Svizzera i quali non avevano il permesso, secondo le rigide leggi locali, di portarvi la famiglia… costretti a vivere come sepolti vivi, per anni, in appartamentini di periferia, senza poter frequentare la scuola…”. E tutto ciò non nell’Ottocento, ma fino a pochi anni fa!
L’Autrice si occupa anche del conosciutissimo libro Cuore, di Edmondo De Amicis (1846-1908), edito da Treves nel 1886, il libro che caratterizza un’epoca, infondendole un soffio di poesia. E condivido toto corde quanto da lei evidenziato: “Quei ragazzi di una classe terza elementare, quei genitori, quei maestri sembrano quasi idealizzati, inseriti in un’Italia finalmente unificata e indipendente che ricorda il Risorgimento e i suoi personaggi più significativi. Ed è il credo nella bontà umana, nell’opera socialmente formativa della scuola, nell’equilibrio morale del popolo. Tuttavia, dietro al libro, si presenta un mondo cristallizzato in cui gli umili, certo guardati con gli occhi del cuore, non solo devono continuare a rimanere umili, ma nemmeno desiderare altro, inseriti in una piramide sociale collocata in uno scenario di buoni sentimenti…”
Per il raggruppamento dei Mestieranti viene presa in esame una novella di Giovanni Verga (1840-1922), Rosso Malpelo (una delle otto novelle di Vita dei campi, Treves 1880). E’ la storia di un piccolo minatore in una cava nei pressi di Catania, che soggiace al triste destino che si tramanda di padre in figlio, di lavorare e vivere in caverne sotterranee, fino addirittura, come nel caso del povero Rosso, a perdervisi e a morirvi.
Altri racconti sono dedicati ai piccoli spazzacamini e ai saltimbanchi. Merita di essere ricordato il romanzo Spazzacamino, di Carolina Invernizio (Salani 1912), perché è l’unico controcorrente, l’unico in cui la figura del padrone sia rappresentata in modo positivo.
Un cenno, inoltre, al romanzo realistico Gli eredi del Circo Alicante, di Giana Anguissola (1906-1966), e ai Tre sciuscià di Niccolò Rodolico (1873-1969), da cui il film Sciuscià di Vittorio De Sica (1946).
Per il raggruppamento dei Vagabondi ricordo il romanzo del deputato Giuseppe Guerzoni ( 1835-1886) La tratta dei fanciulli, pagine del problema sociale in Italia. Guerzoni era stato uno dei Mille nel 1860, e in seguito fu segretario e poi biografo di Giuseppe Garibaldi.
Ricordo inoltre Piccoli vagabondi di Gianni Rodari ( 1920-1980) e Una bimba alla ventura, romanzo di Salvator Gotta (1887-1980), di intonazione opposta a quella di un precedente libro del Gotta, Il piccolo alpino, vicino a certa retorica del regime fascista (e per il quale è più conosciuto).
Dagli Spunti per una riflessione finale con cui si conclude questo interessante, originale libro, mi piace ricordare le parole di Francesca Di Caprio: “Dalla seconda metà dell’Ottocento si ebbe nel tempo l’evoluzione del “sentimento dell’infanzia” anche in letteratura, cioè una differente maniera di affrontare il problema dei fanciulli maltrattati come riflesso di un’epoca in cui la società guardava al minore con occhi diversi e con più calda comprensione.”

Francesca Di Caprio Francia, Piccoli martiri-Lo sfruttamento minorile nella storia e nella letteratura italiana dall’Unità al primo Novecento”, Edizioni Città del Silenzio, Novi Ligure 2011, pagg. 150, € 18.

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