Liliana Porro Andriuoli e Rosanna Marcenaro (a destra)

Scrittori per l’Italia unita

Coordina Liliana Porro Andriuoli

Interventi:

Rosa Elisa Giangoia Il ruolo delle donne nei salotti letterari

Rosanna Marcenaro Sentimento nazionale e gusto romantico nell’Ettore Fieramosca di Massimo D’Azeglio

Goffredo D’AsteBruno Rombi Aspetti e autori della lirica risorgimentale

Letture di Nuccia Stancanelli

Interventi musicali di Angelino Satta

Mercoledì 30 marzo 2011 ore 15.30

Liceo “Andrea D’Oria” – Aula Magna
Via A. Diaz, 8 Genova

Introduzione di Liliana Porro Andriuoli

Numerose sono state nel nostro Paese le manifestazioni che si sono susseguite in questo periodo nell’ambito delle CELEBRAZIONI DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA. In queste manifestazioni ha voluto inserirsi anche la nostra Associazione, IL GATTO CERTOSINO, la quale, essendo un’associazione di carattere culturale, che rivolge “particolare attenzione alla letteratura” (come è scritto nello Statuto), ha organizzato, in un’ottica precipuamente letteraria, l’incontro di stasera, che ha per titolo, appunto, SCRITTORI PER L’ITALIA UNITA.

Visto che la serata si presenta molto densa, essendo previste 3 relazioni con ben 4 relatori, diamo subito inizio ai lavori.
La prima relazione è della prof. Rosa Elisa Giangoia, l’attivissima e instancabile Presidente dell’Associazione, l’anima del Gruppo.
Rosa Elisa Giangoia non ha certo bisogno di alcuna presentazione, dal momento che la conoscete tutti. L’argomento di cui oggi parlerà è: Il ruolo delle donne nei salotti letterari, cioè in quegli ambienti, eleganti e raffinati, a volte forse anche un po’ mondani, dove, come tutti sappiamo, le dame dell’alta società si riunivano per discutere di questioni letterarie e di arte; ma non solo di esse. Sovente le riunioni da loro condotte per l’attualità degli argomenti trattati e per il vigore intellettuale delle organizzatrici, coinvolsero le personalità di maggiore spicco del momento.
Durante il periodo del nostro Risorgimento, poi, come del resto in altri particolari periodi storici, tali salotti acquistarono anche una fisionomia politica, divenendo dei veri e propri luoghi di formazione e di circolazione delle nuove idee. Ma ascoltiamo cosa ci dirà la nostra relatrice.

Il ruolo delle donne nei salotti letterari risorgimentali
Rosa Elisa Giangoia

Naturalmente furono i salons francesi a costituire il modello per gli altri salotti europei e già in Francia ad animarli erano soprattutto donne, da Sophie de Condorçet a Suzanne Necker a sua figlia M.me de Staël, tutte decisamente antinapoleoniche. C’erano anche i salotti legittimisti, di cui figura di spicco fu la contessa d’Albany, almeno per il periodo in cui visse a Parigi. Si tratta di donne che supplivano all’impossibilità di avere un ruolo pubblico e istituzionale con questo loro protagonismo in privato che finiva per avere una grande influenza sulla sfera pubblica e politica. Questa moda francese dei salotti si estende in Germania e in Belgio, ma soprattutto in Italia, dove questi luoghi di elaborazione culturale, sempre imperniati su una figura femminile, finiscono per sostituirsi alle più tradizionali accademie, tanto che possiamo dire che in quest’ambito le donne hanno avuto la funzione di traghettare la cultura verso il nuovo, cioè di farla passare dall’accademico e dal retorico all’interesse per l’attualità e all’impegno politico.
Questo carattere dei salotti in Italia comincia già a manifestarsi alla fine del Settecento, quando essi diventano punti d’incontro dell’intellighenzia e manifestano forme di opposizione alla Corte Asburgica. A Milano inizialmente è la dama genovese Clelia Del Grillo, moglie del conte Borromeo a fomentare nel suo salotto una tenace opposizione a Maria Teresa. Dissidenza politica che si manifesta anche nel salotto della marchesa Paola Castiglione, in Casa d’Adda e in Casa Imbonati, oltre che nel salotto della duchessa Maria Vittoria Serbelloni. Quasi esclusivamente letterari sono invece i salotti di Luigia Pallavicini e di Antonietta Fagnani Arese a Milano e di Isabella Teotochi Albrizzi a Venezia, tutte rese celebri dal Foscolo, e di Teresa Carniani Malvezzi, a Bologna, frequentato dal Leopardi.
Quindi, salotti impegnati e salotti frivoli, quest’ultimi dileggiati dal Parini ne Il Giorno.
Nei salotti impegnati è centrale la presenza animatrice di donne di elevata cultura e di grande fede politica: in molti casi si tratta di madri, sorelle o spose di patrioti, o di altre donne ad esse unite dagli stessi entusiasmi, nei cui salotti si svolge un’intensa propaganda o attività patriottica, appassionata ed entusiastica, sostenuta da ideali mirati al raggiungimento di un nuovo assetto politico.
Fin dalla vigilia dei primi grandi eventi risorgimentali, gli ambienti di questi salotti, pur presentando caratteristiche diverse in ragione del frazionamento politico dell’Italia e dei vari tipi di governo, mostrano alcuni inconfondibili caratteri comuni: sono i salotti che potremmo definire “all’italiana”, proprio per il loro particolare smalto risorgimentale.
Ne abbiamo esempi famosi anche in situazioni politiche retrive, come nel Regno delle Due Sicilie, con il salotto di Lucia De Tomasis a Napoli. Formatasi nell’ambiente della casa paterna, culturalmente aperto e impegnato in un’attività politica di stampo liberale, la De Tomasis coltivò per tutta la vita la consuetudine delle riunioni, nel suo salotto, con gli intellettuali di più chiara fama, da Carlo Troya a Poerio, da Settembrini a Spaventa.
Di più marcata attività politica di carattere progressista sono i salotti negli stati soggetti più o meno direttamente all’Austria, a cominciare da quello di Caterina Dolfin Tron che, a Venezia è considerato un salotto “politico” da tenere d’occhio da parte della polizia. Con gli stessi intenti e nello stesso clima a Milano operano i salotti di Carlo e Mariquita D’Adda, di Carmelina Fè, moglie di Luciano Manara, che continuerà quest’attività anche dopo la morte del marito, di Teresa Kramer Barra, il cui nome ricorre più sovente nelle carte segrete della polizia che nelle cronache mondane.
Salotti retrivi e legittimisti hanno invece una certa diffusione in Piemonte, dove, nonostante l’influenza francese, spesso proprio per reazione permane forte il legame con l’ambiente sabaudo. Nei salotti aristocratici delle dame di Arvillars, di Cortens e di Robilant predomina spesso un carattere conservatore, con ostilità alle idee liberali di Cavour. Ci sono però anche dame più aperte, come Giulia di Rosà, ad esempio, che sostiene la politica cavouriana sin dai suoi inizi e che spesso ospita nel suo palazzo la sua più celebre sorella, la principessa di Belgioioso, per farla incontrare con gli uomini del liberalismo piemontese (Cavour, Lamarmora).
A Torino ci sono poi i salotti della marchesa Costanza Alfieri e della baronessa Olimpia Rossi Savio, che, pur avendo in comune con i salotti conservatori l’austerità dell’ambiente, se ne distinguono per l’apertura politica liberale. Nella sua bella villa sulla collina torinese, infatti, la Savio accoglie, insieme a letterati e artisti, anche liberali e cospiratori insofferenti delle incertezze e delle tergiversazioni della corte sabauda, tra i quali vi sono anche esuli di altri stati italiani. Ci rimane un prezioso documento dell’attività di questo salotto nel diario della baronessa, in cui sono annotati fatti ed episodi, nonché notizie biografiche dei frequentatori; di lei ci resta inoltre una romantica immagine nel canto Mother and poet che Elizabeth Barret Browing le dedicò quando fu colpita dalla perdita quasi simultanea dei due figli, morti nella prima guerra d’indipendenza.
Ci sono ancora altri salotti a Torino, di carattere foco fastoso e per nulla mondano, come quello di Adelaide Plezza, di Bianca Rebizzo e soprattutto di Giulia Barolo, affiancata da Silvio Pellico, tutti molto vicini ai Savoia e con particolari interessi per la filantropia e l’attività di cristiana assistenza ai poveri.
Dal 1852 a Torino c’è anche il salotto di Giuditta Bellerio Sidoli, collaboratrice ed amante di Mazzini negli anni dell’esilio di Marsiglia. Ha un carattere spiccatamente politico ed è frequentato dalle maggiori personalità del Risorgimento, che contribuiscono a preparare il terreno per la seconda guerra d’indipendenza.
E’ a Milano dove ci sono salotti a cui donne colte e coraggiose danno un carattere arditamente liberale e patriottico. Tra questi, il salotto di Bianca Milesi, che poi sposò Charles Mojon . Donna vivace, dalla vita movimentata, dapprima sostenitrice delle idee rivoluzionarie francesi, da cui si allontana durante il periodo napoleonico, per diventare aperta oppositrice del regime instaurato dagli Austriaci nel Lombardo Veneto, ragion per cui è oggetto di persecuzioni che subisce con animo impavido. Il suo salotto è frequentato inizialmente da letterati e artisti di scuola neoclassica (come Canova e Appiani), poi si avvicina alle idee rivoluzionarie francesi, fino a diventare ritrovo dei Carbonari e di tutti gli oppositori del governo austriaco. Perseguitata a causa della sua collaborazione con Federico Confalonieri, è costretta a lasciare Milano per trasferirsi a Parigi, dove apre un nuovo salotto, ma con interessi diversi, in quanto i partecipanti si occupavano dell’educazione popolare, un’attività in sintonia con la tendenza filantropica allora molto diffusa anche in altri ambienti aristocratici.
Altro salotto significativo a Milano è quello di Cristina Trivulzio, principessa di Barbiano di Belgioioso-Este, che ebbe anche lei una vita molto avventurosa, nota già in giovanissima età come letterata e appassionata di problemi sociali, amica di Mazzini e affiliata alla Giovine Italia, di cui era anche generosa finanziatrice. Per le persecuzioni e i processi da parte della polizia austriaca, è costretta a trasferirsi a Parigi, dove apre un altro salotto, frequentato da letterati ed artisti di gran fama. Poi torna a Milano, in modo avventuroso, nell’aprile del 1848, a capo di un battaglione di volontari, per propagandare la fusione tra Lombardia e Piemonte. A Milano apre di nuovo il suo salotto, come nelle sue località di villeggiatura (Locate e Blevio), dove spesso organizza intrattenimenti musicali. Insieme agli aristocratici e alle dame, o ai personaggi famosi, questa signora piuttosto eccentrica, accoglie anche persone umili, ex combattenti delle guerre risorgimentali, musicisti popolari, pubblicisti, esuli, sempre con quello spirito filantropico che la portava a cucire vestitini per i bambini poveri, magari seduta in poltrona a fumare il narghilé!
Ma tra i salotti risorgimentali milanesi quello della contessa Clara Maffei, che per mezzo secolo fu alla ribalta del mondo milanese, offre l’esempio più famoso e significativo. Animatrice ne era appunto Clara Spinelli, sposata col poeta Andrea Maffe. Inizia nel 1834 come ritrovo mondano e letterario, ma viene poi influenzato da ideali liberali e patriottici, con una sempre più intensa partecipazione alle vicende risorgimentali. All’inizio, anche per le ambizioni letterarie di Andrea Maffei, si fa molta musica e molta poesia, con personaggi come Manzoni, Torelli, Verga, Giusti, Tommaso Grossi, D’Azeglio, Carlo Tenca, Liszt, Verdi, Balzac o Hayez. E’ al tempo della prima guerra d’indipendenza che il salotto assume sempre più spiccatamente i caratteri del ritrovo patriottico e se in un primo tempo riceve l’influenza di Mazzini, in seguito si orienta piuttosto verso la politica di Cavour. Determinante fu il contributo dei suoi partecipanti in occasione delle Cinque Giornate di Milano. Nel ’49, con il ritorno degli Austriaci e la messa in atto di un’aggressiva macchina poliziesca, il salotto Maffei e gli altri ritrovi di patrioti devono chiudere i battenti, mentre si disperdono le signore che hanno partecipato agli entusiasmi delle insurrezioni e assolto con dedizione anche al ruolo di infermiere curando i feriti delle battaglie. Clara Maffei lascia Milano e si rifugia a Locarno, ma nel ’50 rientra in città e riprende l’attività del suo salotto che diventerà punto di elaborazione politica in vista della seconda guerra d’indipendenza e poi ancora una volta centro propulsore di organizzazione e assistenza dei feriti nel ’59.
Già con il raggiungimento dei primi traguardi, viene ad attenuarsi la funzione politica di questo salotto e in casa Maffei tornano a prevalere le feste (memorabili quelle di fine anno) e gli interessi letterari, sempre con una grande influenza del Manzoni, anche se ormai anziano e ammalato non partecipa più; ma Clara va a trovarlo tutte le domeniche dopo la messa e ne porta notizie agli amici. Infine, dopo l’inesorabile declino, si chiude con la morte della contessa il 31 luglio 1886.
Anche l’aristocrazia toscana in questi decenni fa volentieri salotto. Quelli del primo periodo lorenese sono tranquilli e un po’ frivoli, senza molte pretese di impegno culturale, anche se in alcuni si coltivano interessi letterari e scientifici. Qui l’influenza esercitata dai salons francesi è più sull’architettura e sull’arredamento, mentre le attività culturali si svolgono piuttosto nelle accademie, che mantengono un carattere erudito e retorico. La Toscana è comunque il più aperto tra gli stati italiani alla cultura illuministica, che vi giunge sulla metà del Settecento, interessando, oltre Firenze, Pisa, Livorno, Lucca e Cortona. La temperie giacobina e le vicende di Napoleone non suscitano grandi entusiasmi in Toscana, mentre a modificare la situazione è la presenza di molti stranieri, ad iniziare da Alfieri, poi Foscolo, Shelley, Lamartine, Pietro Giordani, Massimo D’Azeglio e altri ancora. Il clima letterario di gusto neoclassico è vivace, come testimoniano i salotti di Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Bignami, ispiratrici di uno dei momenti più alti delle Grazie del Foscolo. Vero ambiente cosmopolita e intellettualmente aperto è il Gabinetto Vieusseux, con i ricevimenti del giovedì a Palazzo Buondelmonti, a cui partecipano sempre personaggi di spicco, e dove il 3 settembre 1827 si incontrarono un osannato Manzoni e un appartato Leopardi, senza reciproca attenzione. Quest’ambiente, però, più simile ai clubs inglesi, lasciava poco spazio alle donne, per cui non ne emerse alcuna.
Protagonista della vita mondana e intellettuale fiorentina fu invece fino al 1824 la contessa d’Albany, affiancata dall’Alfieri, in un salotto cosmopolita che rimarrà aperto per trent’anni, sempre con spirito fortemente antinapoleonico.
A Pisa può essere ricordato il salotto di Luisa “Tante Louise”, seconda moglie di Massimo D’Azeglio, in cui passano personaggi della famiglia Manzoni, con influenze anche sulla lingua del romanzo manzoniano.
Tra le città toscane il clima politicamente più vivace è a Livorno, dove incontri e convegni clandestini si tengono in vari caffè e soprattutto nelle case Bartolommei, Guerrazzi e Palli. In quest’ultima è protagonista la giovane figlia Angelica, molto ammirata come poetessa, sempre disponibile ad accogliere i patrioti greci e livornesi, molti dei quali parteciperanno alla I Guerra d’Indipendenza. Vivacizzandosi poi il clima politico risorgimentale, i salotti in Toscana assumono piuttosto il carattere di ambienti fidati dove possono svolgersi incontri e discussioni politiche, mentre accanto continuano gli intrattenimenti musicali e gli amabili conversari delle dame. Nei momenti più rischiosi dell’azione i patrioti si riuniscono in più appartate sedi, quelle nascoste delle società segrete, o in certi caffè e trattorie.
Ad essere coinvolto nelle vicende politiche sarà solo il salotto Bartolommei, i cui partecipanti saranno molto presenti e attivi nell’insurrezione del 27 aprile 1859. Protagonista ne fu Ferdinando Bartolommei, con la sua appassionata attività di patriota, affiancato e sostenuto dalla moglie Teresa Morelli Adimari, una delle non rare donne del Risorgimento che svolsero un ruolo determinante, pur rimanendo all’interno del loro mondo familiare, dove, con convinzione, condivisero le ansie dell’attesa e le battaglie.
Con l’unità d’Italia queste tensioni ideali tramontarono, ma Firenze ebbe ancora significativi salotti politico-letterari, quando fu capitale provvisoria del Regno. Uno fu quello di Emilia e Ubaldino Peruzzi, in cui si coltivavano molteplici interessi, in una dimensione cosmopolita, seppure con un progressivo allontanarsi dalle questioni politiche per privilegiare gli interessi letterari. Ben presto a questo salotto si contrappose quello più vivace e mondano, moderno e addirittura trasgressivo, di Maria Letizia Bonaparte Wyse, venuta a Firenze al seguito del marito, Urbano Rattazzi, presidente del consiglio, per cui era molto frequentato da esponenti politici.
Ormai il Risorgimento era terminato, ma intanto la funzione culturale dei salotti, al cui interno una o più donne avevano un ruolo determinante, si era consolidata, facendo sì che questo luogo diventasse un’istituzione stabile e duratura nel nostro paese, pur con cambiamenti e innovazione, perpetuatasi fino ai giorni nostri.

Ringraziamo la prof. Giangoia per la diffusa ed esaustiva panoramica sull’argomento trattato e passiamo alla seconda relazione della serata. La terrà la prof. Rosanna Marcenaro, una presenza pressoché costante nella nostra Associazione, la quale già altre volte ci ha intrattenuti con relazioni di notevole spessore culturale. Nemmeno lei ha dunque bisogno di essere presentata.
Questa sera la prof. Marcenaro rivolgerà la sua attenzione al romanzo Ettore Fieramosca di Massimo D’Azeglio, un autore impegnato nel difendere quei valori di italianità e di sentimento patrio, che tanta importanza ebbero durante il nostro Risorgimento. Il protagonista del romanzo divenne infatti l’emblema dell’identità nazionale ante litteram. Con Ettore Fieramosca facciamo un salto all’indietro nel tempo: veniamo catapultati nell’anno 1503, all’epoca in cui il Regno di Napoli era conteso tra Francesi e Spagnoli. Ma tutto emergerà molto chiaramente dalle parole della prof. Marcenaro, la quale affronterà il tema: Sentimento nazionale e gusto romantico nell’Ettore Fieramosca di Massimo D’Azeglio.

SENTIMENTO NAZIONALE E GUSTO ROMANTICO NEL ROMANZO
ETTORE FIERAMOSCA DI MASSIMO D’AZEGLIO

Rosanna Marcenaro

L’Ettore Fieramosca di Massimo D’Azeglio è il romanzo storico più famoso e forse più fortunato della prima metà dell’’800 dopo I Promessi sposi (e senz’altro a tutt’oggi il più leggibile per un lettore moderno).
Com’è noto, il romanzo storico si afferma in quegli anni per il grande interesse, proprio del Romanticismo, per la storia e, specificatamente per i momenti della nascita della identità nazionale dei popoli d’Europa, identificati specialmente nel Medioevo. In un paese come l’Italia, ancora territorialmente diviso e sottoposto alla dominazione straniera, il riferimento al passato e in particolare alle fasi in cui si riconosceva (o si credeva di riconoscere) il primo manifestarsi di uno spirito nazionale, si colorava poi di specifiche intenzioni politiche: la conquista dell’indipendenza e dell’unità, collocandosi così all’interno del processo risorgimentale. In questo quadro s’inserisce l’Ettore Fieramosca del D’Azeglio, pubblicato nel 1833, sei anni dopo la prima edizione dei Promessi sposi, che è del 1827 (e perciò appunto detta la “ventisettana”). Il 1827 si può definire, per così dire, l’anno di nascita del romanzo storico in Italia: infatti in quell’anno uscirono, oltre alla prima edizione dei Promessi sposi, altri quattro romanzi storici, decisamente oggi dimenticati, fra i quali merita di essere ricordato, per i suoi spiriti mazziniani e l’acceso anticlericalismo, La battaglia di Benevento del Guerrazzi. Modello per tutti fu lo scozzese Walther Scott, a pieno titolo l’inventore del romanzo storico in Europa, concepito come narrazione ambientata in un’epoca passata ben definita (con preferenza per il Medioevo, ma non solo), dove venivano fatti agire sia personaggi storici reali, (generalmente d’alto rango) sia personaggi d’invenzione (di solito, ma non sempre, di ceto più basso) in modo da comporre il quadro complessivo di un’epoca coi suoi usi costumi tradizioni e istituzioni. Così Scott, raccontando vicende esemplari della storia d’Inghilterra, illustrava il processo che aveva portato alla formazione della moderna nazione britannica e indirettamente ne celebrava la posizione di grande potenza nel suo tempo. Al di là di questo intento nazionalistico i romanzi di Scott si configuravano però anche come opere di sicuro intrattenimento per il sapiente uso e dosaggio dei temi e degli aspetti più tipici del gusto romantico allora in voga: intricate storie d’avventura e d’amore, luoghi misteriosi ed esotici, personaggi nettamente caratterizzati, spettacolari colpi di scena e via dicendo. I romanzieri storici italiani seguirono il modello scottiano ma in genere lo semplificarono e ne accentuarono gli elementi topici, che progressivamente divennero ripetitivi e di maniera (esotismo, intrighi, il pittoresco medievale, certa schematizzazione dei personaggi, ecc.). Discorso diverso per Manzoni, che, pur influenzato anche lui da Scott, scrisse un romanzo storico ben più profondo, documentato e concettualmente problematico di quelli scottiani. Ma non è questa la sede. Ora va chiarito che il modello scottiano, ripreso dai nostri scrittori per gli elementi avventuroso-sentimentali citati prima e per l’incalzante ritmo narrativo, elementi tutti rispondenti alle attese del pubblico dell’epoca, non poteva certo essere proposto in Italia, come aveva fatto Scott in Inghilterra, in chiave celebrativa del presente, vista la diversa situazione storica del nostro paese, dove anche le speranze recentemente suscitate dalla discesa di Napoleone (triennio giacobino) erano andate rapidamente deluse. Il romanzo storico non poteva essere in Italia veicolo di alcuna celebrazione del presente. E tuttavia, dato che la concezione romantica della letteratura quale si era affermata in Italia (e in genere nei paesi mediterranei) assegnava agli scrittori il compito di ricercare contenuti vicini al sentire moderno, rispondenti ai bisogni dell’attualità e capaci di parlare all’animo del “popolo” (nel senso berchettiano di moderno ceto medio borghese), il nuovo genere del romanzo, svincolato dalle regole del classicismo e agile per il linguaggio prosastico, venne sentito dagli scrittori, oltre che come mezzo di svago, come potenziale strumento di educazione civile e politica, cioè di educazione agli ideali di indipendenza, unità e nazionalità. Ovvero, in altri termini: il romanzo storico, a parte l’intrattenimento, poteva infiammare gli animi degli Italia, scuoterli dalla loro secolare inerzia e spronarli all’azione patriottica. Perciò non c’è da stupirsi se la scelta degli argomenti cadde su episodi del passato (per lo più dell’età comunale e signorile) nei quali gli autori ritenevano, anche con notevoli forzature storiche, che si potesse intravedere qualche traccia di una almeno embrionale coscienza nazionale, allo scopo di stimolarla nel pubblico contemporaneo.
Di questo intento patriottico-risorgimentale è significativa testimonianza anche l’Ettore Fieramosca del D’Azeglio, per il quale tuttavia la letteratura non fu l’interesse primario. Di nobile famiglia torinese fedele alla monarchia sabauda, si dedicò giovanissimo alla pittura, maturando nel contempo idee cattolico-liberali; l’amore per il romanzo gli derivò più tardi, probabilmente dalla frequentazione dei romantici lombardi e di Manzoni, di cui sposò una figlia, Giulia. Oltre all’Ettore Fieramosca, scrisse i romanzi Niccolò de’ Lapi e La lega lombarda, quest’ultimo incompiuto perché lo scrittore passò alla politica attiva fino ad arrivare a ricoprire, dopo la disastrosa fine della prima guerra d’indipendenza, la carica di Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, che tenne dal 1849 al 1852, quando gli subentrò Cavour. Dei suoi ultimi anni è l’autobiografia I miei ricordi, pubblicata nel 1867, dopo la sua morte avvenuta nel 1866. Comunque la fama letteraria di D’Azeglio resta legata soprattutto all’Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, di cui gli venne l’idea mentre dipingeva un quadro sull’argomento della celebre sfida: un fatto storico dei primi del ‘500, narrato all’epoca anche dal Guicciardini nella sua Storia d’Italia. Il libro intreccia i due principali motivi del romanzo storico: il motivo patriottico (che è quello dominante) e il motivo amoroso e li sviluppa con la sensibilità romantico-risorgimentale propria dell’autore e della sua epoca. Al centro vi è la sfida che contrappose a Barletta nel 1503, durante la guerra franco-spagnola per il possesso del regno di Napoli, 13 cavalieri italiani allora al servizio degli Spagnoli e 13 cavalieri francesi che li avevano insultati tacciandoli di viltà, poltroneria e scarsa affidabilità. Nella sfida i 13 italiani, guidati da Fieramosca, sconfiggono i 13 francesi guidati da La Motte, vendicando così l’ingiuria subita. Nel clima risorgimentale D’Azeglio riprende l’episodio presentandolo non solo come esempio del valore militare italiano nei secoli, ma soprattutto come documento di un’idea di italianità -da intendersi come senso di appartenenza ad una patria comune- già presente, quanto meno in nuce, anche in una situazione di decadenza politica e di sudditanza allo straniero (ovviamente l’Italia del ‘500, lacerata dalle guerre franco-spagnole, rimandava all’Italia dell’ ‘800 asservita agli Austriaci): un primo segno, anche se lontano, di coscienza nazionale, dunque. A questa vicenda s’intreccia la contrastata e delicata storia d’amore di Ettore e Ginevra, moglie infelice di Graiano d’Asti, un cavaliere italiano al servizio dei Francesi, e perciò, nell’ottica di Fieramosca e dei suoi, considerato come un traditore (arbitrariamente perché in realtà le soldatesche nel ‘500 erano tutte di ventura e combattevano in base all’entità della paga). Graiano muore nella sfida vittoriosa per gli Italiani, abbattuto con un colpo d’ascia da Brancaleone, grande amico di Ettore, come leggiamo in questo passo.

Ad un tratto s’ alzo’ un grido fra gli spettatori: tutti…videro che la zuffa tra Brancaleone e Graiano era finita. Questi curvo sul collo del destriere, coll’elmo ed il cranio aperti pel traverso, perdeva a catinelle il sangue che scorreva pei buchi della visiera sull’arme e giù per le gambe del cavallo,… Rovinò in terra alla fine, e risonò sul suolo come un sacco pieno di ferraglia. Brancaleone alzò l’azza sanguinosa brandendola sul capo, e gridò con voce maschia e terribile: – Viva Italia : e così vadano i traditor rinnegati! –

Qui l’autore usa il registro drammatico per poter far emergere nel momento culminante del crollo di Graiano, il grido patriottico del vincitore: “Viva Italia: e così vadano i traditor rinnegati”, che doveva suscitare nei lettori uno scatto d’orgoglio nazionale. In proposito ricordava il De Sanctis nel 1873, nelle sue Lezioni sulla scuola cattolico-liberale, il “brivido” (testuale parola) che suscitava, lui giovane, tra tutti giovani la lettura di questo passo, dove si sentiva pronunciare la parola “Italia”, allora proibita. Ora la vicenda sembra avviata a felice soluzione: l’onore italiano è stato vendicato con la vittoria nella sfida e la morte di Graiano rende ora possibile l’unione tra Ettore e Ginevra. Al contrario il romanzo si chiude con un finale tragico: Ginevra, credendo per un malinteso di non essere più amata da Ettore, si allontana dal monastero di S.Orsola, vicino a Barletta, dove si era rifugiata sotto la protezione delle suore con l’aiuto di Ettore, per sfuggire a Cesare Borgia, che la insidiava (complice il marito Graiano), ma cade proprio nelle mani del Borgia, che da tempo tramava per rapirla. Violentata dal Valentino, sebbene soccorsa (qui emerge tra le figure consolatrici e premurose la poetessa Vittoria Colonna), morirà poco dopo stremata dalle tante peripezie subite. Ettore, appresa la notizia solo dopo la vittoria nella sfida, corre da lei, ma riesce solo a vederne i funerali. Disperato, fugge a cavallo nella notte tempestosa sotto una pioggia battente e da allora “nessuno di quell’età lo vide mai più….né vivo né morto”. Fra le voci popolari che corsero sulla sua fine la più probabile si legge in questo passo.

Alcuni poveri montanari del Gargano, che attendevano a far carbone, raccontarono…che era loro comparso, una notte d’un gran temporale, una strana visione d’un cavaliere armato a cavallo sulla cima di certe rocche inaccessibili,…sopra un burrato cadente a piombo nel mare: cominciarono a dirlo pochi, poi molti, poi alfine tutti dissero e tennero per fermo fosse stato l’arcangelo San Michele. Quando però lo seppe Fra Mariano,…pensò invece potesse essere stato Ettore, che fuor di sé, spinto il cavallo in luoghi difficilissimi, fosse caduto con esso in qualche ignoto precipizio… Nel mille seicento sedici, essendo rimasto a secco un tratto di una scogliera sotto il Gargano, ad un pescatore venne veduto incastrato fra due pietroni un ammasso di ferraglie quasi interamente rose dal salso marino e dalla ruggine, e vi trovò fra mezzo ossa umane, e il carcame d’un cavallo.

Come si vede la morte dell’eroe è avvolta in un’atmosfera misteriosa e cupa, che riecheggia certi aspetti del Romanticismo nordico. Se in questo finale il gusto romantico di D’Azeglio indulge al tenebroso di maniera esso – e non poteva essere diversamente – è presente in tutto il libro. Si veda, ad esempio, la tipologia dei personaggi principali: Ettore, sebbene eserciti il mestiere delle armi, è presentato come un eroe malinconico e idealista che soffre per la patria e per amore; Ginevra riunisce in sé sia le caratteristiche dell’eroina divisa tra il casto amore per Ettore e il senso del dovere verso il marito (che pure non ama e ha sposato per costrizione), sia le caratteristiche della giovane onesta “perseguitata”, proprie di certo romanzo settecentesco. Cesare Borgia è il prototipo del signore arrogante, animato solo da una smisurata brama di potere personale, che persegue con ogni mezzo, anche il più delittuoso, secondo l’interpretazione che del Principe di Machiavelli si dava nell’’800. E ancora romantici sono il realismo della narrazione e l’utilizzo di una prosa semplice ed efficace “per esser capito nelle vie e nelle piazze e non in Elicona”, come dichiarava D’Azeglio. Se poi pensiamo al gusto romantico per la rievocazione dei costumi di un’epoca, va sottolineato il recupero, che D’Azeglio opera, dell’antica tradizione cavalleresca ormai decaduta dal ‘600, inserendola, forse più e meglio di altri autori storici del suo tempo, nelle nuove strutture del genere romanzo: duelli, sfilate militari, rituali cortesi, banchetti, giostre ricorrono con frequenza e concorrono a rendere più avvincente la trama. Particolarmente interessanti, sotto questo aspetto, le pagine che descrivono i sontuosi festeggiamenti che si tengono a Barletta per l’arrivo di donna Elvira, la bellissima figlia del comandante spagnolo Consalvo: c’è anche una specie di corrida in cui don Garcia, un possente guerriero spagnolo, uccide due tori tagliando loro la testa con la spada).
Certo tutti gli aspetti sopra citati favorirono il successo strepitoso del romanzo, ma soprattutto il romanzo piacque per il sottinteso incitamento alla causa nazionale. Peraltro questo intento chiaramente e nobilmente esortatorio portò con sé inevitabilmente anche elementi di deformazione storica. Tralasciando la grande approssimazione, che gli rimproveravano già i contemporanei, con cui sono presentati i personaggi storici dell’epoca (da Cesare Borgia al Colonna a Consalvo, ecc.), al protagonista Fieramosca, anche se personaggio d’invenzione, sono attribuiti, come già accennato, un carattere romantico e uno slancio patriottico di tipo ottocentesco, non compatibili con la mentalità di un soldato di ventura del ‘500, come vediamo da questo passo.

…ne’ brevi momenti che si restava dal guerreggiare, invece di spender l’ozio in caccie, in giostre ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi meglio li poteva pagare, comprese quanta scellerata cosa fosse per sé stesso il mestier dell’arme, se a guisa di masnadiere si faccia col solo fine
di arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per la virtuosa cagione di difendere sé e i suoi dalle
straniere aggressioni.

Siamo di fronte a un soldato di ventura anomalo, che combatte non per il soldo, ma perché già animato da un ideale nazionale; ora serve sotto le insegne spagnole per eliminare i Francesi, che gli sembrano più pericolosi, dalla penisola, ma sogna il giorno in cui potrà lottare anche per la cacciata degli Spagnoli. Qui D’Azeglio non tiene conto che il concetto di nazione era assente dalla prospettiva ideologica e culturale del ‘500, in quanto nato solo più tardi, con la Rivoluzione francese, ma è chiaro che utilizza volutamente questa inesattezza storica come strumento di propaganda politica con l’occhio rivolto al presente. La fine sensibilità romantica e gli ideali risorgimentali propri dell’autore e incarnati nell’eroe protagonista trovano la loro miglior espressione nel passo che chiude la sfida, dove Ettore, alla fine del combattimento vittorioso, corre presso il corpo di Graiano che giace a terra.

Venne a lui,… e gli s’inginocchiò accanto. Il sangue scorreva ancora dall’ampia ferita, ma lento ed aggrumato: gli sollevò il capo adagio adagio, e con tanta cura, che si sarebbe pensato avesse a salvare il suo più caro amico… Ma l’azza, spaccato il cranio, era entrata nel cervello tre dita: il cavaliere era morto. Ettore con un sospiro, che sorse dal profondo del cuore, depose di nuovo a terra il capo dell’ucciso, e rizzatosi, disse… a Brancaleone: – Codesta tua arme – ed additava l’azza che quegli teneva in pugno stillante ancora di sangue- ha compiuta oggi una gran giustizia. Ma come potremmo godere tal vittoria? Il sangue che inzuppa questa terra non è egli sangue italiano? E costui, forte e prode in guerra, non avrebbe potuto spargerlo a sua e a nostra gloria contra i comuni nemici? La tomba di Graiano allora sarebbe stata venerata e gloriosa; la sua memoria, un esempio d’onore. Invece egli giace infame, e sulle sue ceneri peserà la maledizione de’ traditori della patria…

Nell’attenzione al nemico caduto, nonché rivale in amore, si rivela un senso di profonda umanità e nelle parole che seguono si legge il richiamo patriottico che culmina nel tema foscoliano della venerazione della tomba dell’eroe (“la sua memoria……un esempio d’onore”) e l’esecrazione del tradimento ( “sulle sue ceneri……la maledizione dei traditori della patria”), tant’è vero che subito dopo si dice che al cadavere di Graiano fu negata la sepoltura in Barletta e fu gettato in una fossa a due miglia dalla città, luogo che d’allora in poi fu chiamato il “Passo del traditore”. Del resto D’Azeglio aveva detto esplicitamente di aver voluto scrivere il libro “per mettere un po’ di foco in corpo agli Italiani”, anche perché riteneva che il fatto storico “sarebbe riuscito molto meglio, e molto più efficace, raccontato che dipinto (D’Azeglio, da I miei ricordi).

Ringraziamo la prof. Marcenaro per l’accurata e circostanziata analisi dei due punti in esame, Sentimento nazionale e gusto romantico nel romanzo del D’Azeglio; nonché per l’efficace presentazione del protagonista che ne è scaturita, resa ancor più viva immediata per le letture di alcuni brevi brani da parte dell’attrice Nuccia Stancanelli.

INTERMEZZO MUSICALE del Maestro Angiolino Satta, il quale esegue con la sua armonica a bocca cromatica l’La canzone di Garibaldi.

L’argomento della prossima relazione verterà sul tema: Aspetti e autori della lirica risorgimentale. La poesia del nostro Risorgimento, come, del resto, tutta la produzione letteraria, e più in generale artistica di quel periodo, contribuì fattivamente alla realizzazione dell’unità d’Italia. Siamo sicuramente in molti ad avere studiato sui banchi di scuola alcune di quelle poesie che, in virtù della loro immediatezza e della loro capacità di coinvolgimento emotivo, diedero un efficace stimolo alle imprese risorgimentali, infiammando gli animi dei cittadini con versi intensi e ricchi di amor patrio. Inoltre, e non dimentichiamolo, molti dei loro autori hanno lasciato tracce non effimere nella nostra storia letteraria.
Ma di ciò parleranno i due prossimi relatori: Goffredo D’Aste e Bruno Rombi, due soci sempre molto impegnati nelle attività promosse dalla nostra Associazione, e molto noti nell’ambiente, i quali non hanno certo, nemmeno loro, bisogno di alcuna presentazione. Ascoltiamoli.

BRUNO ROMBI

Alessandro MANZONI (1765-1873)

Sappiamo tutti chi fosse Alessandro Manzoni, l’autore del romanzo I promessi sposi, di tragedie come l’Adelchi e Il conte di Carmagnola, degli Inni Sacri, delle Odi come Il 5 Maggio e Marzo 1821, di cui fra poco la professoressa Stancanelli leggerà un brano.
In quest’ultima ode il Manzoni dimostra come gli ideali del Risorgimento e il dibattito ideologico, la presa di coscienza della situazione politico-culturale italiana, dopo secoli di occupazione straniera, non furono espressi solo in saggi, discorsi, opere filosofiche o storiche, ma ispirarono anche molte poesie.
Il patriottismo fu spesso espresso con toni declamatori che a noi possono sembrare falsi o retorici, quando l’avversione per gli stranieri dominatori non li abbia colorati di odio.
Il Manzoni in Marzo 1821 supera questi limiti, avvertendo nei moti carbonari quasi un dovere religioso: la chiamata verso la libertà cui ogni uomo deve rispondere perché essa è un dono divino.
L’attesa che i moti piemontesi del 1820 si diffondessero in Lombardia infiammò le speranze del poeta che impresse un tono così eroico e grandioso alla sua ode che diventò presto famosa come i cori delle opere di Giuseppe Verdi.

Marzo 1821

Soffermati sull’arida sponda
volti i guardi al varcato Ticino,
tutti assorti nel novo destino,
certi in cor dell’antica virtù,
han giurato: non fia che quest’onda
scorra più tra due rive straniere;
non fia loco ove sorgan barriere
tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro
rispondean da fraterne contrade,
affilando nell’ombra le spade
che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
già le sacre parole son porte;
o compagni sul letto di morte,
o fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,
della Bormida al Tanaro sposa,
del Ticino e dell’Orba selvosa
scerner l’onde confuse nel Po;
chi stornargli del rapido Mella
e dell’Oglio le miste correnti,
chi ritorgliergli i mille torrenti
che la foce dell’Adda versò,

quello ancora una gente risorta
potrà scindere in volghi spregiati,
e a ritroso degli anni e dei fati,
risospingerla ai prischi dolor;
una gente che libera tutta
o fia serva tra l’Alpe ed il mare;
una d’arme, di lingua, d’altare,
di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
con quel guardo atterrato ed incerto
con che stassi un mendico sofferto
per mercede nel suolo stranier,
star doveva in sua terra il Lombardo:
l’altrui voglia era legge per lui;
il suo fato un segreto d’altrui;
la sua parte servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
torna Italia e il suo suolo riprende;
o stranieri, strappate le tende
da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
dal Cenisio alla balza di Scilla?
non sentite che infida vacilla
sotto il peso de’ barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi
sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
un giudizio da voi proferito
v’accompagna a l’iniqua tenzon;
voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
ogni gente sia libera e pera
della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste
preme i corpi de’ vostri oppressori,
se la faccia d’estranei signori
tanto amara vi parve in quei dì;
chi v’ha detto che sterile, eterno
saria il lutto dell’itale genti?
chi v’ha detto che ai nostri lamenti
saria sordo quel Dio che v’udì?

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
chiuse il rio che inseguiva Israele,
quel che in pugno alla maschia Giaele
pose il maglio ed il colpo guidò;
quel che è Padre di tutte le genti,
che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
spiega l’ugne; l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente
grido uscì del tuo lungo servaggio;
dove ancor dell’umano lignaggio
ogni speme deserta non è:
dove già libertade è fiorita.
Dove ancor nel segreto matura,
dove ha lacrime un’alta sventura,
non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spïasti
l’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
ne’ deserti del duplice mar!
ecco alfin dal tuo seno sboccati,
stretti intorno ai tuoi santi colori,
forti, armati dei propri dolori,
i tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
il furor delle menti segrete:
per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
al convito dei popoli assisa,
o più serva, più vil, più derisa
sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
che da lunge, dal labbro d’altrui,
come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
dovrà dir sospirando: “io non c’era”;
che la santa vittrice bandiera
salutata quel dì non avrà.

Giuseppe GIUSTI (1801-1859)
Il poeta toscano Giuseppe Giusti, voce della piccola e media borghesia italiana della prima metà dell’800, che andava acquistando coscienza delle proprie esigenze politiche e sociali entro un liberalismo moderato capace di rinnovare le istituzioni e le strutture sociali, rifacendosi alla tradizione toscana della poesia burlesca e satirica, e avvalendosi di una grande abilità tecnica, giunse a disegnare il quadro di una commedia umana dell’800 italiano accentrato intorno ai temi più propriamente politici (dalla condanna dell’assolutismo al ritratto dei governanti inetti, degli oppressori, dei preti mondani e blasfemi (Il brindisi di Girella, Il re travicello, Sant’Ambrogio, ecc.).
In Sant’Ambrogio il poeta sa cogliere il problema cruciale della guerra, che è davvero un’ “occhiuta rapina”, tramata dai potenti ai danni della povera gente, la quale serve come “strumento cieco” delle manie di grandezza di qualche “capo” o degli interessi di una ristretta cerchia di cinici sfruttatori. E la povera gente ne fa sempre le spese anche perché—dice il Giusti—i soldati sono nello stesso tempo carnefici e vittime.
Un sentimento di commossa umanità avvicina così il poeta, fervido patriota, al dramma dei soldati riversati in Italia da ogni parte d’Europa dall’imperatore austriaco per reprimere i moti insurrezionali.

Sant’Ambrogio

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
senta il caso avvenuto di fresco
A me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.

Mi tenni indietro, chè, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una genteo che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “0 Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aër sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
– Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci chiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemannoo,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati ‘insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hamo in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piòlo.

Luigi MERCANTINI (1821-1872)
Luigi Mercantini, patriota e poeta, andò in esilio a Corfù e a Zante dove fece stampare i suoi Versi (1850). Nel 1852 ritornò in Italia. Poeta tra i più popolari del Risorgimento, svolse con trasporto romantico temi patriottici. Nel 1848 compose l’inno Patrioti andiamo. Notissime le sue liriche Tito Speri (1853), A Vittorio Emanuele II (1860), La spigolatrice di Sapri (1857). Nel 1859 per desiderio di Garibaldi scrisse la canzone italiana, musicata da A. Olivieri. É nota come Inno a Garibaldi.
In La spigolatrice di Sapri canta la triste avventura del patriota napoletano Carlo Pisacane (1818-1857). Ufficiale dell’esercito borbonico disertò rifugiandosi a Parigi. Tornò in Italia allo scoppio della I Guerra d’Indipendenza. Giunto a Milano il 14 aprile scrisse, incoraggiato da Carlo Cattaneo Sul momentaneo ordinamento dell’esercito lombardo nell’aprile 1848, in cui valorizza i volontari, espressione della lotta popolare contro la strategia dei vertici militari piemontesi.
A Roma, dov’era stata proclamata la repubblica (novembre 1849) strinse amicizia con Mazzini. Di nuovo esule a Losanna, Lugano e infine a Londra scrisse La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, in cui polemizza sia con Garibaldi, accusato di velleità dittatoriali, sia con Mazzini che trascurava, a suo dire, la questione della rivoluzione sociale, mentre Pisacane teorizzava un socialismo vicino all’anarchismo proudhoniano.
A Genova nel 1850 concertò con Mazzini una spedizione insurrezionale nel Napoletano. Si imbarcò con G. Nicotra e una ventina di compagni il 25 giugno 1857; a Ponza liberò 300 detenuti e sbarcò a Sapri. Furono tutti massacrati da contadini inferociti mobilitati dal clero. Pisacane, ferito, si uccise per evitare la cattura.

La spigolatrice di Sapri

Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!

Me ne andava al mattino a spigolare
Quando ho visto una barca in mezzo al mare:
Era una barca che andava a vapore,
E issava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
È stata un poco, e poi s’è ritornata;
S’è ritornata, e qui è venuta a terra;
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
Ma s’inchinaron per baciar la terra:
Ad uno ad uno li guardai nel viso;
Tutti aveano una lagrima ed un sorriso:
Li disser ladri usciti dalle tane,
Ma non portaron via nemmeno un pane;
E li sentii mandare un solo grido:
— Siam venuti a morir pel nostro lido!—

Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
Un giovin camminava innanzi a loro;
Mi feci ardita, e presol per la mano,
Gli chiesi: —Dove vai, bel capitano?
Guardommi, e mi rispose: —O mia sorella,
Vado a morir per la mia Patria bella!—
Io mi sentii tremare tutto il core,
Né potei dirgli: —V’aiuti il Signore!—

Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!

Quel giorno mi scordai di spigolare,
E dietro a loro mi misi ad andare:
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi:
Ma quando fûr della Certosa ai muri,
S’udirono a suonar trombe e tamburi;
E tra il fumo e gli spari e le scintille
Piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!

Eran trecento, e non voller fuggire;
Parean tremila e vollero morire:
Ma vollero morir col ferro in mano,
E innanzi ad essi correa sangue il piano.
Finchè pugnar vid’io, per lor pregai;
Ma un tratto venni men, né più guardai…
Io non vedeva più fra mezzo a loro
Quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro!…

Eran trecento: eran giovani e forti:
E son morti!

Giuseppe Cesare ABBA (1838-1910)

Prese parte alla Spedizione dei Mille con Garibaldi in Sicilia. Dopo i fatti di Aspromonte si stabilì a Pisa dove, servendosi di ciò che aveva scritto in un diario, compose Arrigo. Da Quarto a Volturno, poemetto narrativo in versi sciolti, in cui descrive le battaglie, i luoghi, gli eroi dell’impresa garibaldina, adottando forme letterarie tipiche del tardo romanticismo.
Tornato a Cairo Montenotte sottopose le vecchie pagine diaristiche del 1860 all’attenzione del Carducci che cercava materiale per una vita di Garibaldi.
Carducci, dicendosene entusiasta, consegnò all’editore Zanichelli il manoscritto per la pubblicazione.
Nacquero così le Noterelle di uno dei Mille (1880) che edite ancora nel 1882 e poi nel 1891 rivedute e accresciute, ricevettero in questa terza edizione il titolo definitivo Da Quarto al Volturno.
L’opera, culmine della memorialistica garibaldina, conserva le forme di appunti impressionistici, ma rivela calore d’entusiasmo ed è ricca di vivaci aneddoti.
Nel racconto trapela a tratti la coscienza di più profondi e gravi problemi sociali.

LA LIBERTA’ NON E’ PANE ( Estratto da Da Quarto a Volturno)
Mi sono fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta: è monaco e si chiama padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle tre croci, sopra questo luogo, presso il cimitero. Avevamo in faccia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l’ora era mesta, e parlavamo della rivoluzione. L’anima di padre Carmelo strideva,
Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell’avventura col suo gran cuore, ma qualcosa lo trattiene dal farlo.
–Venite con noi, vi vorranno tutti bene.
–Non posso.
–Forse perché siete frate? Ce n’abbiamo già uno. Eppoi altri monaci hanno combattuto in nostra compagnia, senza paura del sangue.
–Verrei, se sapessi che farete qualcosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia.
–Certo, per farne un grande e solo popolo.
–Un solo territorio…! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; ed io non so che vogliate farlo felice.
–Felice! Il popolo avrà libertà e scuole.
–E nient’altro!—interruppe il frate:–perché la libertà non è pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse poer voi Piemontesi: per noi qui no.
–Dunque che ci vorrebbe per voi?
–Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città.
–Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e campagne!
–Anche contro di noi; anzi prima che contro ogni altro! Ma col vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest’ora, quasi ancora con voi soli.
–Ma le squadre?
–E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più?
Non seppi più che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracciò, mi volle baciare, e tenendomi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccomandava a Dio, e che domani mattina dirà la messa per me.
Mi sentiva una gran passione nel cuore, e avrei voluto restare ancora con lui. Ma egli si mosse, salì il colle, si volse ancora a guardarmi di lassù, poi disparve.

Ringraziamo Goffredo D’Aste per l’interessante panoramica sul periodo storico e letterario degli anni centrali del nostro Risorgimento e Bruno Rombi per la presentazione e il commento delle tre poesie: Marzo 1821, Sant’Ambrogio e La spigolatrice di Sapri, molto ben interpretate dalla nostra Nuccia Stancanelli.

La serata si è conclude con l’Inno Nazionale, suonato sempre dal Maestro Angiolino Satta.

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