Liliana Porro Andriuoli

E’ recentemente uscita una nuova silloge di poesie di Rosa Elisa Giangoia, Sequenza di dolore (Rimini, Fara Editore, 2010, 13.00 €), nella quale l’autrice ricostruisce il precorso di una fase dolorosa della propria esistenza, quello della malattia e della morte del marito. Dopo tre romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1989; Il miraggio di Paganini, 2005), un prosimetron (Agiografie floreali, 2004) e un saggio di gastronomia letteraria (A convito con Dante, 2006), Rosa Elisa Giangoia si ripresenta al suo pubblico con questa quarantina di poesie che non avrebbe mai voluto scrivere, ma che si ha la sensazione che le siano sgorgate spontaneamente dall’animo, con sincerità e schiettezza.

A inizio di libro risuona ancora l’eco del ricordo dei molti momenti felici trascorsi insieme al marito (“siamo entrati dalla porta della gioia /nella casa diventata nostra”); momenti, però, durati troppo poco (“E ci siamo illusi / nelle nostre fabbriche di sogni / di rincorrere la vita fuggitiva”) e, come capita spesso, non goduti appieno, dal momento che sulla loro esistenza la Sventura era in agguato e ben presto avrebbe mostrato il suo terribile volto: “Ma la Gorgone / … / scrutava le nostre vite / e sotto il mare ci avvolgeva / nelle sue trecce di serpente”. E così è iniziata la sequenza dei giorni del dolore, quando entrambi, frastornati e “smarriti”, hanno dovuto prendere coscienza della nuova realtà ed affrontarla con grande forza d’animo: “La morte noi / l’abbiamo dovuta far entrare / in casa nostra un giorno / in cui si è presentata alla porta / per caso e all’improvviso / come nemico duro di pietra” e “alla morte / abbiamo dovuto lasciarle costruire / quel muro di pietre a secco / tra me e te / quando i nostri giorni / si sono vestiti di reticenza” (Significativa la costante presenza del verbo “dovere” in questo gruppo di poesie: “l’abbiamo dovuta far entrare”, “E io ho dovuto”, “Poi io ti ho dovuto dire”, “E tu hai dovuto imparare” e “abbiamo dovuto lasciarle costruire”).
E malgrado i giorni si siano “vestiti di reticenza” il dialogo fra Rosa Elisa e Mino è continuato, anche se muto e fatto soltanto di sguardi, fino al momento estremo: “L’ultimo mattino (era domenica) / io ti guardavo / e tu vedevi che io ti guardavo / e io capivo che tu te ne rendevi conto / e io vedevo che tu capivi che io ti guardavo / e io volevo oltrepassare lo sguardo, / finché tu vedesti il ricapitolarsi / del tuo vivere nel suo perdersi / e poi nessuno dei due vide più nulla, / con gli occhi della vita, / più nessun riflesso dei riflessi” (L’ultimo mattino (era domenica)).
Ed iniziava così un altro periodo estremamente doloroso per l’autrice, forse ancora più doloroso del precedente, in cui netta cominciava a farsi sentire la percezione della propria solitudine: “sono perseguitata / dai giorni che verranno / … / mentre una moltitudine / di pensieri variabili / si precipita nella mia notte / che volevo rimanesse con la tua”; “e non mi restava / che il vivere nell’assenza”.
Unico conforto all’estremo dolore del distacco rimane la fede nella sopravvivenza oltre la morte, che comporta la speranza di ritrovarsi un giorno al di là della Soglia: “E ora tu, / libero dall’ingombro di te stesso, / vai dove vuoi e dove devi / come farfalla perenne / che ha abbandonato il bozzolo / quando non serviva più, / mentre io semino ovunque il mio amore / perché ovunque tu possa trovarlo” (E ora tu); “Ma ora tu sei avanti, / molto avanti nel sapere / perché hai attraversato il filo della spada / e sai dove si va e che cosa c’è / oltre il suo taglio” (Ma ora tu sei avanti). (E’ da notarsi in questo gruppo di poesie la presenza dell’avverbio “ora” più volte ripetuto: “Ma ora tu”, “e ora avrai soltanto”, “ora che tu”, “forse per te ora irraggiungibile”, “E ora tu, / … / mentre io…”).
E rimane anche il ricordo dei momenti felici trascorsi insieme, che ora la mente recupera ed insegue, nel tentativo di far rivivere ciò che si è per sempre perduto: “Quando lotto con l’immaginario / per pensarti / in un dove e in un come / devo recuperare con il cuore / quell’azzurro che rapiva / sospeso sopra il mare / di Istanbul” (Quando lotto con l’immaginario).
Seppure il dubbio e la disperazione talvolta si affaccino e premano dolorosamente sull’anima (“Mi travaglia il timore di non riconoscerti / quando ti ritroverò / nel giorno della resurrezione / che io credo sicura”), ciò che prevale è la speranza di ritrovarsi insieme nell’Eternità: “Tu sarai di nuovo giovane, / per sempre nei vent’anni / dei tuoi capelli castani ondulati / e del viso disteso” (Mi travaglia il timore di non riconoscerti). Ed è per questa speranza che la nostra poetessa riesce a superare anche i momenti più cupi successivi al distacco. Nel suo percorso attraverso il labirinto del dolore ella può così intravedere una luce. Ed è una luce che salva.

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