Giovanni Giudici

RICORDO DI GIOVANNI GIUDICI (26 giugno 1924 – 24 maggio 2011)

di Luigi De Rosa

Una sera come tante ( quante ne resta a morire
di sere come questa ?)…

Così scriveva Giovanni Giudici, in una sua nota poesia.
Ma la fine è sopraggiunta non in una sera come tante della vita quotidiana, ma nella notte fra il 23 e il 24 maggio scorso nell’ospedale della Spezia, dopo un periodo di lontananza del poeta dal suo mondo pieno di libri, di riviste e giornali. Il 26 giugno 2011 avrebbe compiuto 87 anni.
Giudici, che dal 1965, l’anno dell’uscita della sua silloge La vita in versi con la Mondadori, era stato coronato poeta di successo dalla grande Critica, dalla grande Editoria, dalla Stampa influente, dal “grande” Pubblico, se n’era tornato a vivere, negli anni Novanta, da Milano nella sua Liguria, per rintanarsi in quell’ angolo di paradiso naturale in cui era nato.
Dopo qualche anno trascorso a La Serra di Lerici, si era stabilito nel suo luogo di origine, la frazione di Le Grazie di Portovenere, in provincia della Spezia.
Prima, aveva vissuto a Roma, a Ivrea, a Torino e , appunto, a Milano.
A Roma aveva vissuto dal 1933, e nel 1945, in contrasto col padre che lo avrebbe voluto medico, si era laureato in Lettere con Pietro Paolo Trompeo. (Tra i suoi docenti, anche Natalino Sapegno).
A Roma aveva pubblicato nel 1953, a proprie spese, il suo primo libro di versi , quel Fiorì d’improvviso di chiara influenza montaliana. A differenza, però, del “metafisico” Montale (che allora aveva 57 anni e aveva già pubblicato Ossi di seppia e Le occasioni), il giovane Giudici si faceva già notare per un’attenzione personale, tutta particolare, rivolta sia agli eventi della Storia che alle minute vicende quotidiane dell’individuo immerso nella società della comunicazione e dei consumi. Se anche Montale era un borghese, era però un liberale vecchio stampo, con una certa idiosincrasia per la politica dei nostri tempi. Ed era pur sempre angosciato da problemi metafisici attinenti ai “fini ultimi” della vita e del mondo. Giudici, invece, avrebbe “cantato” la vita del borghese piccolo piccolo, stritolato fra la routine della vita aziendale e di massa e i problemi dell’esistenza quotidiana, in un’alternanza di dubbi (proprio tanti) e di certezze (proprio poche, se non nessuna). E nel dopoguerra avrebbe anche aderito alla politica, prima al P.S.I.U.P. e poi al P.C.I., portandosi sempre dentro, però, quella sana educazione cattolica inculcatagli da bambino ( ma in modo maldestro e controproducente, diceva lui…).
Nella poesia eponima dell’importante libro mondadoriano del 1965, Giudici ha scritto, fra l’altro:
Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.
…………………………
Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire

La svolta determinante, quella che avrebbe dato inizio alla sua straordinaria “carriera” poetica ed editoriale, si era verificata nel 1956, quando all’età di 32 anni aveva abbandonato Roma per andare a Ivrea (Torino), per occuparsi della Biblioteca della Olivetti, ma in realtà per dirigere, su incarico di Adriano Olivetti, il settimanale “Comunità di fabbrica”.
Da Ivrea si era poi spostato a Torino, dove aveva fatto amicizia con Giovanni Arpino e con Beppe Fenoglio (che stava scrivendo Il partigiano Johnny direttamente in inglese…).
Nel 1957 era uscito il libro L’intelligenza col nemico, col quale, come acutamente ha scritto Giorgio Bárberi Squarotti, era “passato a riconoscere la sua misura poetica nella dolorosa meditazione, nell’esame di coscienza fortemente radicato nella situazione della società e nel momento storico”.
Nel 1958 andò ad abitare a Milano, per lavorare (come impiegato e non come dirigente, ci teneva a precisare) presso la Direzione Pubblicità e Stampa della Olivetti. (Quanto a Montale, abitava a Milano già dal 1948, e lavorava al “Corriere della Sera”).
Strinse un forte sodalizio col poeta e critico Franco Fortini, il cui stile discorsivo e raziocinante ebbe una notevole influenza sulla sua poesia.
Tre anni dopo, nel 1961, pubblicò Se sia opportuno trasferirsi in campagna, e nel 1963 L’educazione cattolica. Sempre secondo Bárberi Squarotti in questi due libri vengono raggiunti i risultati migliori, e c’è “un tentativo di ricostruire le ragioni dello stato attuale dell’uomo diviso e “alienato””.
Dopo La vita in versi del 1965, la Mondadori gli pubblicò, nel 1969, Autobiologia, nel quale l’analisi dell’io viene approfondita. Questo libro avrebbe poi vinto il Premio Viareggio.
Seguirono altre raccolte, che qui per brevità posso solo citare: O Beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), con un’accentuazione crescente dello stile “narrativo”.

Quanto ai Premi letterari, Giovanni Giudici ne ha vinti molti, e di grande prestigio. Oltre al citato Premio Viareggio ha vinto anche, nel 1987, il “Premio Librex Guggenheim-Eugenio Montale”, con l’appassionato canzoniere d’amore Salutz (voce provenzale) pubblicatogli da Einaudi un anno prima. Nello stesso anno 1987 si è visto assegnare anche il “Premio Puskin” dal Fondo Letterario dell’Unione Sovietica, per una traduzione dal russo di “Eugenio Onieghin”, pubblicatagli da Garzanti nel 1983:
Con lo stesso editore Garzanti, Giudici ha pubblicato altri tre libri: Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), ed Eresia della sera (1999).
Nel 1997 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha conferito il “Premio Feltrinelli”.
Dall’anno 2000 si può trovare l’intera produzione poetica di Giudici in uno dei famosi “Meridiani” della Mondadori, a lui espressamente riservato e a cura di Rodolfo Zucco.

Se devo essere sincero fino in fondo (ed è sempre meglio esserlo, anche se la vita associata è quella che è) dirò che la morte di Giovanni Giudici mi ha causato tanta malinconia e tristezza. Ma non quella tristezza “letteraria” di facciata che spinge alcuni, in casi come questo, a pubblicare “coccodrilli” a dritta e a manca. Bensì quella tristezza sincera, e sconfortata, che scende nel cuore quando ci lascia per sempre una persona cara, un poeta che per molti motivi sentivamo vicino. E se devo dirla proprio tutta, la poesia di Giudici mi ha sempre causato malinconia , anche quando lui era ben vivo e vegeto, e si destreggiava come pochi tra editori di grido e Premi letterari. Così come, purtroppo, la poesia di molti altri poeti contemporanei che, pur osannati e celebrati (si fa per dire, se si pensa alla considerazione in cui è tenuta la poesia nella società attuale…) finiscono prima o poi col sembrare i portabandiera (pur nobili e assai dignitosi) del fallimento (incontrovertibile) di un certo “uomo moderno” di fronte alla vita, alla morte e ad un probabile aldilà.
Voglio solo sperare che un grande poeta come Giudici, la cui innegabile originalità consiste, essenzialmente, nell’avere sostituito – come acutamente ha rilevato Giovanni Raboni, suo grande amico ed estimatore – il tradizionale io lirico-autobiografico con un io-personaggio, o io-sosia, o io–doppio, e che ha battagliato per tutta la vita con gli stessi problemi dei piccoli uomini normali, in un mondo troppo spesso opaco, piatto e prevalentemente “aziendale”, non abbia sofferto troppo la solitudine interiore negli ultimi anni vissuti nella sua Liguria, dopo che si erano attutiti i “clangori” del successo e della competizione. Specialmente negli ultimi, scoscesi anni della vecchiaia, in quel paradiso naturale che è la Riviera ligure di Levante.
Non so quanto la bellezza indescrivibile di un paesaggio marittimo tra i più suggestivi del mondo abbia addolcito la sua solitudine intima, nonostante le antiche sirene di libri, giornali, riviste, radio.
Spero che i due “poli” fra cui tutta la sua vita di uomo e di poeta ha sempre più o meno oscillato, e cioè la sua educazione cattolica delle origini e i suoi sogni socialisti della maturità, abbiano reso più vivibile, se non più dolce, il periodo dei bilanci e del silenzio, dei rimpianti e delle nostalgie.
A meno che non abbia ragione Claudio Toscani, che su “L’Osservatore Romano” del 19 giugno 2011, ha concluso un suo articolo in memoria di Giudici ricordandoci che egli “sentiva, ora più che mai, negli anni del silenzio, lo stretto rapporto tra poesia e salvezza. E sentiva di averlo praticato, ora più che mai, tra verifiche e ripensamenti, assensi e confutazioni, ma mai declini o rifiuti. La sua certezza era che la poesia potesse avere una sua efficacia nel forzare la materialità delle cose, dare un senso alle amarezze, alle angosce, ai dubbi, presentarsi alla fine affabile, saggia, dolce, a proteggere la quotidianità, i sentimenti, le fatiche, le malinconie…”
Secondo Toscani, addirittura, “c’è una semantica religiosa che è davvero peccato non riconoscere in Giudici: una semantica segretamente agostiniana, “barlume di mistero” che ogni giorno avanza “nel cospetto dell’eterno”.

UNA SERA COME TANTE
Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, assai più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa ?) e non tentato da nulla,

dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura, ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita più semplice ?
Ha un fine il nostro subire il presente ?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
E’ nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse !
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse ?
Da quanto ha nome bontà la paura ?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani…pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre,
ride il tranquillo despota che lo sa:
mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che esser fedeli a metà.

GIOVANNI GIUDICI

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