Elio Andriuoli

La meditazione sul fenomeno della poesia, sul suo nascere e sul suo perdurare attraverso i secoli e i millenni, ha lontane origini nella nostra civiltà occidentale, risalendo a Platone e ad Aristotele, e su di esso lungamente si sono esercitate le menti di filosofi e pensatori, nel tentativo di penetrarne l’essenza.
Recentemente se ne è occupata anche Rosa Elisa Giangoia in un suo libro intitolato Appunti di poesia – Vademecum per chi la ama, nel quale ha affrontato, in 33 capitoli, i vari problemi che riguardano l’arte della scrittura poetica, rilevando innanzi tutto che “la poesia è stata storicamente la prima forma di espressione … che l’uomo ha trovato pienamente soddisfacente” per rendere eterne “le sue emozioni, quelle dolci e confortevoli, ma anche quelle struggenti e laceranti”.
Ma la poesia è per la Giangoia specialmente un “luogo dell’anima” che “rasserena e conforta” ed uno strumento conoscitivo che ci fa “crescere nella nostra consapevolezza di uomini” e ci fa intuire le più profonde “verità”. Essa inoltre, secondo questa scrittrice, “accomuna tutti gli uomini in quanto tali”, toccandoli nel segreto più riposto della loro anima; si “rinnova costantemente con l’esperienza” ed è “ogni volta in diretto rapporto con l’esistenza concreta”, della quale è partecipe.
La poesia è pure “novità che vive in un dialogo perenne tra passato e futuro” e “salva la vita, nel senso che salva quanto di più autentico, profondo e vero gli uomini hanno prodotto”; intuisce qualcosa del “mistero delle cose che ci circondano”; “è il regno della fiducia nel possibile”; talora “è voce dell’uomo che vuole parlare con la divinità”, sicché “si fa preghiera”; cattura “il sempre nuovo palpitare della vita” e fa meglio conoscere il mondo.
Seguitando nella sua ricerca, la Giangoia scopre che la natura della poesia è poi tutta nella sua “creatività” e nel “gioco sottile del linguaggio”; che essa, “attraverso il veicolo della parola”, dice “la verità dell’uomo nel suo vivere qui e ora, fatto di smarrimento, ricerca, ma anche di meraviglia e di speranza; la verità dei dubbi, delle ansie, delle incertezze, dei timori, ma anche delle emozioni e delle sensazioni, delle gioie e delle attese”; che sa “attraversare le cose per dare un senso alle cose stesse”; “assume il reale per immagini”; “nasce e si forma all’interno del soggetto in un itinerario creativo che da intuizione si modula in pensiero e sa farsi parola”; “parte da un’esperienza di silenzio e raggiunge un livello di rivelazione”; sa comunicare e stabilire “un patto di attrazione e di continuità di lettura tra l’autore e i suoi lettori”; “si rinnova costantemente con l’esperienza”; “ci aiuta ad accettare e ad amare la vita”; è “un mezzo di conoscenza, per capire la realtà, ma soprattutto per comprendere se stessi”; nasce dalla parola, ma non dalla parola isolata, bensì “dalle parole in coesione reciproca, coesione ritmica e significativa, in un significare più analogico che logico”; “esprime la meraviglia” e costituisce “un impegno per l’esistenza”; può “salvare” l’uomo se riesce a stabilire una “intercomunicazione fra l’essenza interiore delle cose e l’essenza interiore della creatura umana”, continuando in tal modo “la fatica della creazione divina” e scoprendo così il senso dell’umano destino.
E’ interessante infine notare che per la Giangoia la poesia, per essere veramente tale, non deve mai diventare “una solipsistica forma di autocompiacimento” che non riesca “a valicare la barriera che la separa dal lettore”, divenendo così puramente autoreferenziale rispetto all’autore. Essa invece “nasce e si forma all’interno del soggetto in un itinerario creativo che da intuizione si modula in pensiero e sa farsi parola … che si manifesta in un linguaggio che crea bellezza, pensieri e immagini” capaci di gettare un ponte tra se stessi e i propri simili.
Sono queste alcune delle persuasive intuizioni che si trovano nel libro in esame, il quale appare ricco di molto pensiero e di felici scoperte che penetrano a fondo nel mistero della creazione poetica, della quale aiutano a comprendere meglio il significato. Gli Appunti di poesia di Rosa Elisa Giangoia costituiscono pertanto un lavoro meritorio, che rappresenta una tappa importante nella produzione di una scrittrice la quale, oltre che una profonda e preparata saggista, è anche un’apprezzata narratrice nonché una valente poetessa.
Il libro, che è corredato da un’ampia nota bibliografica e da una sitografia, si conclude con una postfazione molto precisa e convincente di Alessandro Ramberti.
(“Nuovo Contrappunto”, Anno XX, n.° 2, Aprile – Giugno 2011

Liliana Porro Andriuoli

La più recente fatica letteraria di Rosa Elisa Giangoia è costituita da un libro, Appunti di poesia – Vademecum per chi la ama (Fara Editore, Rimini, 2011, € 11,00), nel quale l’autrice (che è ad un tempo una valente narratrice, nonché saggista e poetessa di talento) ha raccolto le sue meditazioni sulla poesia, in 33 capitoli, dove con rigore di indagine speculativa si sofferma sul concetto di poesia, considerandolo nelle sue diverse sfaccettature.
Le definizioni del fatto poetico alle quali la Giangoia perviene in queste pagine sono numerose e profonde, scaturendo esse da lunghe riflessioni sul problema del nascere della poesia e sulla sua funzione individuale e sociale; sulle sue caratteristiche peculiari e sulle sue prospettive future. Tutto ciò è sempre compiuto con lucidità di sguardo e con ampiezza d’informazione sulle diverse opinioni emerse in questa materia. (Basti scorrere la vasta bibliografia e la compiuta sitografia, poste in fondo al libro – ben 15 pagine – per rendersene conto).
Ne scaturiscono massime precise e molto persuasive, quali quelle che riguardano la necessaria novità ed esemplarità che deve possedere ogni poesia affinché sia veramente degna di questo nome (“La poesia è il luogo dell’anima che esorcizza ciò che è comune e scontato”, § 1); ma anche la necessità di evitare, quando si scrive poesia il puro descrittivismo (“Il limite invalidante della poesia è la descrizione fine a se stessa”, § 25) e l’estrema importanza della forma espressiva, non potendo mai la poesia essere limitata ai soli contenuti, di per sé inerti (“La poesia è la voce che si modella nelle forme determinate dal massimo di tensione espressiva”, § 6); la forza del linguaggio che deve sempre caratterizzarla e che va ben al di là del banale parlar quotidiano (“… la poesia è tutta nel gioco sottile del linguaggio”, § 21) e la sua caratteristica di essere destinata a durare nel tempo (“La poesia … vive in un dialogo perenne tra passato e futuro … la sua validità si misura nella sua durata”, § 15); la sua capacità di trasformarsi in preghiera, con un veloce ritorno alle sue origini di inno alla divinità (“La poesia fin dai primordi dell’esperienza culturale e artistica dell’uomo, in luoghi e culture diverse, si è fatta preghiera”, § 19) e la sua natura eminentemente creativa (“La poesia è creazione e il poeta è potenza creatrice”, § 17) che la rende, in quanto arte, addirittura partecipe della “creazione divina” (“… l’arte continua a modo proprio la fatica della creazione divina”, § 32).
Per non parlare poi delle massime riguardanti il misterioso rapporto tra il mondo della realtà e quello dell’arte (“La poesia è il luogo – sensoriale e spirituale insieme – in cui il reale ci sorprende, essendo quello che è e nello stesso tempo rivelandosi come qualcosa che non sappiamo che cosa sia”, § 28) e quello, altrettanto misterioso, tra arte e vita (“L’intuizione poetica è in rapporto diretto ogni volta con l’esistenza concreta, come esperienza connaturale all’uomo trafitto da un’emozione”, § 13); la differenza tra la poesia e la prosa (“La poesia … può definirsi un discorso per immagini, mentre la prosa è un discorso per argomenti”, § 25), l’arduo lavoro a cui si sottopone il poeta (“La poesia è impegno e fatica”, § 30) e il gusto sottile della parola, che gli è proprio (“Si scrive poesia per amore delle parole”, § 31).
Ma notevole è anche la capacità della poesia di aiutare chi la coltiva a meglio conoscersi ed a meglio conoscere gli altri (“Scrivere poesia diventa un modo per obbligarsi a riscoprire se stessi, gli altri, le cose”, § 33) sino a divenire un mezzo per il poeta di interrogarsi sul proprio essere al mondo (“Scrivere poesia diventa … un modo per interpretare e dar voce ad un destino”, § 33).
Naturalmente queste qui citate non sono che alcune delle massime o definizioni ricavate dalla Giangoia dalle sue meditazioni sulla poesia, essendo il suo un argomentare ampio e articolato. È infatti, questo suo più recente, un libro di riflessioni profonde intorno al fenomeno poetico, che sin dai tempi antichi accompagna il cammino dell’umanità, sorreggendola e donandole conforto, ma anche contribuendo in maniera determinante al suo progresso spirituale e morale, affinando le capacità espressive e ingentilendo gli animi di coloro che la coltivano o semplicemente la leggono nei giorni lieti o tristi della loro avventura terrena.
Il libro si conclude (oltre che con una nutrita bibliografia sull’argomento e con una diffusa sitografia, di cui già si è fatto cenno) con una puntuale postfazione di Alessandro Ramberti, il quale, nell’illustrarne con competenza e precisione il significato, definisce questo “prezioso vademecum” “un piccolo scrigno di suggerimenti, di chiavi di lettura”, ma anche (e forse soprattutto) “di emozioni” (“la poesia è il concretarsi del linguaggio su un’emozione”; “un lavorare sulla lingua per esprimere emozioni”, § 27) dalle quali traspare “l’evidente amore dell’Autrice per la poesia, per chi la crea, per chi la fruisce”.

(“Pomezia Notizie” 19/10 ott.2011)

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