Bruno Rombi

Sabato 2 aprile Bruno ROMBI ha presentato il volume di poesie di Isa Morando Duemiladieci e dintorni (Città del Silenzio edizioni, Novi Ligure 2011)

Presentazione di Bruno Rombi

Luigi Cavagnaro, prefatore del volumetto di poesie di Isa Morando Duemiladieci e dintorni ( Città del silenzio edizioni), in una pagine eloquente così scrive: Fra la montagna della Realtà brulla, sassosa, ma punteggiata qua e là di verdi brillanti e sorprendenti e quella che si staglia in lontananza, la montagna del Sogno dalle pendici dolci e selvagge, si apre una terra di mezzo che unisce le due cime poste ai confini estremi del territorio poetico di Isa Morando; un paesaggio immerso in una luce settembrina poco prima del crepuscolo, nitida come la realtà surreale come il sogno. Una terra di mezzo popolata di tanti esseri umani che la abitano e che prendono forma nei “tu” a cui montalianamente si rivolge la Morando, istituendo con loro un dialogo continuo, volto a ricordare, tessere, condividere, riflettere, tenere in vita. É il territorio degli affetti teneri e forti, discreti e tenaci, all’interno del quale si muove e si riconosce la poetessa. Gli interlocutori privilegiati sono distinguibili in due gruppi: quello che fa riferimento agli affetti familiari e quello degli amici. Il primo traccia una linea di continuità fra passato a presente, fra la figura del padre, patriarca antico e saggio e quella dei nipoti, il folletto e il cibernauta. Il protagonista della bellissima Mio padre, ricordato sia pure indirettamente in Solo un passo…, incarna il principio di realtà, è il “grande vecchio” che ha insegnato l’arte del comunicare, dello stringere legami di amicizia, del vivere e del morire; i due fanciulli, invece, abitano lo spazio del sogno e del sentimento, capaci di bei motti sconcertanti o di silenzi interrogativi che aprono improvvisi sguardi sull’altrove o sul profondo.
Se leggiamo le date apposte in calce ad ogni composizione scopriamo che il lasso di tempo che possiamo definire dei dintorni è così breve da consentirci di affermare che la Morando s’è rivelata all’improvviso poeta forse perché, riflettendo sul suo presente, ha scoperto che nei frammenti di passato che tornano prepotentemente alla memoria la molla determinante è il suo amore per la poesia. Poesia che, curata negli anni di insegnamento, ha piantato così profonde radici nella sua anima da destare in lei una vocazione tenuta celata dal pudore di una vita tutta dedicata alla famiglia, alla scuola e agli amici.
La metafora che qui ci convoca è quella di un salotto con caminetto intorno al quale raccogliere un gruppo di persone (familiari, allievi e amici) da riscaldare al fuoco di un ciocco tenuto sotto cenere per anni e che, a un certo punto, si fa fiamma che illumina e trasmette calore, quel magico calore che è il senso della beatitudine serena di chi ha bene vissuto, la gioia intima di chi ha avuto dalla vita il compenso per le proprie fatiche e la soddisfazione di vedere i propri sogni realizzati nella misura in cui la vita concede (si parva licet) a ognuno la sua parte.
Grata per quanto le è stato donato dalla vita, la Morando può, davanti a quel caminetto ideale attorno al quale ha radunato le persone a lei più care, confrontarsi, nel tempo di poco più di un anno, confrontarsi, non con il passato—che pure si riassume nella rievocazione—ma con persone e fatti che costituiscono alcuni dei paradigmi esistenziali ( i ricordi del proprio lavoro di insegnante, l’amore per i classici greci e latini, i sentimenti di moglie, madre, nonna e amica di colleghi, allievi, artisti) di quanti, insomma, possano averle dato, anche per un solo momento, la gioia di una presa di coscienza, di una riflessione, di una lacrima, di un sorriso.
La poesia diventa così la vita, e la vita è in quella poesia assaporata giorno dopo giorno, vivendo. Poesia che, coltivata con estrema pudicizia, è esplosa improvvisamente come un atto di follia che vuole essere compreso e, in qualche modo, perdonato.
È una follia, negli anni declinanti,/ rinnovare le ansie del passato,/ il tumulto del cuore e della mente/ che ha scandito i percorsi della scuola.
E subito balza agli occhi il termine declinanti (Angelo Marchese lo chiamarebbe determinante) del primo verso per la pregnanza semantica che in sé racchiude. Sono anni che, mentre scorrono uno dietro l’altro, una rassegna li declina, ossia li interpreta giustamente per tutto ciò che in sé racchiudono e che la poeta Morando chiama in causa, elencandone il senso: le ansie del passato, il tumulto del cuore e della mente, i percorsi della scuola, l’attesa del giudizio scolastico, i rovelli di fosche previsioni, con tutto ciò che l’insieme di questi simboli può richiamare alla memoria di chi ha vissuto e vuole confrontarsi con il montaliano “inganno delle cose”. Con il “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” richiamandosi al kairòs-l’occasione inaspettata- che riassume e conclude una vicenda di fatiche, ma anche di traguardi.
E di emozioni: Tutto è nato così: si inaugurava/ la mia fase di vita alternativa,/ un accorto equilibrio delle forze, /
doveri quotidiani ed evasione./ Aspettavo conferme dai maestri/ della mia giovinezza e con stupore/ avvertivo autorevoli presenze/ che mi offrivano il dono dell’assenso,/ e il sostegno di frasi illuminanti. /Venivano da sé, non le cercavo./ Ed io le interpretavo come un segno./ Era l’Amor che spira o, più modesto,/ il desiderio forte di spiegarmi,/ agli altri ed a me stessa, per un nuovo/ rapporto di amicizia, o comprensione?

Amicizia e comprensione: due termini che riassumono un mondo di idee e che ritornano continuamente come due elementi su cui la sua esistenza si fonda: un dono (l’amicizia) e un dovere (lo sforzo di comprendere se stessa e gli altri).
Dopo la confessione la Morando cataloga in quattro sezioni il rapporto poetico delle sue meditazioni: Arte-Amicizia-Riflessioni-Lettere familiari- In cauda un inventario espresso in Solo un passo.
La prima scoperta artistica antecedente al 2010—ossia in uno dei dintorni temporali—giunge all’animo col ritmo geometrico della finestra di fronte (tale è il titolo della lirica) da cui la poeta coglie un semicerchio di vetro-subito identificato come finestra-che da semicerchio si trasforma in rettangolo di luce, poi in vetrina:
Geometrie che s’incontrano/ danzano rapide, fra fitti aghi di pioggia/ folgorati dai lampioni./ Dall’alto, l’occhio le segue, divertito. (p.21)
Lo spettacolo, espressionistico di primo achito, assume poi le caratteristiche tipiche del realismo lirico nei versi che seguono: Due figure gentili/ percorrono lo spazio luminoso,/ tra sagome eleganti/ di colori e di blu…
Due figure gentili (le ceramiste conosciute nel loro atelier durante la visita che avviene a passi lenti ( Ci muoviamo piano/ fra stanze, case, piazze…
con quel che segue). E da qui la fantasia può proseguire per la tangente fino a orizzonti lontani non senza domandarsi il perché di quel verso…di colori e di blu.. come se il blu non fosse un colore, e rispondendosi che in quella figura rettorica forse è racchiuso il cielo.
Ma il richiamo dell’arte è ancora presente in Pietre per un debito riconoscimento a un oscuro scultore che con la pazienza tipica dei bambini che costruiscono castelli di sabbia sulle spiagge, ha saputo, ritoccandole a tratti, animare una scogliere con ipotetiche figure, quelle fantastiche figure di pietra che hanno acceso la fantasia di una signora garbata, falso accento torinese (…usa ancora il “pardon” di tradizione/ che si scusa per il rituale antico/ del pediluvio rigeneratore/ nella pozzetta azzurra negli scogli.).
Il ricordo di quel passaggio a Borgio Verezzi nel luglio 2010 si amplia e prosegue fino a notte:
È la notte dei fuochi, della festa./Scoppiettare di voci e di colori./ Le sagome di pietra illuminate/ ricordano le guglie delle chiese, / il gotico proteso verso il cielo,/ la materia che evapora in preghiera (dove si avverte il senso divino della Creazione) e si chiude con un ulteriore richiamo alla pozzetta che l’attende, azzurra, tra gli scogli noti.
Il trittico si chiude con il ricordo della casa del ‘700 di Murazzano, nell’Alta Langa, vicino a Dogliani: una casa frequentata da artisti, piena di oggetti, che rivive in un’atmosfera idilliaca tra il richiamo di un’estate in declino e memorie sommesse.
E tale atmosfera si popola di voci di stagioni diverse con gli oggetti come simboli del tempo che passa.
S’apre la porta della casa antica./Voce di flauto tenera avvolgente/ ci guida tra inattese meraviglie:/ storie piccole e grandi di un passato/ che si racconta negli oggetti amati,/ scandisce spazi, evoca presenze/ che sfumano in incontri senza tempo.
In tale sintesi della storia del palazzo è molto efficace l’estensione all’infinito delle memorie senza data. Ma l’Autrice, subito dopo, dice: Il nostro tempo corre via veloce…È il panta rei che rievoca una memoria d’infinito, memoria lasciataci da un grande poeta il cui richiamo è chiaro nell’ultimo verso: Anche per noi è dolce naufragare.
Seguono le sette liriche della sezione Amicizia che costituiscono una sorta di plurima convocazione ad una ideale agape che si apre con il richiamo di un amico caro a molti di noi, Angelo Marchese, la cui intelligenza della letteratura si accompagnava ad una bontà d’animo degna d’un poeta. Ed Angelo poteva definirsi poeta, non solo perché scriveva poesie, ma principalmente per la sua capacità, del tutto singolare, di accostarsi ai versi altrui con quel rispetto e quella competenza che sono caratteristiche dei veri grandi interpreti dell’arte con l’A maiuscola. E con quella sua ironia discreta e sorridente ben sottolineata dalla Morando in Convegno di Maggio dove si legge, fra l’altro: Vieusseux. Palazzo Strozzi. La Cultura./La sede è certo degna dei più grandi./ Ma tu sei tra i ragazzi che hai lasciato…E più avanti: È di te che si parla. I relatori/ seri, compunti, come si conviene./ Ma la scena è diversa, ed altro vuole.
E, in chiusa: “A domani, ragazzi, devo andare”./ “Arrivederci, prof., noi l’aspettiamo”./ Nel congedo/ un soffio lieve di malinconia. La lievità della chiusa è avvertibile in soffio che è lieve ed è della malinconia, sentimento per natura già lieve. L’insieme per esprimere il massimo grado del sentimento
Segue Voce nell’ombra dedicata a Mario Cordova, ex-alunno di Angelo e della Morando, oggi uno dei migliori doppiatori a livello nazionale, il quale, con la sua “voce nell’ombra” calda, profonda, intensa, ha reso vivo e commovente a Firenze il ricordo del maestro. Ma la Morando, oltre alla sua voce, ne elogia l’estrema modestia e la dedizione all’insegnamento, come a volergli dare atto di aver raccolto il testimone affidatogli
Una pausa. Il tono che risale./ Dici che affronti, ora, un nuovo impegno:/ la tua arte, insegnarla, ti appassiona./ Per chi ti ebbe alunno è una carezza./ La memoria ritorna e rifiorisce/ nello sfumare, dolce, del tramonto./ Il testimone è stato concegnato./ Altri lo porteranno, ad altre mete.// E in un minuendo, come di musica, la Morando conclude: Formule di congedo, tenerezza./ La voce che si perde, lunga eco./ “Voce nell’ombra”. Questa. Solo tua.
All’agape è convocato anche Guido Ferravoux, l’insegnante di matematica, che coniugava i numeri e le formule algebriche con le note musicali del gruppo corale-musicale che dirigeva, il quale non ha accudito a mantenere la promessa fatta alla nostra autrice, di una collaborazione musicale su un testo da cui ricavare un’operetta.
Il forte richiamo è racchiuso nei versi:”Guido, ti aspetto, non dimenticare./ Il progetto va avanti, non è un sogno…/Ma senza te, lo sai, siamo perduti”/ Mi fai cenno di sì, tenti un sorriso..
Bella la lievità di questi versi nei quali il lettore può tranquillamente avvertire una promessa in vita come un dialogo post discessum perché poi i versi attingono a una temperie onirica, se non addirittura surreale: Il mesto lungo applauso del congedo./ Chiudo gli occhi: rivedo le tue braccia/ protese verso l’alto, il gesto noto./ “Il concerto è finito”./ Ti volti, sorridente, a ringraziare.
Ed è sorprendente il verso conclusivo, che non allontana Guido dalla scena: Ma il tuo concerto, Guido, è senza fine. Anche perché la lirica che segue, Luci della ribalta, proietta il nostro personaggio sulla scena di un’attualità senza fine, appunto: L’avevamo sognato, tutti e due,/ e scherzavamo per esorcizzare/ la paura che il tempo ci tradisse./ La maschera che ride si è mutata/ nel suo contrario, il volto del dolore./ Ma continuo a sognare, a nome tuo,/ le chiamate al proscenio:/ “Ecco gli autori,/ del testo e della musica”./ Ci presentiamo insieme alla ribalta…Con la chiusa: La mia speranza è certo più ambiziosa:/ continuare a sognare, per me vale/ saperti ancora vivo, tra di noi. Con Festa di compleanno ci si avvia verso le atmosfere familiari. L’occasione induce ad un’ampia riflessione sull’esistenza. Sullo sfondo la piazzetta di Borgio Verezzi, la musica dei cantautori della gloriosa scuola genovese (Paoli, De André, Lauzi) e la creûza che riporta a casa, a festa conclusa.
L’occasione: l’anziano festeggiato/…../ lui è, da sempre, l’affabulatore./…./Si parva licet, penso ad uno stralcio/ di antica cortesia:/ il re della serata detta i temi,/ ne stabilisce il ritmo e la durata./…./ La vecchia creûsa che ci porta a casa/ (guardinghi, sull’impervio acciottolato)/ s’apre improvvisa: in alto, la collina/ fiorita delle luci dell’estare./ “A thing of beauty is a joy forever”:/ se è vero, la conferma in questa notte/ retorica e scontata, ma perfetta… mentre la mente rievoca il passato e si pone inquietanti interrogativi sul senso attribuito all’esistenza nel dubbio di essersi affaticati invano per raggiungere mete impossibili. Ma la coscienza risponde serena.
Si riannoda la diaspora degli anni,/ il cammino finisce e ci rivela (magia di quella passeggiata)/ che nulla era per caso./ La verità, paziente, ci ha aspettato./ Un dono riconoscerla:/ è il pulsare improvviso di un bagliore/ che ci illumina il cielo, non più buio.
Quel bagliore, donde proviene? Sicuramente dal profondo dell’anima, paga di quanto ha avuto dalla vita.
Con Feria d’Agosto il richiamo è duplice: all’amica Carla, nell’atmosfera di un agosto infuocato a Torino, e l’emergente figura, in ombra, di Cesare Pavese.
Incombe, su tutto, una cappa di solitudine che è anche il male responsabile-forse- della morte dello scrittore.
E la parola inutile si perde/ nella preghiera estrema di una voce/ che irrida la ragione e trovi il varco,/ lo strappo nella rete (chiaro il richiamo montaliano)/ che sconvolge il sistema e lo travolge/ nell’onda dei perché, del vizio assurdo/ di continuare a vivere—e aspettare./ Forse—ancora—sperare.// Lontana estate del sessantadue (il tempo codifica il richiamo nei simboli del ricordo): la terrazza sul mare, il vento caldo/ che affatica il respiro…./Sto leggendo. “Pavese, vero? Anch’io/ lo amo tanto, è delle mie colline”.
La fantasia si scatena nel momento in cui la Morando alza gli occhi e ritorna col pensiero all’enigma di un innominato. La figura amica di Carla si staglia sullo scenario del tempo illuminata dalla scintilla delle affinità elettive. Poi la rievocazione di un rito consumato insieme (il viaggio a Santo Stefano Balbo), il vecchio Nuto, e la rievocazione malinconica di quell’altro tragico rito dettato dalla solitudine, il 28 agosto 1950: la morte dello scrittore, le congetture su quel gesto ( un amore deluso, la stanchezza esistenziale?)
Ci congediamo con malinconia./ Riprendiamo la strada verso casa/ nell’abbraccio struggente delle Langhe./ Non parliamo: le voci del silenzio/ ci raccontano il mito di una vita/ che sempre muore e sempre poi rinasce/ dal grembo della terra…// Ci aspetta, a casa, il rito familiare,/ la pacata atmosfera della cena,/ la tenerezza di parole antiche,/ il fitto conversare a bassa voce,/ prima del sonno. Prima di domani.
Nitida la distinzioine tra il mito di cui spesso ci alimentiamo e il rito quotidiano a cui siamo soggetti.
In Agli amici fiorentini il discorso si fa più allusivo, a partire dal richiamo catulliano ai dolci convegni amicali con un saluto che qui vale un addio all’amico Angelo, per rendere omaggio al quale, nel decennale della sua scomparsa, gli amici si sono dati un doppio appuntamento, a Genova e a Firenze, dove il grande studioso della Letteratura Italiana, e di Montale in particolare, ha esercitato il suo magistero.
Fu giusto un anno fa: raccoglievamo/ testimonianze sul comune amico,/ tardivo omaggio di riconoscenza/ dalla città che gli era stata avara./ E scopriva il dolore di un’assenza/ durata alungo e ormai senza ritorno…
Non senza difficoltà il doppio appuntamento ha avuto luogo e anche se—come dice la Morando—Il tempo corre e le diverse strade/ ci riportano all’ordine di sempre,/ ai ruoli che la vita ci ha assegnato… afferma anche: Ma qualcosa è accaduto ed è per sempre…per concludere con l’estrema semmplicità dei suoi versi (metafore estenuate) riaffermando il patto di amicizia stretto insieme. E il nostro impegno a non dimenticare.
La sezione intitolata Riflessioni si apre con un ricordo degli Anni Settanta prendendo spunto dalla rubrica Buongiorno di Massimo Gramellini su “La Stampa” del 15/8/2010. La Morando rievoca la figura di una allieva, Valeria, che la riporta al senso degli eventi originati dalla proteste dei giovani che chiedevano un mutamento della realtà politico-sociale.
C’eri anche tu fra loro, come loro?/ Mi addolora il pensiero che qualcuno/ se ne sia andato con la noistalgia/ di risposte mancate o frettolose,/ il desiderio di comunicare/ soffocato nel ritmo quotidiano/ di doveri e scadenze programmate.,,,Sullo scenario della memoria gli scioperi, i cortei, le frasi urlate contro i padroni, e i servi dei padroni,/ Contro il sistema, contro l’oppressione,/ le ingiustizie sociali, i falsi miti/ di un’ipocrita sete di potere./ Le ricordo, le rivendicazioni/ di libertà totale nell’amore….con quel che segue in cui la poetessa traccia un inventario di ciò che era nelle intenzioni di chi voleva un mondo migliore ( i giovani specialmente) e di ciò che abbiamo avuto.
La lirica si conclude con un accorato augurio che suona, in qualche modo come insoddisfazione dei risultati: Non so dirti parole di saggezza./ Ma dalle tue macerie, forse, un giorno,/ ti giungerà il messaggio inaspettato,/ a sciogliere il groviglio dei rimorsi./ E la memoria si farà indulgente./Le tue “barbare estati” torneranno,/ ma la ferita non farà più male./ È il mio augurio, Valeria, il mio saluto:/ addio, mia cara alunna sconosciuta.
In “Buoni e cattivi”: Simonide di Ceo la Morando riporta alla nostra memoria il nome di un poeta, vissuto nell’isola di Ceo tra il 556 e il 468 a.C., appartenente all’orbita jonica, illuminato dalla storia. La sua vita fu un continuo movimento: ad Atene, alla corte del tiranno Ipparco, poi a quella degli Scopadi e degli Alevadi nelle città tessaliche di Crannone e di Larissa, guadagnandosi da vivere con lodi ai principi. Nel 489 era in Sicilia, ad Agrigento, a Siracusa presso il tiranno Jerone, e di lì nella Magna Grecia (Reggio e Crotone) poi ancora ad Atene, Sparta, Corinto e, nel 476, ancora in Sicilia. Conosceva Anacreonte, Eschilo e il suo rivale Pindaro. Non bello, ma simpatico, conquistò ovunque un grande pubblico con i suoi inni, poemi, ditirambi, encomi, epinici. Visse una bella vita grazie ai suoi canti, dal viso argentato secondo Pindaro, ma di certo graffianti. Per Platone era un connubio ideale di poeta e pensatore; Senofonte e Aristofane lo citavano ripetutamente e Orazio lo tradusse e lo imitò.
Di un suo thrénos abbiamo questo frammento: Poiché sei uomo, non dir mai ciò che accadrà domani/ né, vedendo uno felice, quanto a lungo/ egli sarà tale perché più veloce/ che il batter d’ali d’una mosca/ è il mutamento delle umane cose.
In un altro frammento, senza slanci idealistici di domanda: Senza il piacere/ qual vita, qual signoria/ è desiderabile?/ Senza di esso, neppure l’eterna esistenza degli dei/ è degna di invidia.
La Morando bene lo descrive, cogliendone i tratti salienti della personalità:
“L’uomo non può non essere cattivo”./ Simonide di Ceo: nel sesto secolo/ prima di Cristo./ È facile esser buoni se gli eventi/ ti cullano in un mare senza vento./ Sei felice, appagato: quindi buono./ Onde improvvise squassano la nave,/ si leva la tempesta che sovverte/ la tua vita e la getta nell’abisso/ della pena di esistere. Sconfitta/ senza rimedio./ E tu non puoi non essere cattivo.
Di In margine a due convegnifanno parte due liriche: L’Accademia e la vita e Il Pittore e l’Amica. Nella prima la Morando rievoca un incontro in pompa magna ma vuoto di contenuti, e un altro incontro semplice, ma interessante: Concomitanza certo singolare./ Si potrebbe pensare a una partita:/ letteratura e Arte dei Tarocchi./ L’impegno della prima si segnala/ nell’Aula Magna, greve di barocco,/ soffocata di folla e di calura./ le relazioni grondano sapienza,/ costringono la mente ad un impervio/ percorso di attenzione e comprensione./ Mi coglie il gusto amaro del mio limite,/ il senso forte di inadeguatezza./ Ci riprovo, caparbia, il giorno dopo./ L’aula è piccola, spoglia, connotata/ da giovani poresenze, e dall’impegno/ di far parte del gioco con decoro./ Qui ritrovo il conforto di capire,/ di non sentirmi esclusa, emarginata./ L’interesse si muta in emozione:/ la relatrice chiude il suo intervento/ nel ricordo di un giovane studioso,/ che non ha retto il peso del futuro.
Nella lirica Il Pittore e l’Amica la memoria corre ad un altro convegno svoltosi al Museo del Mare, un convegno a livello internazionale molto interessante di cui ricordo qualcosa anch’io. Alla fine spunta una figura cara alla Morando che scrive:
L’Alunna-Amica attende. In lei rivivo/ l’antologia degli anni giovanili,/ le pulsioni, l’impegno, la caparbia/ volontà di torvare “il giusto mezzo”/ fra passioni e doveri./ Solitaria, difficile all’approccio,/ chiusa nei suoi pensieri, ma capace/ di improvvise aperture e tenerezze./ Un albatros, pensavo, rara avis,/ che si muove a fatica sulla terra./ La ritrovo, l’incedere di sempre,/ l’approccio, il gesto, il timbro della voce/ resi negli anni appena più sicuri.
Mi avvio a concludere entrando, con estrema delicatezza, nell’ultima sezione della plaquette Lettere familiari perché in essa avanza e si delinea un insieme di figure che suscitano simpatia e discrezione nel tratteggiarle. Intanto perché c’è la Morando nonna con la sua tenerezza e le parole semplici e calde, che proietta su uno schermo fantastico la figura del nipote Andrea che fa fiorire con i suoi passi caldi mosaici.
Leggiamo la lirica.
Fiorivano mosaici/ sulle scale di pietra/ misurate dai tuoi piedini./ Si accendevano pareti grigie,/ finestre dimenticate/ si aprivano al tuo passaggio.// Sfociavano in una grande sala/ percorsa da bagliori di luce./ “Ecco la mia scuola”—ti dicevo./ “Ah”—rispondevi indifferente./ Ma mi stringevi più forte la mano./ In silenzio/ mi offrivi il tuo dono./ Il mio sogno.Allo stesso Andrea, “cucciolo tenero e selvaggio”, la nonna così si rivolge: “Lo sai perché, tesono,/ son venuta a trovarti, a star con te?”/ “Sì che lo so”, rispondi, e guardi basso./ Poi, d’improvviso, alzi gli occhi e sorridi:/ “Così non muori più”./ Neppure il tempo/ di stringerti più forte…/ Sei già volato via verso i tuoi giochi.Allo stesso nipote, novello Peter Pan la nonna dedica la favola della vita da interpretare nel senso di una notte, e forse di un sogno: Affrontare la notte è una battaglia/ che combatti da solo contro il buio./ Ti spaventa quel mondo misterioso/ popolato di immagini e presenze/ che non sai se, per te, saranno miti./ Mi chiedi a bruciapelo se da grandi/ si diventa anche buoni./ Sei pronto per la notte, un’altra sfida./ E allora vorrei dirti che è così,/ che l’equazione è giusta, che la vita/ è un dono grande, bello, progressivo../…./ Che il sogno di stanotte ti sia lieve.
Giorgio, l’altro nipote, più adulto, che forse soffre di gelosia per il fratello più piccolo, diventa per la Morando, come dice il titolo della poesia, Il mio più grande amico: …../”Perché parli di Andrea e non di me?”/ È forse questo che volevi dire?/ Devo pensarci: è facile sbagliare/ con le risposte troppo frettolose./ E ripercorro gli anni, le emozioni/ della tua infanzia nata in promavera:/ l’albero che rinnova le sue gemme/ nel prodigio infinito della vita. / La tenerezza, la trepidazione/ di imparare di nuovo a camminare,/ riscoprire energie dimenticate/ per dedicarle a te, contraccambiare,/ giorno per giorno, come sapevamo,/ il dono grande della tua presenza/ fragile e forte, dolce e turbatrice./…./ “Il mio più grande amico”, ti dicevo./ E il suono della frase ti piaceva./ Cominciasti a ripeterla, più tardi:/ un motivo di vanto, una conquista/ riservata a te solo…
Poi si staglia sulla scena familiare la figura paterna e i versi iniziali (Padre: parola troppo impegnativa/ per ricordarti, dopo tanti anni) rimandano la memoria a un altro poeta che scriveva: Padre, se anche tu non fossi il mio…per cui, immediatamente, balza agli occhi del lettore la differenza e il ritratto che fa la Morando del genitore. Subito col suo carisma lentamente si delinea un ritratto affettuoso del “grande vecchio” che stemperava le tensioni col sorriso. Il ricordo si fa struggente quando la Morando ne ricorda la dipartita: Capisti che per te era giunta l’ora/ di dichiararti vinto. All’Avversario,/ serenamente, offristi la tua resa./ A noi offristi l’ultimo regalo/ dei tuoi ricordi, raccontati piano,/ le immagini di un tempo tanto amato,/ dei luoghi cari, ricchi di memoria./…./…./
Ci salutammo un giorno di Novembre,/ inondato di luce: lo credemmo/ un privilegio, un segno, per te solo./E ci tornò alla mente un sogno antico,/ che ridendo, ci avevi raccontato.
Per chiudere questa mia semplice lettura uno sguardo alla dichiarazione finale della Morando che medita su Thanatos, nell’ombra, quell’ombra che tutti dobbiamo attraversare per raggiungere la luce, ombra che non spaventa il poeta che ha fede nel Dopo. Così si esprime quasi alla fine di Solo un passo:…La morte: Che ne sa del mio presente, / della mia vita, lei, per tutti uguale./ O forse ancora non capisco io:/ oltre la soglia, forse, prende forma/ lo “smeriglio di vetro calpestato”, e i frammenti di luce si compongono/ nella policromia dell’infinito./ un sogno. Una domanda, quella sola:/ se la morte davvero non ci toglie/ quello che abbiamo colto dalla vita,/ il frutto vero mai riconosciuto,/ il bagliore improvviso di un tramonto,/ allora nulla ci corromperà?/ Sarà per sempre, meta senza tempo?
Con questo interrogativo siamo invitati tutti a meditare.

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