Camillo Sbarbaro

Luigi De Rosa

Premessa
Quando leggiamo (o rileggiamo) la raccolta sbarbariana Pianissimo, non possiamo non tenere presente che si tratta di poesie che sono state scritte prima del 1914, quindi antecedentemente alla Prima Guerra Mondiale, prima dello sconvolgimento (in tutti i campi, anche in quello letterario) che ne sarebbe derivato. Ci accorgiamo, allora, che la loro modernità ci appare ancora più stupefacente. Modernità sia di contenuto e di sensibilità che di linguaggio poetico, in contrapposizione al vitalismo orfico di un D’Annunzio e al crepuscolarismo di Guido Gozzano e dei suoi seguaci, in parte ancora legati all’Ottocento.
Modernità rappresentata, soprattutto, dallo stile, che introduce il diarismo nella lirica, l’autobiografia intima, e già per questo apre alla modernità del Primo Novecento. Si pensi anche ai Frammenti lirici di Clemente Rebora (1913) e ai Canti orfici di Dino Campana ( 1914).

La poesia dell’interiorità farà poi irruzione, nel Novecento, nella letteratura italiana ed europea; l’Ottocento sarà superato proprio da questa ondata di intimismo, di centralità dell’individuo, di soggettivismo anche esasperato. Ma i precursori sono stati appunto, Sbarbaro e quelli che, come lui, hanno fatto arte con il proprio mondo intimo, soggettivo e relativo finché si vuole, ma autentico, anche se precario.
Il tono generale e l’ispirazione di queste liriche, comunque, si riallacciano alla disperata visione della vita e del mondo di Giacomo Leopardi e sono anche fortemente influenzate dal pensiero del filosofo principe del Pessimismo, Arturo Schopenhauer. Così come vi è l’influenza di Charles Baudelaire, il padre della poesia moderna, e in particolare della poesia della città. Certo, Savona o Genova non sono Parigi, ma di notte, specialmente perché sono città portuali, non vi mancano ubriachi, prostitute, e comunque ambienti che magari Sbarbaro giovane non rifugge dal frequentare, anche per calmare il rodìo interno della solitudine che lo tormenta. Anzi, della angosciosa assenza… da se stesso… che poi richiama l’apatia leopardiana: Esco dalla lussuria / m’incammino/ pei lastrici sonori della notte… (Pianissimo).
Il primo libretto di versi di Sbarbaro è intitolato Resine (su suggerimento dell’amico Angelo Barile, mentre l’autore avrebbe voluto intitolarlo Bolle di sapone). Resine viene pubblicato nel 1911, per iniziativa e a spese dei compagni del liceo classico “Gabriello Chiabrera” di Savona. La fattura del tipografo (la stampa è graficamente bella) è di 140 lire. Il ricavo sarà di 16 lire, con delusa rassegnazione del giovane poeta. Resine cade un po’ nel silenzio, e viene recensito affettuosamente soltanto dall’amico Angelo Barile su un giornale di Savona. Eugenio Montale, sei anni dopo, recensendo un libro di prose liriche di Sbarbaro, Trucioli, su “L’azione” del 10 novembre 1920, liquida sbrigativamente Resine: “Della prima plaquette non mette conto di occuparsi: sonetti e quartine e strofi varie, oneste tutte e decorose, ma niente più. Lo Sbarbaro vero non è ancor nato…”.
Il secondo libro, invece, Pianissimo, viene stampato con la Libreria La Voce a spese della sorella Clelia, di un anno più giovane di lui, e a lui affezionatissima: Forse un giorno, sorella, noi potremo / ritirarci sui monti, in una casa/ dove passare il resto della vita… .
Il libro Pianissimo, che poi resterà praticamente il primo e l’unico, (oggetto di interminabili varianti, di più edizioni e ristampe ) viene accolto da tanto favore critico (a cominciare da quello di Giovanni Boine e di Emilio Cecchi) da decretare, in gran parte, il successo letterario e la consacrazione di Sbarbaro come poeta.
“In diversi tempi con diversi titoli è uno solo il libro che ho scritto”, dirà lo stesso Sbarbaro. In realtà Pianissimo è intimamente legato ai libri di prose come Trucioli ( prose, o ”scritti lirici”, o “libro diaristico”, secondo Montale) come Liquidazione, come Fuochi fatui. Il poeta lo confermò ancora due mesi prima di morire, nel 1967, scrivendo, tra l’altro, all’editore Vanni Scheiwiller : “A 79 anni (quasi) ho messo il punto fermo con la variante che lodi a Pianissimo. Pianissimo è, in realtà, l’unico libro che ho fatto ed al quale, senza propormelo, ho lavorato mentalmente sino alla fine.”
La prima edizione, come detto, è della fiorentina Libreria della Voce, del 1914. La seconda, riveduta, e con dieci poesie in meno, è quella di Neri Pozza, Venezia 1954. Un’altra ancora, dell’editore Scheiwiller, Milano, è del 1961.

I testi di Pianissimo che ho tenuto presenti sono contenuti in quella della prestigiosa “San Marco dei Giustiniani” (Genova 2007), di Giorgio Devoto. Il libro è ottimamente prefato e curato da Paolo Zoboli.

In verità la critica letteraria ufficiale, fino al 1985, anno in cui è uscita la coedizione Scheiwiller-Garzanti di tutta l’opera in versi e in prosa di Sbarbaro (a cura di Gina Lagorio e Vanni Scheiwiller) ha considerato la poesia del poeta ligure come una poesia minore, come un ramo dell’albero della “Voce”, notissima associazione di poeti, scrittori e artisti che pubblicava l’importante rivista omonima. Venivano ricordate, soprattutto, la prima poesia del libro (v. pag. 19, Taci, anima stanca di godere / e di soffrire…) e la più nota delle due poesie dedicate al padre amatissimo (v. pag. 27, Padre, se anche tu non fossi il mio ). L’altra, anch’essa bella, ma meno nota, è Padre che muori tutti i giorni un poco – pag. 27.
Dopo il 1985, soprattutto per merito di Giorgio Caproni e di Adriano Guerrini, Sbarbaro viene considerato uno dei poeti più significativi del Primo Novecento, sia in Italia che in Europa.La sua poesia è stata assimilata non solo a quella di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, di Mario Novaro, di Giovanni Boine, ma addirittura a quella degli Ossi di seppia di Eugenio Montale .
Caproni ha sintetizzato il proprio giudizio in questo epigramma: Dubbio a posteriori: / i veri grandi poeti / sono i “poeti minori” ?

La vita di Sbarbaro: brevi cenni
Un cenno alla vita del nostro poeta è necessario, per inquadrarne meglio l’opera. Anche se si tratta di una vita piuttosto ritirata, priva di grandi eventi. Del resto, Sbarbaro non ha mai fatto nulla per evitare un certo isolamento umano e letterario. Anzi, sembrava industriarsi in ogni modo per conservarlo ed accrescerlo.
Sbarbaro nasce a Santa Margherita Ligure (Genova) il 12 gennaio 1888, al n° 4 di via Roma.
Il padre, Carlo, quello delle due notissime poesie, è ingegnere e architetto, ed è da lui molto amato, sia in vita che dopo la morte.
La madre, Angiolina Bacigalupo, muore di tubercolosi quando Camillo ha solo cinque anni. Camillo e Clelia saranno presi in cura dalla sedicenne zia materna Maria, detta Benedetta, che li alleverà con tanto amore da vedersi adorata e alla quale sarà dedicato il libro Rimanenze.
Quando ha solo 6 anni la famiglia si trasferisce a Varazze: qui Camillo frequenta le Elementari e poi il Ginnasio presso i Salesiani. Nel 1904 altro trasferimento, da Varazze al capoluogo, Savona, dove frequenta il Liceo classico “Gabriello Chiabrera”.
A vent’anni trova lavoro presso un’industria, la “ Siderurgica savonese”. Poi si impiegherà, di malavoglia, presso l’Ilva di Genova.
A 23 anni si trasferisce , appunto, a Genova.
Nel 1914, a 25-26 anni, pubblica il già citato Pianissimo. A Firenze conosce Ardengo Soffici, Dino Campana, Giovanni Papini, il pittore Ottone Rosai ed altri artisti che collaborano alla rivista .
A Genova, invece, conoscerà e frequenterà Eugenio Montale, il suo primo recensore di Trucioli, pittori come Oscar e Fausto Saccorotti, e lo scultore Francesco Messina. Frequenterà anche il gruppo di intellettuali e artisti che fanno capo a Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e alla importante rivista “La Riviera Ligure”, che gli dedicherà , nel 1919, il suo ultimo fascicolo.
Lascerà l’impiego in fabbrica, ma dovrà rinunciare all’incarico d’insegnamento di latino e greco offertogli dai Gesuiti dell’Istituto Arecco perchè si rifiuterà di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista.
Si ridurrà a vivere di lezioni private di latino e greco, e soprattutto di traduzioni. Si rivelerà un bravissimo traduttore, così come si rivelerà tale, in seguito, anche l’amico Montale, di circa otto anni più giovane di lui. Le traduzioni più note di Sbarbaro sono quelle da Zola (Germinale), Maupassant (Il porto e altri racconti), Balzac (La pelle di zigrino), Stendhal (La certosa di Parma), Flaubert (Salammbò), oltre a quelle dai classici greci Sofocle (Antigone) Eschilo (Prometeo incatenato), Euripide (Il ciclope, Alcesti), Pitagora (I versi d’oro). Sbarbaro ha tradotto anche, per Scheiwiller, le opere in latino di Giovanni Pascoli.
Il 9 febbraio 1941 Genova è colpita da un bombardamento navale, allora Sbarbaro si trasferisce a Spotorno insieme a Clelia e alla zia. Tornerà a Genova nel 1945 ma poi si trasferirà definitivamente a Spotorno.
Negli ultimi anni si dedicherà a raccolte di prose. Dopo Fuochi fatui, pubblicherà Gocce, Contagocce, Bolle di sapone, Vedute di Genova, Quisquilie. Da Gocce riporto qui una frase sulla Felicità : Felicità, non t’ho riconosciuta che al fruscìo con cui ti allontanavi. Il che dimostra che il poeta riconosce l’esistenza della Felicità, almeno sul piano concettuale. Solo che sul piano effettuale essa non esiste per lui. Anzi, da lui si allontana.

I licheni
Un cenno alla sua passione per i licheni, espressione esemplare dell’adattamento della Natura anche alle condizioni ambientali più difficili, o addirittura estreme.
Fu collezionista esperto, e pubblicò anche vari Contributi lichenologici, scientificamente importanti. Donò la sua collezione al Museo di Storia Naturale di Genova.
Molti campioni da lui raccolti e catalogati si trovano presso Musei Botanici in Europa e in America. Ha descritto 127 nuove specie di licheni, una ventina delle quali porta il suo nome.
Lo stesso Sbarbaro, un giorno, scrisse, a proposito dei licheni: Capisco, adesso, perchè questa passione ha attecchito così durevolmente: rispondeva a ciò che ho di più vivo, il senso della provvisorietà: Sicché, per buona parte della vita, avrei raccolto, dato nome, amorosamente messo in serbo…neppure delle nuvole o delle bolle di sapone – che per un poeta sarebbe già bello – ma qualcosa di più inconsistente ancora: delle effervescenze, appunto.
Un altro giorno scrisse, sempre a proposito dei suoi amatissimi licheni: Il lichene prospera dalla regione delle nubi agli spruzzati dal mare. Scala le vette dove nessun altro vegetale attecchisce. Non lo scoraggia il deserto; non lo sfratta il ghiacciaio; non i tropici o il circolo polare…teme solo la vicinanza dell’uomo. Per questa sua misantropia, la città è la sola barriera che lo arresta. Se la varca, o va a respirare in cima ai campanili, o, con la salute, ci rimette anche i connotati.
Dal citato Gocce ricordo anche il seguente brano : Gli dico che i licheni li raccolgo come coglierei pietruzze colorate sulla spiaggia. Si offende. Capisco: diminuendomi lo diminuivo. La fama che ho qui di scienziato, non l’ho in proprio: è un ornamento del luogo, un bene collettivo. Non ne dispongo.
Sbarbaro non riuscirà a vedere la sua grande opera Licheni: un campionario del mondo, perchè questa uscirà dall’editore Vallecchi di Firenze proprio nel mese di ottobre del 1967, il mese in cui, per gravi condizioni di salute, il poeta si spegnerà nell’Ospedale San Paolo di Savona.
Della sua raccolta, il poeta aveva detto: Mi ingombra la stanza, la impregna di sottobosco un erbario di licheni. Sotto specie di schegge di legno, di scaglie di pietra contiene pocomeno un Campionario del Mondo. Perché far raccolta di piante è farla di luoghi.

La sua poesia
Il linguaggio poetico di Sbarbaro è originale e personale, pur muovendosi sulla linea Leopardi – Pascoli – e pur subendo una certa influenza dei Fiori del Male del parigino Charles Baudelaire. Come non pensare all’Albatros (cioè al Poeta) caduto sulla tolda di una nave in mezzo a un equipaggio ubriaco e insensibile ? Come non pensare al poeta che non sa vivere come gli altri e insieme agli altri a livello del terreno, ma sa librarsi magnificamente nel cielo azzurro e sereno o nero e tempestoso ?
Il linguaggio poetico è caratterizzato, poi, da una scabra essenzialità, che rifugge da inutili orpelli e ghirigori retorici. Spesso appare discorsivo (è pur sempre una sorta di diario in poesia…) ma non scade mai nella banalità.
Perché il titolo di Pianissimo? Perchè si vuole alludere al tono della confessione, un tono leggero anche se profondo, colloquiale, sommesso. Appunto, pianissimo. ( il poeta avrebbe voluto che fosse, come visto, Bolle di sapone, o addirittura Sottovoce).
La sensibilità delicata di Sbarbaro si contrappone al vitalismo orfico e retorico di Gabriele D’Annunzio (1863 -1938). Al contrario che per il Pescarese autore della Laus vitae, per il ligure Sbarbaro la sirena del mondo ha perso la voce e non esercita nessun fascino.
Il libro Pianissimo si differenzia da altri libri importanti che pur escono in quegli anni. Mi riferisco ai citati Canti orfici di Dino Campana (1885 – 1932) anche se a questo poeta Sbarbaro si può dire affratellato nel segno della disperata solitudine. E mi riferisco, anche, al Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti ( 1888/1970). Si differenzia, anche, dalle opere di Guido Gozzano ( 1883 – 1916) e dei Crepuscolari, pur se immerse, anch’esse, nell’interiorità ( anzi, nell’intimismo).
Qui lascio la parola molto volentieri al grande Montale , che su “L’azione”, di Genova, il 10 novembre 1920, scriveva tra l’altro : “Seguì un bel passo avanti: “Pianissimo” , grigia e dolorosa sinfonia per lo più in isciolti tradizionali: canto cupo di sconforto, qualcosa come una voce che si alzi nella notte. Di Pianissimo fece l’elogio, da par suo, Giovanni Boine; e mi basti ricordare a chi legge alcune parole del nostro povero scomparso: “ E’ una poesia, questa dello Sbarbaro”, diceva il Boine, “ della plumbea disperazione, succinto velo, scarna espressione di un irrimediabile sconforto”; poesia “fuor della tradizione che a capirla basta il cuore e l’aver vissuto”. E concludeva: “ Mi par di essere innanzi a una di quelle poesie su cui i letterati non sanno nè possono dissertare a lungo, ma di cui si ricordano gli uomini nella vita loro per i millenni”. Parole generose – aggiunge subito Montale, da critico severo – azzardate, le quali, lo confesso, non saprei fare mie per intero. C’è in Pianissimo, in questa storia di un lungo dolore, come un intrecciarsi di due motivi che non si fondono sempre: là dove la nota dell’universale sconforto sorge e sta per attanagliarti, tu senti un altro tema che s’alza ed è l’espressione di una sofferenza tutta personale, caduca, direi quasi provvisoria; che vale assai meno come materia di poesia non foss’altro perché il poeta non può nettamente uscirne e dominarla. Di questo squilibrio nell’ispirazione deve di necessità trovarsi traccia nella lettera del canto; e in Pianissimo si può talvolta lamentare un verso malfermo, approssimativo. Lo Sbarbaro non poteva evidentemente fermarsi qui; artista vero, doveva sentire il prepotente bisogno di liberarsi una buona volta della sua “piccola sensazione” dandole vita nell’espressione perfetta. I Trucioli sono fogli volanti, pagine di diario, notazioni brevi e lunghe, bozzetti e parabole senza nulla di esoterico; e la maggior parte di queste cose s’innalza, stranissimo oggi! fino alla poesia…”.
Insomma, più che la poesia in forma di poesia, sarà la poesia in forma di prosa ad entusiasmare Montale. Saranno soprattutto i Trucioli a fargli riconoscere, tra l’altro, che Sbarbaro è un poeta vero, con un suo centro e un filone ben suo, anche coi “ suoi paesaggi pieni di musica e di colore, in cui canta e vive tutta la nostra rude e dolce terra di Liguria” e che le notazioni di Sbarbaro “ sono veramente compiuta lirica che ha la civetteria di non volerlo parere e presuppongono un lavorio spirituale dei più seri e difficili. Par giusto che anche questo sbandato poeta nostro si abbia oggi quei riconoscimenti che merita. Camillo Sbarbaro non si fa, del resto, illusione sul proprio “successo” di poeta; la sua arte è troppo crudamente disinteressata per parlare ai più. E’ anche un uomo, caso strano, pochissimo livresque: i suoi amici sono gli animali, gli alberi e le nuvole…”
Nel 1925 lo stesso Montale scriverà il famoso Epigramma sulla fanciullesca ingenuità di Sbarbaro poeta:
Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori
carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia
mobile di un rigagno; vedile andarsene fuori.
Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi:
col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia,
che non si perda; guidala a un porticello di sassi.

E sono veramente in molti ad aver seguito questa raccomandazione montaliana, perchè la delicata poesia di Sbarbaro non si perdesse disciolta dalla corrente, anche se modesta, di un “rigagno”. E qui per “navicelle” possiamo intendere “poesie”, poesie che navigano, anche se difficoltosamente, nell’”aridità” di un “rigagno”…
In effetti, Sbarbaro sembra non saper vivere “normalmente” con gli altri uomini “normali”. A meno che non si tratti di osservarli (senza vederli) ( v. pag. 21-)
Ch’io cammino fra gli uomini guardando / attentamente coi miei occhi ognuno, / curioso di lor ma come estraneo…. O a meno che non si tratti di spiarli di notte, senza essere visto. (v. pag. 58: Quando traverso la città di notte…). Siamo, come dicevo poc’anzi, alla solitudine disperata, in uno stato di non-vita , all’annientamento della volontà, all’annullamento di un dialogo tra uomini, anzi, addirittura di un dialogo con se stesso!
Siamo in uno stato in cui non si ha nemmeno nostalgia o rimpianto per la miserabile giovinezza; in cui non c’è né ira, né speranza, e neppure tedio. Uno stato in cui l’anima giace come il corpo, ammutolita, tutta piena / d’una rassegnazione disperata…(v. pag. 19 )
In questo clima generale di sconforto e desolazione, non c’è da meravigliarsi se nei versi di Sbarbaro si incontrano con tanta frequenza parole come piangere, pianto, lacrime (o lagrime), etc. Anche se, a stretto rigore, non vi dovrebbe essere nemmeno questo tipo di reazione in uno stato di apatia così spinto. Ma con Sbarbaro non si pone un confronto con l’apatia degli Stoici nè con l’atarassìa degli Epicurei o degli Scettici. Perché non c’è in lui la consapevolezza che tutto accada per il meglio, indipendentemente dalla volontà dell’uomo. Né c’è in lui una situazione di benessere psicologico personale, di tranquillità calma e imperturbabile. Su tutto domina la Necessità, ma anche, e soprattutto, il Dolore. A un certo punto conviene, quasi quasi, addomesticare il Dolore, assuefarsi allo stesso, farsene una stampella per trovare comunque una ragione per continuare a vivere. Voglio il Dolore che mi abbranchi forte… ( pag. 29).
Penso che con Sbarbaro siamo lontani anche dal Romanticismo. E non vedo neppure una forte aspirazione al Trascendente. Mi sembra che qui siamo in un’atmosfera di sostanziale omogeneità fra corpo e anima. Finito l’uno, finita anche l’altra. Siamo appena all’inizio del Novecento e già siamo al fallimento dei rapporti dell’uomo con gli altri uomini e col Trascendente, anzi, dei rapporti dell’uomo singolo con se stesso.
All’opposto, nella poesia di Ungaretti vediamo il passaggio dalla pena dolorosa del vivere all’abbandono fiducioso alla fede e all’affratellamento con gli altri uomini.
Sbarbaro non crede e non attribuisce efficacia neppure alla psicanalisi. In lui si realizza la coincidenza degli opposti (bene e male, amore e odio, vita e morte, etc.) che finiscono poi per elidersi a vicenda.
Non c’è reazione, non c’è lotta nè resistenza, perché sarebbe tutto inutile, data l’ineluttabilità, secondo lui, del destino negativo dell’uomo.
Forse tutto questo non si sarebbe verificato (per lo meno in tale misura), sul piano strettamente umano e psicologico, se Sbarbaro avesse avuto una donna da amare, che fosse adatta a lui e che lo contraccambiasse. In tal caso avrebbe goduto anche lui di quelle piccole o grandi gioie e soddisfazioni che, pur connesse ad immancabili doveri e responsabilità, possono essere procurate ad un uomo da un amore autentico e duraturo. Altrimenti, perché il poeta avrebbe scritto (pag. 35) :
…certe volte vedendo una bestiola
che lecca una bestiola e gioca seco,
mi morde il cuore una crudele invidia.

Cogli occhi vedo che mi sei negata,
gioia di voler bene a qualcheduno ?

Ma per fortuna a tutto ciò si sottrae, come abbiamo visto, almeno il mondo degli affetti familiari, questi sì, autentici e forti, direi indistruttibili (per il padre, per la sorella, per la zia…). Così come si sottrae (per fortuna) la passione per i licheni, E soprattutto si sottrae la Poesia, che per Sbarbaro si rivela, pur nella sofferenza, l’ unico bene, il vero rifugio, l’ arma di difesa, il riscatto, la catarsi.

N.B. La citazione delle pagine si riferisce al libro Camillo Sbarbaro – Pianissimo – a cura di Paolo Zoboli – Edizioni San Marco dei Giustiniani , di Giorgio Devoto – Genova 2007.

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