Claudio Trambaioli al flauto e Mariangela De Togni

Mariangela DE TOGNI e Rosa Elisa GIANGOIA hanno partecipato all’incontro Il valore del tempo nella scrittura organizzato da FARA Editore nel monastero di Fonte Avellana nei giorni 13-15 maggio u.s., rispettivamente con un reading di poesie e una relazione (Scrivere nel tempo della storia. Scrivere oltre il tempo).

Mariangela DE TOGNI

Nell’impensabile

Vorrei comprendere
la tua assenza nell’impensabile
che lacera il cuore.

Oggi, anche il sole
pare lontano
ovattato di foschia
nell’alba
dai contorni rosati
leggeri come rugiada
come un soffio di luna.

Vorrei solo comprendere
la tua assenza
nel silenzio
lungo della chiesa vuota
dove si appoggiano
i pensieri.

Vorrei comprendere
la tua assenza dai miei passi
pesanti come il dolore
sull’asfalto nero del tempo.

Vorrei solo comprendere perché
la tua assenza mi toglie
il respiro. E il cielo stellato
è meno vivo nella notte
profonda più del mare.


Una suite ad archi

All’orizzonte
una linea chiara
rossastra
con qualche stella
come in una conca di cristallo.

Il cielo
pare una suite ad archi
nel cromatico
alternarsi dei colori
di tinte azzurro e grigio
e giacinto del crepuscolo
di Provenza
e giallo veronese.

La felicità è la mia terra.

Legata come un vaso d’oro
all’estremità
di un arcobaleno.

Sul rosso dell’orizzonte

Lontano
sul rosso dell’orizzonte
una vela bianca
pare risalire la fiumana
dei pensieri
come un lungo sospiro.

E un arco di vento
disegna le tessiture dei giorni
percorrendo i carruggi di pietra
l’ombra liquida degli slarghi
e delle piazze sotto
i portici illuminati
dalla luna.

Dove sei Donna dell’aurora dolce Aghia Maria?

C’è neve sul mandorlo
oggi imperlato di brina
e nel saio della memoria
una scia di luce bianca
come battesimale
s’è impigliata nel cuore

A raccontare
profonda
la mia solitudine.

(Da Nel silenzio della memoria, Ed. Helicon)

In quale lontananza

La nebbia
è una curva remota
sull’orizzonte.

Come il profilo d’una terra
lontana.

Ma la brina
qui incornicia
il mattino
in un sussurro breve
affondando nel sospiro
il cuore
che vorrebbe quella Voce
udire
profonda
dalla sua pallida
oscurità. In quale lontananza
la sua profezia?

Noi
senza mantello
nella notte
di diaspro e seta
impregnati di resina
e polvere.

Un profluvio di lacrime
e un odore antico
di turiboli
sul bianco della strada.

Solitari
come un’ombra
di luna.

Una domanda di memoria

Donna,
dal sapore d’alba.

Una domanda di memoria
incornicia la luna
come un albero di perle
bianche oltre l’arco azzurro
dell’ogiva antica
nell’ampia ciotola del cielo
gonfia di brezza
e di salsi profumi.

Il cuore, oggi,
è nell’improvviso
respirare delle cose.

In quella bruma lieve
all’orizzonte
livido ancora di oscurità.

Nel liquido ardesia del mare.

Nel suo prisma di bellezza.

Donna,
vasta armonia dell’essere.

Dal silenzio sospeso
dell’attesa, l’abisso del tempo
sfoglia i nostri sospiri
come petali di rugiada
su un sentiero d’alga.

Rimangono le stelle.

Ritagliate nel velluto della solitudine.

A sussurrare il crepuscolo
della lunga notte?

Sinfonia di stupore

La sera è di seta
di levigata policromia
fino all’orizzonte.

Nella grammatica di colore
le diagonali del pensiero s’incurvano
in golfi di azzurre atmosfere
e incastri di luce.

Oblique geografie occupano
l’estremo lembo del cuore
ritagliando silenzi di vetro
dal cielo.

Un usignolo interroga
il suo canto. Lo sente, forse,
clandestino?

Qui, salendo col sospiro
sul sobbalzo dell’attesa,
all’improvviso,
ritorna la memoria.

Come di celeste liturgia.

E un filo furtivo di luna
entra dalla raccolta
esuberanza delle ogive
nella solitudine.

Stimmata liquida
d’una più viva sinfonia
di stupore.

(da: Flauto di canna, Ibiskos Editrice)

Un mormorio velato

Un mormorio velato sugli occhi
e dalle fessure del tempo
il pallido riflesso del giorno.

Il cielo inquieto
nell’infinito liquido
dell’arcano ogivale di capitelli
fra distese gialle di colza
e brandelli di nuvole
come fiori bianchi
dal piccolo calice delicato
sull’azzurro cupo
in lagune di tenero mistero.

Solo la memoria nel cuore
a incorniciare il ricordo
dei lunghi tramonti solitari,
di campane a festa
mentre le stelle avanzano
e il canto dell’usignolo
disegna arabeschi di seta
nella sera.

Stupita guardai il silenzio
scendermi dentro.

E me ne abbeverai.

Un’anfora d’ombre

Stasera, Madre, in questa sera
dorata di luna, io scopro
dentro il cuore del vento
la voce del mio sospiro.

Oh, se Tu fossi qui,
madre di carne soltanto,
nei miei occhi imbevuti di stelle
diventerei un assolo
nella sinfonia del mondo.

Dolce Aghìa Maria,
squisito impasto di luce
nel mare immenso della memoria,
nei colori profondi delle colline
nella musica calda del sole
sulle rocce bianche.

Nel silenzio denso di richiami
di raffinata bellezza
che trasforma la vita in un’anfora
d’ombre colme di cielo.

Nel mare di significati così ricco
di tonalità lievi
e incalzanti, trasparenti
dove le strade non giungono
né le voci. Una superficie
smaltata di sogni e di respiri
come la marea. Senza contorni
sulla grigia ragnatela della via.

E’ come se il cuore
al colmo della notte
si fosse inginocchiato nella solitudine.

A ridire le ultime sillabe
di un’antica salmodia?

(da: Cristalli di mare, Ibiskos Editrice Risolo)

Scrivere nel tempo della storia. Scrivere oltre il tempo

Rosa Elisa Giangoia

Lo spazio, come il tempo ed il moto, sono un insieme di convenzioni ovvero di teorie, niente altro che reti mentali gettate sul mondo esterno per cercare di capirlo, quindi nulla di reale in senso assoluto, ma qualcosa di grande importanza a livello psicologico e rappresentativo. Per noi l’evolvere del tempo è la storia, in senso universale, in cui io come persona e quindi come autore, mi situo. Come persona il mio essere nel tempo è determinante per la percezione del mio io e per il relazionarmi con gli altri. Come scrittore ho la consapevolezza che l’opera letteraria entra in relazione con il tempo secondo una molteplicità di aspetti. Innanzitutto l’opera letteraria, in particolare la poesia, è stata l’attività umana che ha fatto uscire l’uomo dall’indeterminatezza della preistoria per dare inizio al tempo della storia. Bisogna poi considerare che ogni opera letteraria viene creata in un tempo biografico dell’autore che può essere molto breve (ad esempio, una poesia di Ungaretti, M’illumino d’immenso o Soldati) o anche di lunga durata, come I Promessi Sposi del Manzoni o La recherche di Proust. Per questo possiamo dire che il tempo della creazione letteraria, può essere puntuativo o durativo. Possiamo quindi parlare di tempi della realtà, che riguardano l’attività dell’autore e del lettore, in quanto persone empiriche, entrambi situati nel tempo, e di tempi della finzione, che riguardano l’attività immaginaria dell’autore. Esiste quindi un tempo dell’ideazione e della composizione dell’opera e un tempo della fruizione. Al tempo dell’ideazione e della composizione si relazionano gli aspetti storici e biografici che riguardano l’autore, mentre al tempo di fruizione si rapporta il concetto di fortuna con il conseguente determinarsi dell’attributo di classico ad un’opera. L’opera letteraria infatti si produce in un momento del tempo, per essere poi consegnata al tempo e rivivere attraverso il riuso ad opera dei lettori nel tempo. L’opera letteraria vive della sua capacità di dialogo nel tempo, nello stabilire fili di relazioni con il passato e il futuro. Così tutto diventa vicino, contemporaneo nella percezione e nella consonanza del sentire. Per tutto questo, però, alle opere letterarie bisogna dedicare del tempo, ritagliando spazi di tempo all’interno della nostra vita, altrimenti le escludiamo e le tagliamo fuori dalla nostra esistenza. L’opera letteraria però si basa sulla finzione, con uno stretto legame tra finzione e tempo. In relazione ai tempi della finzione vanno considerati il tempo della scrittura (relativo al narratore), il tempo dell’avventura (relativo ai personaggi) e il tempo della lettura, relativo al narratario, cioè al destinatario del narratore. Vi sono poi delle relazioni che è possibile istituire tra tali tempi e quelli corrispondenti della realtà: in particolare è il tempo in cui si collocano i lettori reali la variabile più significativa nell’ambito di tali relazioni. Questa complessa stratificazione di tempi contribuisce a dare una dimensione storica all’intera comunicazione letteraria. Ma l’opera letteraria può appropriarsi del tempo, includendolo in sé. Anche questo può avvenire in modi e forme diverse, in quanto il tempo non è una categoria narrativa omogenea. Il tempo della scrittura, in quanto punto di riferimento temporale in base al quale gli eventi si collocano, è presente in ogni opera, anche in quelle in cui il narratore ha il minimo rilievo strutturale. Tuttavia è nelle opere con narratore palese e ben rilevato che il tempo della scrittura può assumere particolare consistenza sino a diventare un vero e proprio tema. Di particolare interesse risultano le opere con narratore interno, perché in esse il tempo della scrittura (relativo all’io-narrante) risulta fortemente omogeneo con quello dell’avventura (relativo all’io-narrato). Spesso il narratore dice quando ha scritto il proprio racconto, ma solo raramente precisa quanto tempo ha impiegato in questa attività. Solo in questo secondo caso il problema della durata della scrittura risulta strutturalmente rilevante. Ma diviene di fondamentale importanza nell’economia di un racconto quando nel corso della stesura delle memorie o del semplice racconto il narratore subisce una modificazione. Ci sono casi in cui la durata della scrittura interferisce con la durata dell’avventura, sovrapponendosi e intersecandosi con essa, ad esempio nella Coscienza di Zeno di Italo Svevo. Il tempo dell’avventura si definisce in relazione al tempo della scrittura: gli eventi della storia si possono collocare nel passato, nel presente o nel futuro del narratore (in rapporto, cioè, di anteriorità, contemporaneità, posteriorità rispetto alla narrazione). Il primo caso è in assoluto il più frequente: persino i racconti di fantascienza che si collocano nel futuro dell’autore generalmente sono situati nel passato del narratore. Questo fatto contribuisce a creare l’effetto di realtà. Ci sono però anche casi di racconti che collocano gli eventi nel presente del narratore, caso in cui la convenzione impone di solito che il lettore non si domandi come il narratore possa registrare ciò che narra, o nel futuro del narratore. Il tempo della lettura è quello che ha il minor rilievo strutturale, proprio perché connesso al narratario, che è una figura generalmente presentata in termini vaghi e generici, se non assente. Caso particolare è quello di Tristam Shandy in cui il tempo della lettura assume un rilievo significativo e paradossale, allo scopo di produrre effetti umoristici e di svelare gli arbìtri della finzione romanzesca. Di notevole interesse è la questione della rielaborazione dell’ordine degli eventi, in quanto, rifacendo la fabula secondo un intreccio, il narratore può creare molteplici effetti, il che nel romanzo novecentesco ha assunto non solo un rilievo tecnico, ma addirittura filosofico. Infatti una nuova concezione fortemente soggettiva del tempo (ai limiti dell’acronia) prende il posto di quella tradizionale, tendenzialmente oggettiva. La percezione soggettiva della durata, la dissoluzione dell’ordine lineare degli eventi, la compresenza di tutti i momenti dell’esperienza nella coscienza del narratore sono gli elementi che più vistosamente segnano i romanzi novecenteschi, come Uomo senza qualità, La coscienza di Zeno e la Recherche di Proust, tramite i procedimenti dell’acronia e dell’anacronia, nonché quelli dell’analessi o flash-back e della prolessi o anticipazione, già ben noti ed utilizzati in epoca classica, soprattutto nell’epica, con effetti sovente di grande efficacia dovuti anche allo sfondamento del muro del naturalismo. Il tempo ha rilevanza anche in rapporto alla durata degli eventi. Infatti l’atto del narrare è necessariamente un’operazione selettiva: il narratore non può raccontare tutto e perciò si avvale sovente di ellissi o riassunti, cioè di forme di accelerazione del racconto. (Emblematica può essere considerata “E la sventurata rispose” con cui il Manzoni nei Promessi Sposi condensa quella che nel Fermo e Lucia era stata la narrazione di una lunga vicenda). Ma talora capita il contrario, in quanto il narratore può decidere di dedicare ampio spazio a eventi di breve durata, mettendo in atto quindi un procedimento di analisi, o addirittura di commentare o descrivere mentre la storia rimane ferma, nel qual caso abbiamo una pausa, che determina un rallentamento del racconto. Possiamo però anche avere una scena, se il narratore, per esporre gli eventi o i dialoghi, impiega circa lo stesso tempo che essi prendono nella realtà, pur nella consapevolezza della convenzionalità di questi calcoli. Il tempo è in definitiva un aspetto estremamente plasmabile da parte dell’autore nella creazione del suo testo, un elemento strutturante il testo. Ma ogni autore scrive nel tempo, avvalendosi della duttilità dell’aspetto tempo, per modellare la sua opera letteraria per un fine, connesso con il tempo, cioè nella prospettiva che la sua opera duri nel tempo e con la durata vinca il tempo, in quel sogno classico e foscoliano, dell’immortalità terrena dovuta alla fama letteraria. Ma rimaniamo sempre nell’ambito della finzione e dell’illusione, eludendo il nocciolo della questione. Ogni autore infatti si pone però di fronte ad un interrogativo a cui in modo conscio o inconscio, palese o occulto dà una sua risposta. Il tempo soggettivo della vita dell’uomo, reale o personaggio, è finito con il punto fermo della morte, come limite ontologico dell’esistenza, o lì si determina un passaggio verso un futuro infinito? Nessuna opera letteraria può evitare questa domanda e la risposta è quella che ne fornisce il senso.

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