Chiara Adezati e Zvied Ratiani

Zviad Ratiani, poesie (versione interlineare di Chiara Adezati)

Indice

Mai, neanche una volta
Una casa solitaria
Breve elegia per mio padre
Facendosi la barba
Neve, neve, la vita è bella
Questionario invernale
Alla fine , io, pure, imparerò a sentirmi bene

***

Mai,
neanche una volta,
sono riuscito a svegliarmi
prima della vita per neppure un lampo: lei sempre

sentendo il mio risveglio,
si sistema in modo

che io, già sveglio,
la colga
esattamente come
la lasciai.

***

Una casa solitaria

Che confortevole sarebbe casa tua
e che piacevole la tua solitudine
se non fosse per questo topo:

salta fuori dal buco che hai riempito tante volte
scivola sul pavimento di legno
e s’infila sotto la credenza antica.

Che vuota un’intera casa in mancanza
del lampo di un breve improvviso
squittìo femminile.

**

Breve elegia per mio padre

Guarda, quest’albero è mio padre.
Ti sorprendi?
Ti aspettavi di vedere una quercia?
No, questo albero è mio padre,
un esile tronco
e non ancora troppo vecchio
che ha sonno leggero in inverno
ed è svegliato dal primo segno di calore della primavera.
Non fa ombra alla metà del cortile,
non toglie luce ad altri alberi.
La sua ombra è così gentile e docile
che persino il più debole sole d’autunno
fa avvolgere il tronco senza sforzo
ma d’estate quando è troppo caldo qui,
la sua ombra può contenere almeno cinque o sei di noi
e questo basta. Non siamo più che questo.
Non chiedere altro.

**

Facendosi la barba
per la mia propria faccia allo specchio

Non aver paura:
non riconoscerò mai me stesso
in te.

Questa goccia di sangue
che fiorisce sulla schiuma
mai ci congiungerà –
non aver paura.

Non aver paura:
mai incrocerò la superficie del tuo appartamento;
mai ti spiccherò dal vetro;
nemmeno riesco a ricordare le tue fattezze.

Non permetterò mai a me stesso di notare le tue imperfezioni
per paura che tu ti confonda ogni qual volta
tu confronti il tuo sorriso col mio.

Non aver paura:
noi non invecchieremo insieme.

**

Neve, neve. La vita è bella
La vita è bella. Mi svegliai alle sei e qualcosa
e accesi l’albero di Natale. E’ carino veder
scintillare luci piene di colore. La vita
è bella. I bambini dormono. Gli adulti pure. Neve,
per quanto mi ricordo, la prima di quest’inverno, cade.
La neve cade e il giorno spunta. Trentaquattro –
dico dapprima nel mio cuore e non sembro gradirlo. Trentaquattro –
ripeto a voce alta – e ancora qualcosa non và.
C’è qualcosa che non mi piace in quel numero. Ho appena compiuto trentaquattro anni
oggi. Dispongo di almeno un’ora e mezza per sedermi e scrivere. No,
non posso. Un cane ha cominciato ad abbaiare così forte
che pare avrà molto da abbaiare in proposito,
ma smette di colpo. La vita è
bella. Il giorno spunta veloce
e già sono pigro per attraversare questo
giorno. Non è vero per
la vita però. La vita è bella. Mi sento ozioso per
questo solo giorno – camminare nel nevischio,
ricevere auguri o non-auguri, ricambiare milioni di volte,
e far mimica di importanza. Il giorno spunta veloce,
l’albero di Natale scintillante non sembra più così carino alla luce del giorno. La vita
è bella. Mia figlia corre alla finestra
gridando: neve, neve, la sua voce riempie tutta la casa,
e mio figlio, anche se molto piccolo, ancora incapace di capire bene, sta saltando
felice sul letto. Potevo prevedere
un tale inizio di giornata
quando m’alzai alle sei e qualcosa,
e guardai per prima cosa fuori dalla finestra. Bambini,
questa non è neve buona –
in un’ora sarà fango,
è tanto sciocca quanto il numero trenta quattro,
o le luci dell’albero di Natale di giorno,
o vostro papà allo scrittoio,
ma, queste parole, bambini, sono peggio,
mentre questa neve è buona,
e così vostro padre, fra l’altro. Prima che egli esca,
prima che le auto trasformino la bianca neve in sporco,
dì solo una volta, bisbiglia solo: trentaquattro,
e il vostro papà diventerà bello,
attraverserà con scioltezza il nevischio,
per una volta forse senza neppure ricordare
come è diventata dura la vita,
e semplice il sogno. La vita
è bella.
**
Questionario invernale

Lascia che venga l’inverno, sono pronto.
Sono già vestito di nero,
con questi vestiti in mezzo a tanti stracci
a coprire non solo pelle ma anche anima:
pantaloni neri, maglia nera
e un cappotto nero, una volta indossato dal nonno.
La mia tipica pelle scura
è già scolorita
e sempre più sono troppo pigro per rasarmi.
Lascia che venga l’inverno.

Lascia che venga l’inverno, sono già freddo
e sono venuto qui dentro, in questo supermercato,
solo per un po’ di calore, dove sto in piedi statuario
su una scala mobile fra i piani gelati
o cammino nella confusione fra le casse e gli scaffali
dove tutto ammicca:
pellicce, lampadari e tazze da gabinetto
gelosi guardano attraverso la gente che cammina qua e là
cercando di scegliere nella folla di compratori
il vero unico proprietario.
Ma io non sarò scelto, indossando i miei vestiti neri,
gli unici vestiti in mezzo a tanti stracci,
io che vago di sezione in sezione senz’altro scopo
che scaldarmi, sento già sulla nuca
geloso gelato lo sguardo
delle schede di sicurezza che intimoriscono.
Lascia che venga l’inverno.

Manichini,
sono vostro fratello e vostro gemello,
e molto più artificiale di voi
qua nelle corsie del supermercato
dove la gente cade a pezzi nell’abbaglio delle cose,
diventa solo occhi per i lampadari,
solo spalle per le pellicce,
solo sederi per le tazze da gabinetto.
E più artificiale di me
il calore del supermercato
che non si può portar fuori gratis:
ogni volta che esci, svanisce.

E nei miei vestiti neri,
negli unici vestiti in mezzo a tanti stracci,
i pantaloni neri, la maglia nera, e il cappotto nero di mio nonno
(senza il cappello nero che portavo prima di perderlo)
manichini,
sono vostro fratello e vostro gemello,
belli, terribili manichini,
e molto più privo della vista di voi
qui, nelle ampie corsie del supermercato
dove le cose cercano pazientemente solo il loro destino, il loro proprietario,
dove la gente senza volerlo si trasforma in oggetto del desiderio,
dove l’inverno è l’unica stagione.
Lascia che venga l’inverno.

**

Alla fine , io, pure, imparerò a sentirmi bene
e salvo quel che tu vedi in me, non sarò nulla
o persino sarò appena quel che vedi.

Io pure, imparerò a scrivere di altri
e a parlare di me.
Questo è il modo in cui attuerò la mia vendetta sulla poesia.

Non fu un cattivo Dio.
Oltre alla mancanza di fede, essa non chiese altro
e non era solita proibire alcunché salvo in quanto a scrivere.

Che risultai un perdente. Nelle mie poesie non riuscii mai
neanche inane a camuffare la mia innata codardia.

Neanche ora ho abbastanza baldanza da scrivere l’ultima poesia
e non mi rimane altro che imparare a sentirmi bene,
ad esser contento delle penultime poesie.

E ogni qualvolta qualcuno mi chiami a una vita razionale
o una vita vissuta dall’interno, altri chiederanno nuove poesie, e io distoglierò la mia faccia
e mostrerò ad ognuno la mia vera maschera.

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