(Sintesi della presentazione tenuta il 27 gennaio 2012 a Genova,
nell’Auditorium della Banca Carige – Associazione Amici della Poesia “Il Corimbo”-
col patrocinio del Comune di Genova e della Provincia di Genova )

IL CAMMINO CREATIVO DI LUIGI DE ROSA POETA

Piera Bruno

La poesia odierna, sia come concetto generale sia come parcellizzazione in miriadi di testimonianze, è soprattutto poesia lirica, vale a dire scrittura di sentimento che prende avvio da una matrice autobiografica, io me, però a ben guardare autobiografia non sono. Il poièin, infatti, non coincide con il dire dell’uomo comune, quando confessa il suo privato o elenca desideri e memorie. Quello del poeta è un io altro – intelligenza pura, sentimento decantato, espansione fantastica – quasi una terza persona – se vogliamo mettere da parte l’abusato tu montaliano – costruita in primis superando l’angoscia dei mutamenti di sé generati dal passare del tempo.
Data per buona questa premessa, poiché la poesia è parola, aggiungerei che un brano, per essere ritenuto creazione poetica, dovrebbe “suggerire idee di stile”, senza voler essere o aderire a uno stile, e inoltre senza essere contaminato da clausure ideologiche o estetismi di accatto. A una situazione di questo tipo, come fu quella sbandierata dalla Neoavanguardia dal 1968, e almeno per tutta la durata degli anni ’70, Luigi De Rosa rimase estraneo; poté quindi darne un giudizio obiettivo nella sua notevole attività critica, e, inoltre, stigmatizzare la “sciatteria del linguaggio privato” subentrato per reazione.. De Rosa si tenne fuori dalla pratica impraticabile dei linguaggi politicamente scorretti e oscuri, e dai successivi mai cancellati balbettamenti, contribuendo a riscoprire, nella sua “perenne contemporaneità vitale”, un passato mediatore di indispensabile e libero equilibrio formale ed espressivo.
Il cammino creativo del poeta campano-ligure (nato a Napoli ma cresciuto e vissuto in Liguria, e comunque sempre al Nord, fino alla pensione e alla residenza a Rapallo) ha inizio nel 1952 quando, studente liceale a Savona, pubblica La nave di roccia: quasi una celebrazione dell’isola Gallinara nel mar Ligure di ponente, che il ragazzo prende come simbolo delle sue prime “navigazioni” – e aspirazioni – “poetiche, sentimentali, fantastiche”. Negli anni seguenti continua a scrivere e a pubblicare su varie riviste, finché un incontro con Diego Valeri, e la frequentazione della casa del poeta veneziano, furono l’occasione per pubblicare la sua prima silloge Risveglio veneziano ed altri versi. Come emerge dalla poesia eponima in Risveglio il poeta concentra le esortazioni degli amici e la sua a lungo dibattuta decisione di uscire con una raccolta: ma che raccolta organica, esaustiva, immaginifica ! Nella quale Venezia, che De Rosa raggiungeva facilmente da Pordenone, dove allora ricopriva la carica di vice-provveditore agli studi, non ha solo una valenza topica: essa infatti, “così bella, così strana”, era il luogo da cui il maestro ottuagenario aveva tratto le “immagini e la grazia leggiadra” per decorare “scatto di sentimenti” e “ritorni di tristezza”. La trasparenza e la levità della resa di Valeri affascinano il giovane; è così che, in consonanza d’anima, trova in Venezia, “cosa di sogno vaga e leggera”, le coordinate per dar vita, alla lettera e come metafora, al mito – e perenne aspirazione – della Bellezza. Venezia è testimone degli andirivieni esistenziali del poeta e dell’uomo, dell’ansia di far coesistere quotidiano e sublime. “Venezia, amica mia, / aiutami a capire qualcosa in più/ dell’esistenza, tu che ne fai/ così incomparabile spettacolo/ di arte e decadenza”.
Con gli anni il nostro poeta non tralascia di coniugare, come suoi interessi primari, la poesia e la letteratura con la sostanza culturale della sua carica di Provveditore agli studi ( e di Sovrintendente scolastico regionale) via via ricoperta a Trieste, Alessandria, Torino, Savona, Genova, Bergamo. Quanto alla poesia, egli controlla il flusso dell’ispirazione con il ricordo dei classici e la frequentazione di scrittori e poeti contemporanei. Ha così modo di avvicinare , tra altri, Carlo Sgorlon , Fulvio Tomizza, Andrea Zanzotto, Biagio Marin.
Zanzotto, bloccato fino agli anni ’80 da erotismo e da un “taglio femminile lacerante”, rimane per me indecifrabile.. Tuttavia non posso non ricordare lo splendido utilizzo del suo petel (1968) fatto da Federico Fellini. In definitiva comprendo la commozione del poeta De Rosa quando rievoca il dono fattogli da Zanzotto, nella sua casa di Pieve di Soligo (Treviso), del poemetto appena uscito “Gli sguardi, i fatti e Senhal”.
A Giorgio Caproni, un altro poeta molto ammirato da De Rosa, che poté cogliere in lui “libertà metriche” e “velocità di scrittura”, vorrei attribuire un contributo nell’avvicinare il poeta di adozione ligure ai “colleghi” della cosiddetta linea ligustica.
Un posto a sé, nelle predilezioni poetiche derosane, e giusto per rimanere in Liguria, hanno Camillo Sbarbaro ed Eugenio Montale. Di quest’ultimo egli apprezza, anche, la condanna in poesia del linguaggio aulico – quello dei bossi, ligustri, acànti. Comunque, quando fu certo che il cuore della sua resa espressiva mirava a proporre il più fedelmente possibile la realtà del mondo interiore, la condizione assoluta per relazionare l’io poetico con l’altro io e il mondo, optò per la chiarezza e l’immediatezza comunicativa di Saba.
Nel 1990 esce Il volto di lei durante (Gènesi Editrice, Torino) con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti. Una seconda edizione uscirà nel 2005, con l’aggiunta di una postfazione di Sandro Gros Pietro. Nomi di luoghi e città compattano l’iter in progress del funzionario in carriera e, insieme, introducono “ le occasioni di incontri, colloqui, del rapporto di scatto della mente e dei sensi, che riportano viva e attuale…la persona amata” (Bàrberi). Il sentimento amoroso è il filo rosso che percorre la silloge nella certezza che nella figura femminile coesistono vita reale e aspirazione di felicità, si raggrumano presente e memorie del passato. Leggiamo la poesia eponima : “ Il volto di lei durante/ l’amore, / estatico, / in un abbandono totale/ sogno, utopia, miraggio / appartenente a privilegi / d’altre vite, / altre epoche.// L’orologio, impassibile, / segna il tempo della passione / con lo stesso distacco / delle ore della solitudine, / dello scoramento, / della nostalgia.”.
Compare qui anche l’altro tema, proposto ed eluso dalla poesia novecentesca, quello della corsa del tempo e dell’irreparabile stravolgimento fisico. “ Confesso che non sono più chi sono stato…quest’affaire d’identità mi ha seccato / sempre in cerca di definizioni nel foglio e nell’anima…/ Ma se a qualcuno servisse…/ di me una targa, una reliquia / allora dicasi che sono ciò che ho scritto / e non altro.”
Non è il caso che io ripeta alla noia la divisione tra l’evanescenza materica e l’io del poeta indenne dall’usura temporale, tanto più che questo poeta fa confluire nel gheriglio della creazione anche momenti ilari, pennellate cromatiche, scoperte e allusioni e punte di ironia e autoironia. Metafore di chiarezza espressiva e di positività che non si negano al sogno, campeggiano nel lessico di frequenza derosano, “l’azzurro e il celeste del cielo”. Ma nella “Canzone dell’azzurro” la fitta sequenza di tonalità, nuances, sfumature e onomastica finisce per generare una divertita, ironica sazietà “da non poterne proprio più”. Rintocca tuttavia inesorabile il metronomo del tempo, anche se “a volte però sono gli altri / che ti fanno apparire più anziano / di quello che ti senti / come fossi una zolla che si sbriciola / sotto l’aratro del tempo”, ma il poeta, consapevole del suo ruolo, non si dà per vinto, e con lo scambio simbolico tra ostilità atmosferiche – pioggia, diluvio – e la percezione del decadimento fisiologico, aspetta “ con istinto tenace/ che torni a filtrare il sole…”.
Mai facile ottimismo, dunque, ma sempre la ferma volontà di essere. Forse anche con l’aiuto del sogno e un magico risvolto di nostalgia.
Nelle tappe di una prestigiosa carriera De Rosa non smette di rievocare la Liguria e Genova, vale a dire i luoghi della sua infanzia, degli studi, delle prime scelte esistenziali. Il ritorno in Liguria alla fine dell’attività operativa è perciò, per lui, un approdo alla sua definitiva, ormai dominante personalità di poeta. Nei suoi ultimi (almeno per ora) libri, Lo specchio e la vita ( 2005, con un saggio introduttivo di Graziella Corsinovi dell’Università di Genova) e Approdo in Liguria (Gènesi 2006) con prefazione di Maria Luisa Spaziani e postfazione di Sandro Gros Pietro, la sfida del tempo è una meditata e sciolta prassi espressiva, traversata dal richiamo della Bellezza e dove l’Amore trionfa in tutte le sue sfaccettature e implicazioni di unione carnale e spirituale, di eros e di colloquio, di passione e di affetto ( Mari e Misfit, La bambina-cometa, Ma papà, tu continui a sorridere, Se mi viene a mancare l’amore) di confidenza con la Natura ( Enigmatico silenzio di un giardino), di attenzione alle creature del mare, del cielo e della terra ( Una pecchia, Un passero dalla fenditura di un muraglione a strapiombo sul mare, Quel branco di caprette…). E tutto questo pur senza negare “Contraddizioni” e “Ribellioni”.
Luigi De Rosa è il mèntore appagato della Vita, l’aedo e il trovatore che con l’incanto dei suoi versi induce anche noi ad amarla.
A rispettarla.

LUIGI DE ROSA CRITICO

Rosa Elisa Giangoia

Luigi De Rosa, oltre che come poeta e narratore, ha lavorato con continuità ed impegno come critico letterario, a partire dagli anni Sessanta. Ha collaborato e collabora a numerosissime riviste, che si pubblicano in luoghi diversi e molto lontani tra di loro, dall’Alto Adige alla Calabria. Innanzitutto ricordiamo “L’AGAVE” e i suoi “derivati” “L’agavina” e “L’a-gavetta”, espressione del circolo culturale chiavarese omonimo di cui De Rosa è un esponente di rilievo, poi POMEZIA-NOTIZIE, in cui da qualche numero tiene la rubrica fissa su “I poeti e la Natura”, e ancora “Sentieri Molisani”, “La Nuova Tribuna Letteraria”, “Vernice”, “La Gazzetta di Bolzano”, “Le Muse”, “Veia gianca” e molte altre, andando indietro nel tempo (SILARUS, Rassegna, PRISMA80, Periscopio, Il filorosso, News, Percorsi, ecc.).
Anche se si è dedicato a ricerche erudite, in particolare negli anni in cui è vissuto, per ragioni di servizio militare prima e di lavoro poi, nel nord-est, e se ha scritto su questioni riguardanti la scuola e la condizione giovanile, l’interesse principale di De Rosa è sempre stata la poesia. Oltre agli articoli sulle riviste, infatti, ha pubblicato anche diverse prefazioni a sillogi di poesia.
Si è dedicato soprattutto a grandi autori del Novecento, con alcuni dei quali ha avuto personali occasioni d’incontro, e a molti poeti viventi. Innanzitutto possiamo ricordare le sue pagine su Andrea Zanzotto, un autore che ha conosciuto nei primi anni di lavoro quando era ancora vice Provveditore agli Studi in Friùli, Giorgio Caproni, Giovanni Descalzo, Camillo Sbarbaro, Mario Novaro, Giovanni Giudici, Eugenio Montale, Edoardo Sanguineti, Leonardo Sinisgalli: sono per lo più poeti in qualche modo legati all’area ligure, per alcuni dei quali, in particolare per Caproni e Descalzo, De Rosa ha indagato i rapporti con il paesaggio, mettendo in rilievo, per il primo, l’importanza di Genova e della Val Trebbia nella sua poesia e, per il secondo, la fonte particolare di ispirazione che è stato il mare. Interessante è poi il fatto che si sia soffermato su Andrea Zanzotto e su Edoardo Sanguineti, entrambi poeti che, pur in modi e con finalità diverse, hanno portato un radicale rinnovamento nella poesia italiana del Novecento a livello espressivo e formale. Ma De Rosa, poi, si è interessato a molti poeti attualmente in attività, vicini geograficamente, in quanto parecchi sono genovesi o liguri, ma anche lontani, facendo quindi scelte ben precise e mirate che ci possono aiutare a comprendere la sua concezione della poesia ed il nucleo fondamentale del suo pensiero critico. Ha infatti scritto prefazioni o recensioni per testi poetici di Guido Zavanone, Elio Andriuoli, Andreina Solari, Francesco Graziano, Paolo Paganetto, Domenico Defelice, Margherita Faustini, Paolo Ruffilli, Maurilio Rayna, Danila Olivieri, Liana De Luca, Silvano Demarchi, Giorgina Busca Gernetti, Antonio Angelone, Bruno Rombi, Viviane Ciampi, Piera Bruno, Franca Pissinis, Ignazio Gaudiosi ed anche per me, cosa di cui lo ringrazio ancora molto. Indubbiamente già la scelta di questi poeti ci dice molto sui suoi orientamenti nel vasto panorama della poesia contemporanea. Infatti anche se ha guardato con interesse alle sperimentazioni di Zanzotto e ai rinnovamenti profondi della Neoavanguardia rappresentata da Sanguineti e dagli altri componenti del Gruppo63, le sue preferenze sono andate piuttosto a poeti che, pur nell’impegno di trovare sempre nuove forme per il loro dire, sono rimasti in un rapporto di sostanziale continuità con la tradizione, nei cui confronti si sono posti in una ricerca di evoluzione creativa, senza però presentare atteggiamenti e situazioni di programmatica rottura o di sostanziale stravolgimento. A questo proposito possiamo ricordare le pagine in cui De Rosa confessa apertamente lo shock provato alla prima lettura di Gli sguardi, i fatti e Senhal di Zanzotto. Ammette di essere tornato più volte, con interesse ed impegno, su quelle pagine, di aver cominciato a ‘capire” questa poesia e ad apprezzarne l’importanza sul piano tecnico, letterario e sperimentale, ma di essersi reso conto che quei versi non gli piacevano sul piano poetico, anche se d’altro canto lo attraevano. Lo stimolavano, ammette, ma con sincerità aggiunge che non gli piacevano. Mentre afferma che altri modi di poetare gli piacciono, ma non lo stimolano, e qui allude ad una certa poesia ‘onesta’ di Umberto Saba e di tanti altri poeti contemporanei. Le preferenze di De Rosa vanno ad una poesia più agevolmente comunicativa, capace di far passare il messaggio dall’autore al lettore. Privilegia soprattutto la poesia che nasce non per uno sterile gioco letterario, ma per una autentica e sincera necessità del cuore. Ritiene che, anche se è vero che, per fare poesia valida, non bastino le effusioni del sentimento e non sia sufficiente la semplice, per quanto acuta sensibilità, senza l’uno e l’altro, non vi può essere poesia, non si può comunicare con l’”intelligenza del cuore del lettore”. A suo giudizio, se si privilegiano quasi esclusivamente la forma e gli orpelli verbali, si rischia di fare un vuoto cerebralismo fine a se stesso, ma non si fa poesia. Per questo può anche esprimere delle riserve su molta poesia contemporanea che tende a divenire sempre più autoreferenziale, chiudendosi in un circolo per iniziati, che ne soffoca la vita stessa, anziché continuare ad essere strumento prezioso per comunicare con gli altri uomini e con il mondo. E’ pur convinto che con il cuore e con i sentimenti non si debba esagerare, e soprattutto che questi comunque non siano sufficienti a fare arte, cioè poesia autentica. Così come è vero che il pericolo della retorica e del sentimentalismo è sempre presente. Ma l’importante, a suo giudizio, è essere sinceri con se stessi e col lettore, sinceri al punto di poter anche apparire ingenui. Apprezza anche la poesia che dimostra un’appassionata partecipazione alla vita pubblica di oggi, come dimostra la sua attenzione alla produzione del poeta Francesco Graziano. Ritiene infatti che non vi sia poeta autentico e vigile, sensibile al travaglio del Novecento e di questi primi anni del Terzo Millennio, che non abbia sentito e senta, a volte, tutta l’inadeguatezza e l’”inefficienza” della poesia cosiddetta lirica o intimista di fronte alle scandalose o dissimulate manifestazioni di ingiustizia sociale, di ferocia nel perseguimento di interessi di parte, di raffinatezza intellettuale intrisa di ipocrisia. Al di là di quelle che possono essere le diverse concezioni della poesia, De Rosa ricorda che il poeta non è una monade isolata dal contesto naturale e sociale, non può limitarsi all’autoreferenzialità, non può restare indifferente di fronte al quotidiano trionfo del male e dell’ingiustizia, reso più nefasto e odioso da certe conquiste della scienza e della tecnologia. Per questo apprezza un certo tipo di composizioni poetiche, come quelle di Francesco Graziano, in quanto si può dire che la sua sia sì ideologia, ma nel senso più alto del termine, come presa di posizione coraggiosa di fronte alla violenza e alla sopraffazione, al dolore immanente nella vita, all’amore che può riscattarlo, ai sogni e alle speranze che sono il motore pulsante dell’uomo che non si rassegna. Di qui derivano altri due interessi specifici di De Rosa critico, uno è quello per la Beat Generation per quel suo porsi in spirito di contestazione frontale e totale di fronte ai temi urgenti della società americana in movimento: guerra del Vietnam, segregazione dei neri, subordinazione delle donne, nei cui confronti proponeva di usare la letteratura contestataria e fuori dagli schemi. Per questo ha scritto con attenzione della produzione di Paolo Paganetto, che appunti si è inserito in questo filone. L’altro interesse specifico di De Rosa critico è per il poeta e scrittore Antonio Angelone, al quale ha dedicato un intero ampio libro. Angelone è un personaggio molto particolare ed interessante, un poeta-contadino, che cerca di recuperare il meglio della tradizione storica del suo mondo, in particolare del Sannio, e di portarlo nel mondo della modernità. E’ un poeta molto noto, che meriterebbe attenzione maggiore anche da parte nostra.
In definitiva l’orientamento critico di De Rosa è per una poesia in stretta relazione con la vita nella sua essenzialità ontologica e nella sua dimensione storica, espressa in forme poetiche sempre nuove e originali.

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