Lo shock della prima lettura – nel 1969 – del poemetto Gli sguardi, i fatti e Senhal

Luigi De Rosa

Andrea Zanzotto

Metto subito le mani avanti. Per dire che questo non è solo un ricordo, ma anche una pubblica confessione (se non una provocazione…).
Confesso, cioè, che il suo poemetto Gli sguardi, i fatti e Senhal non mi è piaciuto alla prima lettura. Ma neanche alle successive, almeno per ora.
Ho conosciuto di persona il grande poeta Andrea Zanzotto nel lontano 1969, nella sua casa di maestro elementare, laureato in lettere, a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso.
Allora aveva 48 anni. (Io ero sulla trentina ).

Ero andato a trovarlo a casa sua perché attratto dalla sua fama di poeta molto originale, estroso innovatore nelle tematiche e, ancor di più, nel linguaggio.
Il tragitto in macchina non era stato lungo, perché in quegli anni lavoravo come vice-provveditore nel neonato Provveditorato agli Studi di Pordenone, nella nuova provincia (la novantatreesima), che era vicina alla provincia di Treviso e raggruppava i cinquanta Comuni della Destra Tagliamento che si erano affrancati dalla vecchia provincia di Udine (cuore autentico del Friùli).
Ricordo che andai all’incontro con Zanzotto in qualità di pubblicista collaboratore di riviste letterarie, e di giornali come “Messaggero Veneto” e “Il Gazzettino”, quasi esclusivamente per fargli domande sul suo recente poemetto Gli sguardi i fatti e Senhal, guardandomi bene dal portargli in lettura il mio primo, modesto volumetto di liriche , Risveglio veneziano ed altri versi – che uscì proprio in quell’anno 1969, con una lettera introduttiva di Diego Valeri, di cui frequentavo la casa di Venezia, in Sestiere Dorsoduro.
Durante la nostra conversazione Zanzotto era molto serio, mai un sorriso. Era particolarmente deluso dal mondo e dalla società italiana contemporanea.
Non parlava del suo passato di partigiano di “Giustizia e libertà” (settore stampa e propaganda), ma si intuiva facilmente che le vicende politiche e sociali dell’Italia del dopoguerra lo avevano abbastanza disgustato. Lo sorreggeva però una smisurata fede nella Poesia. Parlando della poesia, infatti, si accendeva a sprazzi, si accalorava, con impercettibili scatti nervosi del viso e delle mani. Ecco, mi colpì, in lui, una nevrosi leggera ma evidente. Una sofferenza disincantata, senza scampo, che si attenuava solo in presenza di un’immagine poetica inedita e ben riuscita, di un costrutto nuovo ed efficace.
Anche se non era mai contento nonostante avesse già conosciuto il successo letterario ed editoriale . Già nel 1950 aveva vinto il Premio San Babila nella sezione inediti, attribuitogli da una giuria composta da Montale, Ungaretti, Quasimodo, Sereni e Sinisgalli, con una raccolta che sarebbe uscita nel 1951 col titolo Dietro il paesaggio (Mondadori Editore).
Anche se dopo Elegia e altri versi, e dopo Vocativo, aveva pubblicato, nel 1968, il notissimo La Beltà, recensito da Eugenio Montale sul “Corriere della Sera”.
Ebbene, quel giorno in cui lo incontrai egli non si dava minimamente le arie di poeta di successo e consacrato dai grandi tra i grandi, ma sembrava piuttosto un piccolo-grande maestro elementare, sinceramente preoccupato per l’educazione e il futuro a rischio di tanti piccoli italiani, e dell’inquinamento morale e chimico che stava già ammorbando anche il suo dolce, limpido Veneto dei Tiziano e dei Tintoretto, delle colline fiorite e delle montagne sane e autentiche.
Mi regalò volentieri una copia del suo Gli sguardi, i fatti e Senhal, un poemetto ispiratogli dallo sbarco di Armstrong sulla Luna, che aveva appena fatto stampare in poche centinaia di esemplari. Un libriccino graficamente senza pretese ma dal contenuto… semplicemente esplosivo sul piano dell’innovazione. Gli chiesi un commento, ma mi disse che ne avrei capito da solo lo spirito e le caratteristiche. Evidentemente mi sopravvalutava. O semplicemente non aveva voglia di aggiungere altre parole a quelle che aveva già dato alle stampe.
Cominciai a leggere il libretto già sulla via del ritorno, dopo avere parcheggiato la macchina in una piazzola di sosta.
Ma confesso che dopo una ventina di minuti sospesi la lettura e, piuttosto shockato, ripresi il viaggio verso Pordenone.

Mi riusciva molto ostico digerire di primo acchito versi come “si sfasa discrepa in diplopia”, oppure “-Flash crash splash down/ flash e splash nella pozza nello specchio/ introiezione della, crash e splash, introiettata/ è la prima tavola la figurina (D centrale)”. Oppure “…eri assiderata nella stilla / nella lente nella bacca desmìssiete desmìssiete butta lo slip dispèllati/ datti fuoco alla nella pellicola e i coltelli / Ma e i tuoi indugi e bau-sette e (capo) giri? / Da a dove? Per o in ?/ E non ho confuso il messaggio con un altro? Ho tutto / confuso confuso / nello shocking shocking / non andare // vattene // così avviene/ sono // sei // il duale // e in mezzo / sèi qua sèi là due / e uno-qua due-là morra morra / “No, io non mi sono ancora / no, io non mi sono nata / no, io nido nodoso dei no diamante di mai / no, io sono stata il glissato a lato / no, io non ero la neve nè la selva nè il loro oltre/ eppure e a dispetto e nonostante”.

E potrei continuare a lungo, per tentare di spiegare quel mio primitivo shock.
Nonostante una “normale” preparazione poetica (forse ancora insufficiente, allora, nonostante avessi letto moltissimi libri di grandi poeti), non riuscivo ad appassionarmi a Gli sguardi i fatti e Senhal. E mi costa fare questa ammissione, in un mondo di yesman dove quasi nessuno mai è disposto ad ammettere qualche suo limite, anche se contingente.
Nei giorni successivi tentai più volte di riprendere la lettura. Ma mentre cominciavo a “capire”, e ad apprezzare l’importanza del poemetto sul piano tecnico, letterario e sperimentale, sempre di più mi accorgevo che quei “versi” non mi piacevano sul piano poetico, anche se d’altro canto mi attraevano. Mi capitava quello che, sul piano della narrativa, mi è capitato per anni di fronte a certe parti dell’ Ulisse di James Joyce o a certe composizioni di Edoardo Sanguineti. Mi stimolavano ma non mi piacevano. Mentre alcuni altri modi di poetare mi piacevano (e mi piacciono) ma…non mi stimolavano (e non mi stimolano). Alludo, per esempio, a certa poesia “onesta” di Umberto Saba, e a quella di tanti altri poeti contemporanei.

Per la poesia di Zanzotto, maestro della poesia italiana contemporanea, si è parlato, fra l’altro, di voluta deformazione del lessico, che dovrebbe rappresentare la deformazione del rapporto, avvenuta nel Novecento, fra la Natura e la Storia ( con le due Guerre Mondiali ma non solo). Si è parlato anche di esasperazione dell’ermetismo ( ma se è per questo anche Ungaretti era ermetico, anzi! Eppure è di una comprensibilità limpidissima…). Si è parlato di discrasia tra lingua e vita vissuta, di babele linguistica in una babele generalizzata, di autobiografia e di esistenzialismo, di fonemi allo stato puro o in funzione cerebralistica, di balbettìi volutamente bambineschi, di disperata incomunicabilità. Si è parlato di tante altre cose ancora.

Il 18 ottobre del 2011 il grande poeta Andrea Zanzotto è morto, nell’Ospedale di Conegliano Veneto. Esattamente alla veneranda età di novant’anni.
Confesso che ho ripreso la lettura del suo importante poemetto.
Stavolta, oltre a capirlo e ad apprezzarlo (non dimentichiamo che Zanzotto è stato definito da qualcuno il più grande poeta italiano dopo Montale) vedrò anche di farmelo piacere, così come mi erano piaciuti La Beltà, Vocativo, Galateo in bosco, e altri suoi libri .

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