di Liliana Porro Andriuoli

In un’elegante veste tipografica è apparsa nel maggio 2010 un’antologia dal titolo Nostra sposa la vita (Latina, Caramanica Editore), nella quale Pasquale Maffeo ha raccolto tutta la sua produzione in versi. Il volume (che consta di ben 480 pagine) si ripartisce nelle seguenti nove sezioni: La melagrana aperta (1970); Uccello di passo (1974); Il sonno sulla pietra (1977); Fabulario (1986); Il cercatore luminoso (1994); Nella rosa del mondo (1997); Diciture (2006); Lapidatio – Poemetto per musica e scena (1982) e Dal deserto – Passione secondo il Battista (1999), corrispondenti alle nove sillogi che l’autore è andato pubblicando a partire dal 1970. Come risulta evidente da questo elenco, l’ordine di successione con il quale le sillogi figurano nel volume non è quello rigorosamente cronologico, essendo i due Oratorî, Lapidatio e Dal deserto, situati entrambi nella parte conclusiva dell’antologia. C’è inoltre ancora da aggiungere che non vengono qui presi in considerazione i tre libri giovanili di Maffeo (Acque chiare del 1955, Paese innocente del 1960 e Il sogno di Lincoln del 1966), già peraltro da lui esclusi sin dalla sua prima raccolta riepilogativa, Straniero alla finestra, che è del 1978.


Un pregio non trascurabile di questo corposo volume è quello di raccogliere in un unico contesto tutta l’opera in versi di un autore molto apprezzato dalla critica più qualificata: basti dire che nell’ottobre 2008 l’intero archivio della sua produzione (che oltre alle nove sillogi poetiche appena citate, comprende anche romanzi, racconti, saggi critici, biografie e testi di teatro) è stato acquisito dal Centro di ricerca “Letteratura e Cultura dell’Italia Unita” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Ma veniamo all’antologia in questione. Il titolo riprende quello di una poesia pubblicata nel 1994 nella silloge Il cercatore luminoso, una delle più riuscite di Maffeo, la quale così si conclude: “Nostra sposa la vita non ha inganni. / Fedele se tu l’ami la ritrovi / in fondo agli anni, sullo scempio / compiuto il cuore nudo alla deriva / del suo giorno. Accettare bisogna, / nella fronte baciare la vergogna / a dire ciò che resta ciò che siamo”. Già da questi pochi versi è possibile farsi un’idea abbastanza precisa dello stile personalissimo, classico e moderno ad un tempo, di Pasquale Maffeo; uno stile sempre elaborato su ritmi netti e ben riconoscibili, che si basano su una struttura metrica essenzialmente endecasillabica, pur se variata da ipermetri e ipometri, spesso arricchita da un fitto intreccio di rime e di assonanze, che continuamente si rispondono e si rincorrono nel testo, raggiungendo esiti particolarmente felici per incisività e nitore.
Sul piano dei contenuti va subito detto che molto ampio è il ventaglio di motivi che si riscontra in questo poeta, dotato di viva sensibilità e di grande umanità. Uno dei motivi che risaltano immediatamente alla vista è quello del suo rispecchiamento nella natura, che offre sempre nuove occasioni al suo canto. Già ad apertura di libro troviamo una poesia quale In riva al Sele (della prima raccolta, La melagrana aperta), in cui palese è la sua gioia di affidarsi al ritmo della vita universa: “Qui nulla è mutato, tra macchie d’oleandri / e ciuffi che affoltano salici alla sponda / dove il cinghiale veniva lento / a bere scuotendo la frasca per via. // … // Brividisce nel verde la corrente / e l’abbandono ci risana”. Ma un vivo desiderio di “abbandono” alla natura lo riscontriamo anche in Calafuria, una poesia de Il cercatore luminoso, che così inizia: “L’occhio del dio marino sgranò gioia / nei calanchi di scogliera, rise / l’etrusco al suo cammino d’acqua / un approdo cercando un letto d’erba”, dove compare il sentimento di un tempo antichissimo dell’esistenza umana, nel quale il poeta ama immergersi: “Nato qui mi sentii / nel tempo azzurro d’ogni pena smemorato”.
Un altro motivo che ricorre con notevole frequenza in questa antologia è quello dello sguardo affettuoso che Maffeo rivolge ai propri simili, nei cui confronti egli sempre dimostra una sincera e affettuosa simpatia. Possono fungere da conferma poesie quali Pastori, da La melagrana aperta, che inizia: “Saliva il pigro fumo dei massari / sulle nevi, senza tempo / s’aprivano gli inverni, / inerte solitudine alle valli” ed Esodo, da Il sonno sulla pietra, il cui incipit suona: “Vanno che ancora dormono i paesi / alle nere montagne. Ora non sanno / al deragliato giorno quale tumulto / addensi la ventura, ilari vanno / con il nudo cuore e la parola, / fiume di giovinezza nostro sangue”. Molto efficace a tale proposito è anche Operai (da Il cercatore luminoso), nella quale alla gioia dei giovani “operai”, che “Sciamano a un urlo di sirena / dai cantieri”, il poeta nell’ultima strofa mestamente contrappone la tristezza di un loro compagno che, non si unisce alla spensierata festa del gruppo, ma solo, chiuso nella sua sofferenza e oppresso dall’angoscia dei dolorosi problemi che l’affliggono, “rimane” in disparte: “D’uno non sanno che tra loro / non affretta, guarda il passo, rimane”.
Particolarmente toccanti e di ottima resa, sulla scia del rapporto con gli altri, sono anche i versi di Una madre (ancora da Il cercatore luminoso), dove Maffeo rievoca la scena del “transito” della madre di un amico, cui gli era accaduto di assistere: “Era quel figlio un prete, l’ospite / un poeta. Quale pozzo d’amore / si sotterra quando muore una madre”. Simile per intensità e forza emotiva è la poesia nella quale Maffeo rievoca la notte in cui temette per la vita della propria madre che, nell’istante più drammatico, pareva ormai giunta al suo traguardo (“Spalancata in ottobre era la notte / alla finestra, danzava / la fiammella sotto il santo. / Noi vegliammo il tuo respiro”), e che soltanto al sorgere del nuovo giorno sembrò, quasi per un miracolo, anche lei risorgere. E’ infatti con profonda commozione che il poeta ricorda il momento in cui, con “la lieve trasparenza” dell’alba, la donna avvertì il richiamo della vita: “Apristi gli occhi. Sul tavolo / per te c’era un’arancia. // E’ la prima dell’anno – mi dicesti, / mangiala, porta bene” (Madre, da Uccello di passo).
E l’immagine materna ritorna ancora alla mente di Maffeo, nell’incanto del ricordo, allorché la rivede “giovane”, “seduta” “al sommo delle scale”, mentre tiene la sua “bimba in grembo” (Era mia madre, da Fabulario). Particolarmente efficaci ed incisivi suonano qui i due versi che concludono la poesia: “Da un porto non veduto / ancora salpa il suo saluto”. Ed altrettanto intensi ed efficaci sono i versi con cui egli delinea l’immagine del padre, ormai avanti negli anni: “Tardo si piega il fragile ginocchio, / la mano indugia al transito del nulla” (Padre, nella sezione Uccello di passo).
Trattando della tematica di Maffeo tesa ad esaltare il rapporto col prossimo non ci si può esimere dal ricordare una poesia di epoca più recente (appartiene infatti a Diciture, che è del 2006), intitolata Clochard. In essa con viva e umana simpatia viene tratteggiata la figura di un barbone il quale, “nel sentore dei vizi malandato”, “torna al pilone che gli è casa”, “nell’ora che la stella punge il buio / sopra i ponti della Senna”. Particolarmente significativi appaiono in questa poesia i versi della chiusa: “Lucenti sulla sponda della notte scrutano / le pupille in alto i segni, cercano ammicchi / di perduti regni, tracce che dicano le rotte”; qui lo sguardo del “clochard” pare rivolgersi al cielo, quasi nel desiderio di trovarvi un segno che gli dischiuda la via dell’Oltre.
L’aspirazione al Trascendente è d’altronde il motivo portante di tutta la poesia di Maffeo, la quale è soventemente pervasa da un senso di profonda religiosità, come confermano i versi: “Se mai peccò una volta (io non credo, / Signore), se mai peccò, mondalo / della scoria, tu conosci la sua storia” in Di guerra, di penuria, dalla silloge Diciture. E particolarmente significativa in proposito è anche la poesia L’indice srotola costellazioni, tratta sempre dalla stessa silloge, nella quale efficacissima risulta l’anafora: “Laudate / l’unico e il molteplice”; “Laudate / il visibile e l’invisibile” e “Laudate / il dicibile e l’indicibile”.
Tale senso d’intima religiosità ancor più chiaramente traspare dai due Oratorî, Lapidatio e Dal deserto, qui posti a conclusione del volume. Ne rappresentano una significativa riprova le parole del Priore, che introducono e chiudono il testo, costituito da un dialogo fra Elisabetta e il Battista. Citiamo di esse quelle che il Priore pronuncia in apertura, dove tra l’altro dice: “In quest’alba di martirio da molti anni io mi prostro in ascolto. Ecco che viene il rombo, già lo sento alle porte del cielo” e quelle che egli pronuncia in chiusura, quasi a suggellare con l’amore verso il prossimo la vera essenza del messaggio cristiano: “Il sangue ha frantumato le catene. Il sangue ha cancellato la menzogna. Il sangue ha fecondato la corolla. Il dono è nel donare. A piene mani, a pieno amore”.
Il profondo senso di spiritualità e la costante aspirazione al Trascendente che emergono da tutti i motivi esaminati (e dai molti altri che non abbiamo potuto qui prendere in considerazione) rappresentano indubbiamente la caratteristica precipua della poesia di Pasquale Maffeo. Tali elementi sono però sempre in lui intimamente legati ad un’assorta pensosità, dovunque affiorante dalla sua pagina, che lo porta costantemente a riflettere sul nostro destino e sul significato del nostro viaggio nel mondo. A conferma ci piace citare i versi: “Soli nella marea, cerchiamo un punto / dalle regole disgiunto, forse una fuga / il varco, lo squillo d’un approdo”, in Cerchiamo un punto e: “Pochi da vecchio conterai compagni, / cuori che seppero nel tuo mutilo l’urlo / dei pensieri, ritrose le parole, veri i lutti. / Andarono, ciascuno al suo destino”, in Non è perdita, entrambi da Diciture.
Non è certamente possibile (e ne siamo pienamente consapevoli) nel breve arco di una recensione, esaminare partitamene un volume che richiederebbe un ampio saggio critico. Non si può tuttavia sottacere il fatto che ovunque troviamo nella poesia di Maffeo lo stile alto che gli è proprio, sostenuto da quella sua non comune sapienza tecnica, che dà luogo a risultati di tutto rilievo. A lettura ultimata ci si accorge pertanto di aver incontrato un poeta limpido e schietto, che si presenta come uno dei più validi nel panorama della nostra poesia contemporanea; certo di quelli il cui nome è destinato ad essere ricordato negli anni.

Da “Pomezia Notizie”, Anno 19 n. 1, Gennaio 2011

Nostra sposa la vita

Ala d’uccello creatore ala plenaria,
falce d’aria circoncide le maree.

Molti sfiorano l’abisso incuranti
del taglio che poi mutila l’abbaglio.
Altri un velo ferito la lucerna
d’un convito hanno negli occhi.
Altri tendono orecchio al suono
labile dell’ora, gorgoglio che ripullula
e vanisce lungo i rantoli del tuono.

Nostra sposa la vita non ha inganni
Fedele se tu l’ami la ritrovi
in fondo agli anni, sullo scempio
compiuto il cuore nudo alla deriva
del suo giorno. Accettare bisogna,
nella fronte baciare la vergogna
a dire ciò che resta ciò che siamo.

Esodo

Vanno che ancora dormono i paesi
alle nere montagne. Ora non sanno
al deragliato giorno quale tumulto
addensi la ventura, ilari vanno
con il nudo cuore e la parola,
fiume di giovinezza nostro sangue.

Lasciano la ferita nella terra
che ci crebbe di rancure.
Fermi nella calura stanno i vecchi,
guardano il cielo senza voci
contano croci nel pensiero.

Uomini qui tenaci affondarono
lame, segni incisero profondi
nel costato delle valli.
Bianche sul verde di ventosi dorsi
ridono chiese dalla bella fronte.

Sale per alba il gorgo della luce,
scrutare ci dobbiamo. Tienila
nel palmo la vicenda che portiamo.

Onore del giorno

Danza la giovinezza nel suo fuoco, lotta
del sangue, mani voraci mani avvinte, baci,
sonno su petti devastati, linfa che si ridesta,
dritta foresta d’alberi che sale, pungente aroma
d’alba, nelle verdi criniere incenso d’ombre.
Furente oscura voluttuosa è giovinezza,
guardala cuore la terra che varcammo.

Anni di mezzo, vastità della pianura, festa
che dura riposata nei colori, il giallo l’oro
la vendemmia che matura, miele che odora,
bocca che assapora, plenitudine, coscienza.
Poi nel chiuso d’una stanza fronte ai vetri
avvizzisce la voglia nella ruvida tempesta.

Al cadere degli anni ecco la soglia, l’orizzonte,
placata immensità giace la sera sotto cielo
di smeraldo. Solo con la tua stella, tu consunto
nuotatore ti abbandoni all’abisso che ti porta.

Basta ai vivi

E chi di noi nel lume d’ametista
sull’onda del suo vento salperà che la memoria
(tutto porta d’una vita) non accenda fulgori
non gremisca la fronte dell’addio?

Divelti andiamo per l’ottobre alle colline
cuori che allo svanire della notte
stupefatti guardammo senza tempo le stagioni.

Ciò che transita redento, la nuvola rosata,
l’inverno dei pensieri, la sete dissetata,
ciò che il tempo si è portato, tutta riluce
a volte la vicenda nella vena che ci solca
nell’ala che balena nello scoglio che la chiama

Basta ai vivi una stella nel velario d’occidente
l’occhio che ride in fondo a un’altra infanzia.

Pasquale Maffeo

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