Luigi De Rosa

La definizione di Mario Novaro (Diano Marina 1868 – Ponti di Nava 1944) “alto poeta” si deve al grande Eugenio Montale, altro poeta ligure, di ventotto anni più giovane.
Montale, nei suoi ricordi di un esule, non esita a scrivere che deve “…molta gratitudine alla “Riviera Ligure”, rivista dell’olio Sasso che scopersi per caso. Vi lessi pagine di scrittori liguri di cui a Genova pochi conoscevano l’esistenza. Mario Novaro alto poeta …”. In altra occasione, Montale aveva definito la poesia di Novaro “…espressione di un animo turbato e rivolto agli interessi supremi…”, frase in cui possiamo ravvisare sia il ricco mondo sentimentale del poeta, che la sua predisposizione naturale a trattare dei fini metafisici ultimi. Teneri sentimenti espressi con immagini soavi, alternati o congiunti con concetti logici e astrazioni filosofiche.
Prima venne, comunque, la filosofia.

Dopo avere studiato presso le Università di Vienna e di Berlino, il giovane Mario si era infatti laureato in Filosofia a Berlino nel 1893, con una tesi su Malebranche. Inevitabilmente il pensiero torna a Montale, che era stato invogliato dalla sorella Marianna allo studio del Contingentismo di Boutroux e Lachelier. Ma è meglio chiarire subito che Novaro, che due anni dopo si era laureato in filosofia anche a Torino, di filosofia scriveva anche, e di ciò fanno fede gli scritti pubblicati dopo la laurea, tra cui Lettera a Simirenko, del 1890, La teoria della causalità in Malebranche, del 1893, Il Partito Socialista in Germania, del 1894, Il concetto di infinito e il problema cosmologico, del 1895. Dopo il periodo di formazione tedesca si stabilì a Oneglia (che nel Ventennio avrebbe preso il nome di Imperia), si dedicò alla politica come assessore per il partito socialista e, per un breve periodo, all’insegnamento liceale.

Poi venne la poesia.
Mario Novaro si inserì insieme ai fratelli nell’industria di famiglia, la notissima Olio Sasso, anche fondando e dirigendo, dal 1899 al 1919, “La Riviera Ligure” che, nata come bollettino dell’azienda per informazione ai propri clienti, si sarebbe trasformata in un formidabile laboratorio e veicolo di cultura ospitando letterati e poeti di prestigio (tra cui, per esempio, Giovanni Pascoli, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Piero Jahier, Camillo Sbarbaro) divenendo famosa in campo letterario anche per una rubrica di critica tenuta da Giovanni Boine, intitolata Plausi e botte.
La corrispondenza e la collaborazione con tanti letterati di valore sulle pagine de “La Riviera Ligure” (rivista che, grazie alla Fondazione Novaro presieduta da Maria Novaro, esce tuttora, a Genova, nella sua accattivante veste grafica stile Novecento) valorizzarono ed esaltarono le sue doti poetiche.
Murmuri ed Echi, unico ma prezioso libro di poesia di Mario Novaro, ha visto la luce in sei edizioni diverse, cinque durante la vita dell’Autore ed una definitiva, a cura di Giuseppe Cassinelli, uscita postuma con l’editore Scheiwiller. Ho detto “libro di poesia” anziché “ libro di poesie”, perché trabocca di “poesia”, anche se alcuni componimenti sono poesie in forma di prosa, cioè senza le note e tradizionali scansioni del discorso poetico in versi più o meno lunghi. In una filigrana rarefatta ma tenace di pensiero, vivono e respirano immagini di una bellezza musicalmente raffinata. Mai contento della forma espressiva prescelta, Novaro tenderà instancabilmente per tutta la vita al miglioramento del proprio linguaggio poetico, in una tormentosa ricerca della perfezione, nel fuoco di una ricerca artistica sicuramente al di sopra dell’ordinario. Del resto, la sua era una forma molto “moderna” di scrivere (e, prima ancora, di pensare e sentire) poesia.
E Novaro la adottava in pieno “primo Novecento”, ante litteram
Ma la sua ricerca incessante si esercitava non solo sulla forma espressiva, ma anche sulla innervazione del pensiero che sottende tutta la sua opera. Tanto da arrivare a dire a Mario Puccini, uno tra i nuovi collaboratori de “La Riviera Ligure”: “La cultura filosofica che appare in Mùrmuri ed Echi così semplice e piana mi è costata anni di tormento; e certe vedute mie che paiono fiori spontanei di sentimento e contemplazione sono frutto di studi e meditazioni infiniti che ànno qui trovato alla fine una espressione limpida, appunto nell’urto del sentimento, come da vena: e difatti tutto quel poco mi è venuto scritto di getto all’aria aperta”.
Ora, un’edizione critica di Mùrmuri ed Echi è stata curata in modo molto pregevole da Veronica Pesce, ed è scaturita dalla collaborazione tra la Fondazione “Mario Novaro” (che ha sede a Genova ed è presieduta, come detto, dalla nipote del poeta, arch. Maria Novaro) con l’Università di Genova, con la Provincia di Imperia (della quale la Famiglia Novaro è originaria) e con la Fondazione “Giorgio e Lilli Devoto – Edizioni San Marco dei Giustiniani”.
Il libro, di circa trecento pagine, e corredato di un Apparato scientifico imponente e minuzioso, ha visto la luce a Genova agli inizi del 2011. Con una lucida e illuminante prefazione di Giorgio Ficara, si presenta non solo come un’edizione critica fondamentale di alto valore filologico ed esegetico, ma anche come un’opera di gusto estetico-letterario raffinato.

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