Benito Poggio

Note sul linguaggio e sui contenuti poetici
nell’opera di Margherita Faustini

a cura di Benito Poggio

Sommario:
*Rapido excursus nella produzione poetica faustiniana – *Gli aforismi in “Agenda personale”, “Tirassegno” e “Momenti” – *La prosa di “Cielo di ardesia” – * Otto sillogi poetiche in breve: 1.“La collana dei giorni”, 2.“Porta antica”, 3.“Strada del mattino”, 4.“Presenze”, 5.“Posso giocare?”, 6.“Attimo primo”, 7.“Il sogno e la memoria”, 8.“Unico respiro” – *Appunti sull’ultima silloge poetica: “Opposte preghiere”.

*Rapido excursus nella produzione poetica faustiniana
“Le poesie, in ultima analisi, appartengono ai lettori, così come le case sono di chi ci vive, non di chi le ha costruite”: riporto, in avvio, questa citazione a giustificazione delle analisi critiche e delle interpretazioni non solo mie, ma non vorrei mai che assumesse, nel contempo, anche il tono di una excusatio non petita.
L’affermazione si trova nel saggio “The Art of Poetry” (“L’arte di far poesia”) e la fa il poeta inglese Ted Hughes (1930-1998), marito di Sylvia Plath (1932-1963), del quale, dallo stesso saggio, mi piace citare altresì un pensiero forte che, così mi pare, calza a pennello non solo per Margherita Faustini (1930-2009), ma per tutti coloro che sentono impellente il desiderio, o meglio l’intimo bisogno di esprimersi in versi: “Forse tutta la poesia, nella misura in cui ci commuove e ci mette in contatto con noi stessi, è rivelazione di qualcosa che il poeta non vorrebbe dire, ma che ha un disperato bisogno di comunicare, di tirare fuori…(omissis)…in realtà stiamo dicendo qualcosa che abbiamo bisogno di condividere con altri. Il vero mistero sta in questo strano bisogno. Perché non possiamo tenere tutto nascosto e tacere?”

È stato (ed è) proprio così per Margherita Faustini che, nella sua poesia, soddisfa primariamente, come detto, il suo impellente intimo bisogno di trasmettere, a tutti indistintamente, quel suo mondo interiore che – forse o quasi certamente – vorrebbe tener dentro di sé, tutto per sé, essendo nel contempo spinta a comunicarlo agli altri, a noi tutti, esprimendo – in aforismi, in prosa, ma in ispecie in poesia – ciò che prova e sperimenta nel suo animo, ciò che coltiva e pensa nella sua mente.
Nei suoi trentacinque anni di carriera poetica, Margherita Faustini, con l’avallo di Prefatori, a mio dire, significativamente importanti e che hanno saputo coglierne tutto il valore, non ha tenuto tutto nascosto né ha taciuto il suo “inner world” (quel “mondo interiore” cui s’è appena fatto cenno e che è perno del suo dire poetico), anzi ha sfornato ben (o solo?) tredici opere a scadenza di ogni due o tre anni (di rado ogni quattro):
– due di soli aforismi: la sua prima opera in assoluto nel 1973: “Agenda personale” e un’altra nel 1988: “Tirassegno”;
– in prosa la seconda in ordine di apparizione: una serie di racconti uscita nel 1975: “Cielo d’ardesia”;
– la terza, mix di aforismi e poesie, nel 1978: “Momenti”;
– quindi, in successione – dal 1980 al 2005 – otto raccolte di poesia: “La collana dei giorni” (1980), “Porta antica” (1983), “Strada del mattino” (1986), “Presenze” (1991), “Posso giocare?” (1994), “Attimo primo” (1998), “Il sogno e la memoria” (2002), “Unico respiro” (2005), e l’ultima – oggetto dell’incontro odierno – “Opposte preghiere” nel 2008, l’anno appena trascorso.
Posso fin d’ora accennare al fatto che tra gli spunti per una riflessione sulle tematiche prevalenti e più suggestive nella lirica di Margherita Faustini vi è quello definito nell’ultima silloge, certo con carica apotropaica, “inquietante enigma della morte” (come si legge da La rosa più in alto, a p. 55, in “Opposte preghiere”): si tratta di “Thànatos”, non in opposizione a “Eros”, ma – risolto nell’accettazione e nella preghiera – meditato ed esposto quasi come concetto filosofico-religioso, se non trascendente; ed infatti il tema della Morte è assai presente e serpeggia insistentemente e scientemente (oserei dire – sentendomi riecheggiare il suo “Requiem” – mozartianamente) in tutta la lirica faustiniana, così come, anche se con altre ben finalizzate mire, in quella petrarchesca.
Se alla Morte, intesa come “inquietante enigma” (ib.), non si adattano né chiaramente si possono applicare i numerosi, per non dire numerosissimi, versi di richiamo ad essa presenti in Petrarca (passim) nei “Rerum Vulgarium Fragmenta” (1) – “pietosa” (2), ma anche “in sua ragion sì rea” (3) – e neppure si adatta né si può applicare “Morte bella parea nel suo bel viso” (4) che chiude la prima parte nel “Triumphus Mortis”, bellissimo verso petrarchesco per Laura, definita in avvio “Quella leggiadra e glorïosa donna” (5), né il distico iniziale del sonetto CCCLVIII:

“Non po’ far Morte il dolce viso amaro,
ma ‘l dolce viso dolce po’ far Morte” (6),

nei versi della nostra poetessa non va intesa, la Morte, neppure come “tanatofobia”, cioè “orrore di morire” come echeggia in Adolescenza di sgomento e “Non piangevo/per la paura di morire” sussurrato in Gocce sul selciato, due testi tratti da “La collana dei giorni” nei quali orrore e paura, peraltro, sono sentiti e vissuti unicamente “in tempore belli”; e non va intesa neppure come semplice “imago mortis” come parrebbe nei quattro componimenti desunti da “Porta antica”: “L’uomo dimentica i morti” in Immutata scena o “la notte dell’uomo” che ripete il titolo stesso di La notte dell’uomo o “nessuna pietra/per la mia morte” in Cogne o il semplice “Scompare” detto dell’apparizione del padre come fantasma in Dinanzi a te. Per evocare ancora una volta il poeta aretino, così come per lui anche per la nostra poetessa “La morte è fin d’una pregione oscura” (7) e Petrarca – “pallida in vista, orribile e superba” (8) e “Crudele, acerba, inesorabil Morte” (9) – la descrive e invoca sovente, e costantemente l’ha davanti gli occhi.
Della Faustini mi limiterò qui a richiamare solo alcune delle definizioni – e sono davvero tante, anche da opere precedenti – cui ella ricorre per evocare l’“inquietante enigma della Morte”: quell’iter poetico faustiniano – “l’essere-per-la Morte” – di indubbio sentore heideggeriano che Gioanola aveva definito “il viatico esistenzialistico” ed io – a suo tempo – avevo classificato come “desiderio di vita in attesa della morte”.
E si va dal forte senso di morte collettiva “Hanno ucciso il mondo” (10) all’invocazione “Finirà mai/il tempo della morte…?” (11), agli auspìci “Venga pure la Signora/il volto coperto dal mistero” (12) o “Chiederò alla Signora/di concedermi l’ultimo sogno”: in Petrarca era “una donna involta in veste negra” (14); o ancora a “…i misteri del vivere e del morire” spiegati, in dolcissimi versi, al nipotino come l’andare del nonno “ in un paese lontano a mietere stelle…” (15) e infine, riferita a se stessa, l’essere attesa, “sulla linea dell’Oltre” (16) da colei, la madre (come non pensare a Ungaretti?), che nella veste di rinnovata guida, l’ha preceduta e con lei salire “alla nuova dimora” (17) per sentirsi raccontare “altre fiabe” (18) pur nella contezza che un colloquio a due, nell’Aldilà, non può aver luogo.
Riportando citazioni da “Opposte preghiere” (sulle quali ritornerò), termino chiarendo che – come già “l’ora del nostro ultimo respiro” (19), “linea da varcare” (20) e ancora sub specie di “inquietante enigma” – il gioanoliano “essere per la morte” si fa qui nella Faustini “rotolare verso la fine” (21) così che positivamente “Thànatos” – che “entra senza bussare” (22) – diventa “unico desiderio” (23) intensamente sentito e fortemente presente, “speranza d’eterno” (24), “volo alto,/oltre il visibile” (25), “immortale quiete” (26) e da ultimo, sentite, la chiusa di Unico desiderio (27), un testo già precedentemente richiamato:

“Affronterò con meno tremore
l’ultimo scalino
che discende nella valle
dell’immane silenzio”.

*Gli aforismi in “Agenda personale”, “Tirassegno” e “Momenti”
Margherita Faustini, suscitando attenzione e curiosità, si fa conoscere pubblicando per l’Editrice Liguria (Genova-Savona) una raccolta di soli aforismi in “Agenda personale” nel 1973; aforismi che, dato anche il pieno successo di questi primi, ripeterà nel 1988 in “Tirassegno” edito dalla ECIG di Genova e accompagnato da un’acuta prefazione della nota studiosa Graziella Corsinovi; mentre, dieci anni prima, nel 1978, aveva prodotto una raccolta mista di aforismi e poesie in “Momenti” per conto dell’editore Sabatelli (Genova-Savona), preceduta da una assai pregevole prefazione del mai dimenticato Remo A. Borzini, saggista, poeta e pittore di egregie qualità, prima personalità in assoluto presente qui al Liceo D’Oria e dal quale prese avvio la serie dei rinomati “Quaderni del D’Oria”.
Parlando di queste tre opere – e lo scrisse il critico e storico della letteratura Luigi Garbato proprio sul n° 6 dei Quaderni del D’Oria “Incontri con 4 donne: 2 scrittrici, due ai vertici” – si tratta di “111 folgorazioni con le quali l’autrice percorre il nostro vivere, spesso convulso e caotico” tal che per lei la Politica è vista come “una scalata agli intrallazzi” grazie alla quale “l’illecito è la chiave del successo”; la Cronaca nera suona come “la libera tribuna dei misfatti”; e sempre Garbato coglie opportunamente “l’andamento ficcante del versetto biblico” quando la Faustini asserisce: “Adamo: l’unico uomo che non aveva nemici, tanto fece che si inimicò Dio”. Ma sentite – lo afferma ancora il critico citato – quanto “tragicamente vero” sia il contenuto che la poetessa esprime nei due aforismi riportati qui di seguito: “Caino e Abele: inizio della convivenza” il primo, il “Diavolo: leader della maggioranza” il secondo; e, pensiero e concetto sempre presente nella sua mente, definisce la “Morte: unico estuario della vita” e – sempre secondo il nostro critico – una frase “tremendamente vera” cioè “Siamo tutti selvaggina della morte”, completata da quell’altra “drammaticamente enigmatica” che segue: “Nel morire è il seme della vita: l’uomo eterno sarebbe senza futuro” che, in anticipo sui tempi, la diceva lunga sulle tante odierne pretese di… eterna giovinezza.

*La prosa di “Cielo di ardesia”
Nel 1975, per i tipi dell’editore Sabatelli (Genova), dà alle stampe la prima edizione (la seconda edizione, curata da Le Mani di Recco (Genova), uscirà nel 2003) di una serie di racconti titolata “Cielo di ardesia”, che si giova di una attenta e plausibile prefazione a cura di Pino Boero. Nel n° 6 dei Quaderni del D’Oria già citato, con un’analisi di oltre trenta pagine a cura mia e di Garbato (ma che, unitamente alle mie recensioni apparse sul mensile “Gazzettino sampierdarenese”, chissà perché, non è mai riportato tra gli interventi critici che riguardano l’autrice), proprio io scrivevo che “una Faustini adolescente si misura con la tragedia immane e insensata della guerra (si tratta della II Guerra Mondiale)”. E la mia analisi (che tutt’oggi approvo e condivido) proseguiva così: “La guerra è qui ricordata e rivissuta con tremebondo sgomento di un essere non ancora in grado di capire a fondo, ma già in grado di soffrire; i fatti bellici – narrati e visti con gli occhi di una Margherita adolescente – mi parvero (e, aggiungo, sono) di una bellezza lancinante e dolorosa, atta a rammentare agli uomini i mali e le tragiche e perverse conseguenze della guerra, ma ahimè – e lo vediamo oggi (scrivevo nel 1999, ma è vero, purtroppo, anche nel 2009!) – non atta a far sì che gli uomini non ricadano più in tali orrori”.
In un testo poetico di “Porta antica”, anni dopo, l’autrice esprimerà e riassumerà come segue le tragiche e perverse conseguenze della guerra:

“Città massacrata dalle bombe
Sotto un cielo stupefatto.
Stelle di gelida luce
Tra dirompenti
Lingue di fuoco.

Sulla mia adolescenza
cadde
la notte
dell’uomo.”

Su proposta della stessa autrice, dell’opera “Cielo di ardesia”, ch’io ritenevo (e tutt’oggi ritengo) pedagogicamente valida e altamente educativa, curai personalmente il corredo didattico per farne un testo di letture scolastiche, com’era in uso in quegli anni; fu a causa di un rappresentante della nota casa editrice che s’era impegnata a pubblicarlo e diffonderlo, se non disonesto certo pasticcione, che la cosa fallì.

*Otto sillogi poetiche in breve: 1. “La collana dei giorni” (1980), 2. “Porta antica” (1983), 3. “Strada del mattino” (1986), 4. “Presenze” (1991), 5. “Posso giocare?” (1994), 6. “Attimo primo” (1998), 7. “Il sogno e la memoria” (2002), 8. “Unico respiro” (2005).

1) Nel 1980 fa uscire la silloge poetica “La collana dei giorni” , pubblicata da Liguria Edizioni Sabatelli (Genova), con prefazione dell’insigne critico e poeta Aldo Capasso, che aveva tra l’altro ricevuto la nomination per il Nobel e che, di contro a futili e incomprensibili sperimentalismi, con Remo A. Borzini e altri noti letterati aveva dato vita al movimento di “Realismo lirico” all’insegna di una poesia musicale e armoniosa, chiara e nitida. Ebbene Capasso, parlando di “ispirazione poetica nitida”, afferma che nella poetica della Faustini “la tensione intellettuale è forte … e la parola vibra, per chi la sa ascoltare”. In particolare in Silenzio la poetessa osserva – liricamente, ma in veritate – che

“la collana dei giorni
s’è spezzata dentro”.

Evidenziato in Stanchezza, nella silloge serpeggia, a mio parere, un pessimismo storico (“nel caos della storia”) ed esistenziale (“dare un senso all’uomo”), addolcito da una larvata fiducia di consistenza mistico-religiosa là dove, in Ricordo del padre, sostiene che “l’angoscia si placa nella preghiera”.

2) La silloge “Porta antica” è del 1983; stampata dalla Microlito Editrice di Recco (Genova), si avvale di una efficace e circostanziata prefazione della notissima scrittrice Elena Bono (anch’essa fu presentata qui al D’Oria dal critico e poeta Elio Andriuoli), secondo la quale – in quest’opera, da lei definita “poesia di ricerca e di attesa” – emerge “la personale ed universale esperienza della condizione umana”: c’è la guerra che, proprio attraverso “la porta antica” dei ricordi, “si spalanca alla memoria” (così si legge nel testo eponimo Porta antica); ci sono i bimbi vittime dell’odierna strage degli innocenti e in Il pianto dei bimbi si legge “la loro agonia è soltanto dolore”; c’è, in chiusura, il bel componimento Liguria descritta con commovente e lirica partecipazione tra “Ulivi arruffati… Colline scoscese… case linde e taciturne”.

3) “Strada del mattino”, edito nel 1986 dalla EMMEE di Recco (Genova), vanta una dettagliata e adeguata prefazione del critico e saggista Francesco De Nicola, profondo conoscitore della poesia ligure, il quale a ragione inserisce la Faustini nel “ricco filone dei poeti liguri di ispirazione cristiana”: si pensi ad Angelo Barile, ma anche ad Alessandra Capocaccia e alla stessa Elena Bono. La problematicità è il fulcro della poetica faustiniana e in questa silloge l’autrice affonda il suo poetico stiletto metaforico nella carne sofferente dell’uomo “con lo scompiglio nel cuore” come si legge in Torno da lontano, ricercando in alto aiuto e sostegno al fine di non sentirsi più “una barca senza remi” così in Spiaggia deserta o in “viaggio senza orizzonti” nell’omonimo testo poetico. E una stazione, i binari, un treno costituiscono tutti un palese richiamo al viaggio “alla sorgente dell’uomo” alla ricerca – attraverso la morte, o meglio il senso della morte che serpeggia anche in questa silloge – del “bàndolo della vita” come si legge proprio in Strada del mattino, testo eponimo con dedica all’insigne Aldo Capasso, della Faustini estimatore ed amico.

4) “Presenze” è una raccolta del 1991, edita anch’essa, come la precedente, per i tipi della EMMEE di Recco (Genova) e arricchita dalla preziosa prefazione del sensibilissimo e acuto poeta Giovanni Cristini, già direttore della prestigiosa rivista “Ragguaglio librario”. La chiave di lettura dell’opera, titolata come detto “Presenze”, ce la fornisce proprio Cristini quando scrive che leggendo la poesia della Faustini si ha l’impressione ch’ella “non distingua più bene ciò che è al di qua e al di là del tempo, se il tempo ha un di qua e un di là, perché, per virtù di poesia, tutto ridiventa presente nella sua anima”. Anche qui le tematiche faustiniane di sempre, e cioè: ricerca e attesa, angoscia della quotidianità, desolazione della solitudine, tempo (da intendersi come “il caos della Storia” che tutti ci macina) e morte, qui – come capiterà anche altrove – vista come

“La Signora (che) col viso nascosto
tra le mani rugose,
immobile attende”.

5) “Posso giocare?”è apparso nel 1994 con prefazione di Franco Lanza, postfazione di Giovanna Castelli e nota didattica di Armando Fossati, curato dalla Microart’s Edizioni di Recco (Genova). Margherita Faustini, fuor di dubbio una delle più assodate presenze poetiche in una Genova culturalmente apatica e afasica, tutta tesa com’è a produrre… “palanche”, donò l’intero ricavato del piccolo e prezioso libretto, contenente una ventina di composizioni, all’UNICEF in favore di tutti i bambini del mondo per mano della Prof.ssa Luciana Bisio, al tempo Preside dell’Istituto Tecnico “Vittorio Emanuele”, nel 150° anniversario di fondazione.
Il titolo si rifà al gioco, che (così lo definisce anche Platone!) è l’attività più ambìta e più creativa che il bambino espleta per imparare e conoscere; attività che, in genere, è la più osteggiata e la più avversata da parte degli adulti. Andrea, al quale è morto il nonno, pone gli adulti di fronte alla propria realtà infantile e dice: “Ho finito di piangere, posso giocare?” È come se Andrea, che rappresenta tutti i bambini, lanciasse – così la penso io – l’interrogativo: “Posso continuare a vivere la mia infanzia?” È la morte del nonno, che è un po’ l’anello mancante nella vita di ogni bambino allorché si verifica, che determina e segna il filo rosso di questa raccolta che, volutamente, pone l’infanzia al centro dell’attenzione e di fronte ai problemi della vita, tra i quali c’è inevitabilmente la morte:

“…i misteri del vivere e del morire”.

Così come, per spiegare la morte del nonno, la Faustini usa dolcissimi e indimenticabili versi:

“È andato in un paese lontano
a mietere stelle…”.

La Faustini, maestra dell’aforisma e creatrice di una poesia connessa al fatto concreto che dalla vita si origina, non coinvolge qui un’infanzia né astratta né deamicisiana, ma un’infanzia che accomuna – in Marco, Andrea e Daniele – tutti i bambini del mondo. Nelle sue poesie la Faustini fa riflettere gli adulti inchiodandoli alle loro responsabilità: pertanto nel verso “i grandi non sanno più ascoltare”, come non darle ragione? Ma il messaggio finale è ottimistico: “la madre spalanca la porta e la illumina”, dove “la” sta per “stanza” (metafora dell’infanzia), che gli adulti, spesso, rendono “chiusa e buia”.

6) “Attimo primo”, pubblicato nel 1998 da Microart’s, Recco-Genova, si fregia di una prefazione diligente e scrupolosa dello studioso e critico Elio Gioanola, il quale coglie una peculiare “nudità di accenti …desolatezza di constatazioni” in un’ opera sicuramente più articolata e complessa delle precedenti. Ma qui e là, tuttavia, la Faustini perde gocce di ottimismo calato nella memoria o dedotto dai ricordi e, comunque, insolito e per lei non usuale. E anche l’iter poetico faustiniano “l’essere per la morte” di provenienza heideggeriana – e che il Gioanola definisce anche “il viatico esistenzialistico” – a me pare sia, rispetto alla precedente opera, addolcito, quasi lenito da quell’invocarla, la Morte, in modo nuovo:

“Venga pure la Signora
il volto coperto dal mistero”
oppure
“chiederò alla Signora
di concedermi l’ultimo sogno”.

La silloge, suddivisa in cinque sezioni, chiarisce in modo esplicito l’iter poetico che, al presente, informa la nostra autrice fin dai titoli delle sezioni stesse:
I – Strana attesa: qui il campo è immerso nel ricordo e nella memoria proiettati nell’oggi; ricordo-memoria-oggi danno sostanza alla storia dell’uomo.
II – Randagi nella notte: la poesia eponima rivive con largo anticipo gli spaventosi spettacoli che la tragedia della guerra continuamente ci ha proposto, ci propone e non cessa di proporci.
III – Mai nessun segno: c’è tutto il vigore della ricerca di un Dio che sta scivolando via dai cuori e che non dà risposte; qui la religiosità è dramma interiore, ma non di apparato esteriore.
IV – Prima dell’inizio: sonda il dramma dell’inutilità o del sentirsi inutili (“aver scritto pagine su pagine” a che pro?), del “travaglio senza fine”, dello sgomento di fronte all’ignoto: grossi problemi che portano il poeta a gridare il suo “horror vacui”.
V – Dopo l’inizio: i temi si fanno più pacati, il poeta si “dondola in un’amaca/appesa alle nuvole” a dire che, se non la pace interiore, almeno la quiete l’ha raggiunta come distacco dalla terrestrità: e si sente “ombra generata dall’amore”. Quella di “Attimo primo” è una poesia ricca di profondità, pur nell’apparente semplicità del dire: insomma la Faustini è poetessa che vuole, prima di tutto, essere capita e farsi capire.

7) La silloge poetica “Il sogno e la memoria”, pubblicata nel 2002 da Le Mani editrice di Recco (Genova), è suddivisa in quattro sezioni: “Rinnovato inizio”, “La memoria”, “Messaggio” e “Il sogno” per un totale di trentatrè componimenti; ha potuto avvalersi della prefazione del poeta Roberto Pazzi in efficace sintonia col pensiero poetico che valuta, in un’edizione agile e accurata, impreziosita in copertina da un olio di Stefania Beraldo, “Alberi in controluce”, così straziantemente affini a queste liriche. Occorre dire subito che, avendo svolto per lungo periodo la duplice attività di giornalista e di critico, la Faustini, è “donna di pensiero e di parole” e nella presente raccolta, che vuol essere l’ennesimo tentativo (a mio parere riuscito) di “scrivere il libro duraturo”, pur non perdendo mai di vista l’essenzialità dell’aforisma, torna a dispiegarsi nel territorio privilegiato della poesia, un linguaggio a lei “naturalmente” congeniale, e lo fa muovendosi speditamente tra termini filtrati e soppesati ed esprimendosi con “sofferta pacatezza” , in canti, dice lei, “intonati alla mia malinconia”, ove, in parte almeno, il sentore e le atmosfere sono insieme quelle del poeta di Recanati (anche perché “le ginestre ravvivano la roccia” e perchè l’autrice si sente “Atomo del creato”) e del cantore di Barga (con quegli avvii, tanto per fornire due esempi tra altri, “Alla cena di Natale/il camino acceso” e “I defunti si incontrano a sera”). E, negli echi di altri grandi che, peraltro, non intaccano l’originalità dell’ispirazione faustiniana, l’onda poetica universale l’avvolge e la trasporta anche sulle orme dantesche (“vanità che par persona”, Inf. VI. 36.) in Madrina di cresima, in cui canta “abbracciai il vuoto/del sogno svanito” e pur sulle tracce ungarettiane (“La morte/si sconta/vivendo”) nel finale di L’ora dell’addio ove, ispirata, sussurra: “Gli dirà che la morte/ricompensa la vita”. A ben intendere, tuttavia, “Urlo il mio sgomento./Scossa dalle mie stesse grida/torno rassegnata alle angosce di sempre” e “lacerata dal dubbio e dal declino” sono versi-chiave per comprendere quanto, in questa silloge, si tocchi, e in più occasioni, anche il fondo (o la feccia?) del pessimismo faustiniano, specie (o ancor più) là in quei versi in cui la poetessa ha la percezione che la sua rotta punti “verso la terra del silenzio” e vede che la sua strada, sempre più breve, quasi foscolianamente aggiungo io, “porta all’ombra dei cipressi”, qui non custodi solenni e pacati, né carduccianamente “alti e schietti”, bensì insidiati e agitati dal vento (cfr. “La voce del mare”). Ben lontana da ogni vacuo sperimentalismo, da sempre la Faustini porge versi luminosi per chiarezza e melodiosi per musicalità, che chiunque può comprendere e meditare. Dal suo pessimismo, ad ogni buon conto, la poetessa si risolleva in parte affondando nel sogno, “schermo della vita” e camminando, grazie alla memoria, “sull’orlo del futuro/ricordando il passato”, in grado così – “nel prodigio di una rinascita che non conosce età” – di ritrovare, “il magico stupore dell’infanzia”.

8) “Unico respiro”, stampata a cura di Il Libraccio Editore (Genova), è una raccolta che risale al 2005 tutta dedicata alla figura della madre, con la quale la figlia per il tramite di intimi e strettissimi legami filiali ha vissuto intensamente tanto la giovinezza quanto l’età matura. E viva e vigorosa è la polisemica significazione del titolo “Unico respiro”: per me vale specialmente a intendere che madre e figlia hanno condiviso ieri (con la madre in vita) e continuano a condividere ancor oggi (che la madre non è più al suo fianco) un’unica anima: ut duo unum sint. Con ben trentasei composizioni la Faustini intesse una vera e propria ghirlanda di lodi, tanto tenere e commoventi quanto concrete e sintetiche, a venerazione e in onore della donna – “tanto grande e che tanto vale” (per parafrasare chi lo disse della Vergine, Madre delle madri) – che per lei, quale figlia, nella sua qualità suprema e impareggiabile di madre, è stata non solo guida doviziosa di consigli per meglio affrontare la vita, ma altresì difesa sicura dalle avversità piccole o grandi che fossero. Agli “amorevoli rimproveri” della madre, che la figlia fa intendere di aver sempre benevolmente accettato, fa riscontro – causa dell’“agghiacciante solitudine” per essere figlia unica – la mancanza di una sorella con la quale “condividere il suo dolore”. Per tutte le composizioni risuona un empito religioso fondato sulla sacralità del rapporto “madre-figlia” che, se troncato sulla terra, può essere riallacciato “nell’ora della Resurrezione”, una volta che siano superate le “effimere vicende terrene”, nella nuova “dimora/radicata nell’eterno”.

Appunti e notazioni sull’ultima silloge poetica: “Opposte preghiere”.

*Premessa
– Nel 2008, anno trascorso da appena due mesi, Margherita Faustini s’è presentata al suo pubblico e ai lettori che già la conoscono con la silloge “Opposte preghiere”, pubblicata da Le Mani, pregevole casa editrice con sede a Recco (Genova). L’edizione, assai accurata, riporta in copertina una maternità di Adelina Zandrino ed è corredata di prefazione e postfazione: ampia e circostanziata la prima a firma di Giovanni Càsoli (noto critico letterario, autore di alcuni testi fondamentali quali, per citarne due, “Da Dante a Petrarca” o “Dio in Leopardi”) e pensosa e oltremodo meditata la seconda del rumeno Stefan Damian (docente di Letteratura Italiana all’Università di Cluj Napoca e traduttore in rumeno di svariati poeti genovesi, tra i quali Bruno Rombi, Elio Andriuoli, Guido Zavanone, Rosa Elisa Giangoia e altri).
La raccolta porta un titolo metafisico, tutto da interpretare perchè il canto lirico della Faustini si muove fra terra e cielo come le sue (e nostre) “opposte preghiere” (testo eponimo, p. 65) che la poetessa (qui fattasi voce dell’umanità intera) intesse e innalza tra speranza e disperazione, ottimismo interiore e sconcerto per ciò che nel mondo accade. L’opera si sviluppa per sessanta composizioni ed è suddivisa in tre campi lirici: “Tempo interiore” in 26 (p. 9), “Le storie” in 22 (p. 37) e “La Storia” in 12 (p. 61); e, senza voler fare una scelta di merito fra i sessanta testi, due sono i testi che, a mio modo di sentire, la contrassegnano nella direzione appena proposta: quello eponimo di “Opposte preghiere” (p. 65) e quello di chiusura “Vergine Maria” (p. 73) di cui dirò.

*Tempo interiore
– Il “Tempo interiore”, il primo campo lirico, è quello vissuto dalla poetessa, che si autodefinisce “un’anonima comparsa” (p. 10) “in un immenso teatro vuoto” (p. 33) con sullo sfondo “cortei di funeste ombre” (p. 14): come non ripensare alle identificazioni di stampo scespiriano “walking shadow” (ombra vagante) in Macbeth e “All the world’s a stage” (tutto il mondo è un palcoscenico) in As You Like It? E c’è da dire che il “tempo interiore” (p. 9) della Faustini trascorre, vive e si consuma tra sogni e incubi da interpretare come Enigmi (della vita p. 18, del sogno p. 35, della morte p. 55), e, prima di superare “la linea da varcare” (p. 65), “rotolare verso la fine” (p. 17) “nell’oscuro silenzio” (p. 19) o “nell’inesorabile silenzio” (p. 28) “nella città/senza tempo e misura” (p. 65) dopo però che l’autrice, precipitata “nel frastuono della vita” (p. 12) o “nel fragore del mondo” (p. 58), ha trascorso il tempo della sua vita tra aspirazioni e mire alla conquista “dell’intima armonia dell’essere” (p. 11) fino “all’immortale quiete” (p. 12), tra desideri e ansie di annullamento nella Morte: Thànatos, come meta cui aspirare – al pari del Petrarca “fin d’una pregione oscura” (nota 7) – e non come paura incombente da evitare; se mai, come dice la poetessa, preordinata ad assumere la veste di “inquietante enigma” (p.55). Tra richiami e speranze, per un viaggio “oltre il visibile” (p. 33), si delinea la rivalutazione redentiva “dell’unico, ininterrotto viaggio” (ib.) della poetessa: i suoi richiami e le sue speranze non sono gridate, ma si essenziano quale “inner epiphany” (epifania interiore) all’insegna di una “speranza d’eterno” (p. 25) sentita e intimamente coltivata nella preghiera, che vuol dire poi “nel suo stesso bisogno di Lui” (ib.) cui “elevare la preghiera” (p. 58).

*Le storie
– “Le storie”, che costituiscono il secondo campo lirico, a mio avviso assumono, proponendo una gamma di personaggi, quel senso scespiriano per cui “All the world’s a stage/and all the men and women merely players”, vale a dire “tutto il mondo è un palcoscenico/e gli uomini e le donne sono tutti attori”: la Faustini li passa in rassegna e li qualifica come “gli altri” (p. 38), tutti “compagni del nostro incerto andare” (ib.), ignari “dell’ora dell’ultimo respiro” (p. 59). E qui i vari personaggi descritti dalla poetessa e che recitano la loro parte (in Shakespeare le parti erano sette) sono:
– “il bambino” (piangente, che seppellisce il passerotto che ha calpestato senza volere, p. 39; o che, fatto adulto e divenuto gobbo, ripensa a quand’era “in braccio al padre”, p. 44; o che promette a se stesso “di voler diventare un bimbo ubbidiente”, p. 46; o ancora che “porge l’aquilone”, p. 50, al pellegrino perché possa raggiungere il suo “definitivo traguardo”, ib.);
– “il ragazzo” (che, tra “il prodigio della nascita”, p. 55 e “l’inquietante enigma della morte”, ib., ricorda le sue “prime spine”, ib.);
– “la donna” (che si riordina per affrontare “il primo giorno nell’Eternità”, p. 40);
– “la madre” (che “Inseguita dalla solitudine/s’asciuga in fretta le lagrime”, p. 42, perchè “il figlio ribelle”, ib., se n’è andato via);
– “l’uomo” (che porta con sé solo il suo bagaglio di “cupi pensieri”, p. 43; o che, “ricco e famoso”, p. 54, tale “vuole apparire/anche tra i defunti”, ib.; o che, vanesio come un “manichino”, p. 60, “si dibatte nel vuoto di se stesso”, ib.);
– “il vecchio contadino” (che “giocava coi bambini”, p. 45; o che sogna “un paese di soli bambini”, p. 48: ricorda da vicino quel “toy-world” di “Spoon River Anthology”; o per il quale, “estraneo alla vita”, p. 52, ormai, “La morte entra senza bussare”, ib.);
– “il clochard” (che ha scelto di “coricarsi ai margini della strada”, p. 53; o di vivere “sdraiato sulla panchina della stazione”, p. 56);
– e l’immagine felliniana di “una fila di seminaristi”, p. 58, in preghiera a confronto con “una scolaresca” vociante, ib.).
Come s’è visto tanti personaggi, tante forme di vita e tanti modi di affrontarla. Queste sono “Le storie” di Margherita Faustini.

*La Storia
– “La Storia”, terzo campo lirico, ci fa rivivere grandi tragedie e i drammi del nostro tempo, rinfacciandoci il nostro comportamento piratesco: dalle giovani vittime della “lotta partigiana” (pp. 62-63) ai bambini “consumati dalla fame” (p. 64), dagli sbarchi clandestini delle “persone straniere” (p. 65) alla “tragica visione” (p. 66) e alla nostra “epoca/incendiata dall’odio” (p. 67), dall’“eccidio di bambini/nella palestra dell’orrore” (p. 68; chi non trema al ricordo dell’episodio della Cecenia?) alla “pace vinta/dalla smania di dominio” (p. 69), al “rombo della devastazione” (p. 70) – la guerra vissuta dall’autrice – che ha “sfigurato la sua adolescenza” (ib.), ha reso “desolata la vecchiaia” (ib.) e continua a mietere vittime tra “i bambini” (p. 72), alla tragedia di “Manhattan” (p. 71), evitabile solo con “la dottrina dell’amore” (ib.).
Dicevo all’inizio dei due testi che contrassegnano l’opera:
– in “Opposte preghiere” (p. 65), quello eponimo, si rivive anche l’odierno viaggio dei clandestini (“persone straniere”, ib.) verso “la linea da varcare” (ib.) che lanciano “opposte preghiere” (ib.) e, inascoltata, la loro “invocazione d’aiuto” (ib.) prima di giungere “nella città/senza tempo e misura” (ib.) che suona come l’interpretazione esatta e piena dello scespiriano “the country from whose bourn no traveller returns” (“il paese sconosciuto dal quale nessun viaggiatore – che sia o no clandestino – fa mai ritorno”);
– in “Vergine Maria”, giusta conclusione della vicenda storica, ispirata e composta sulle orme di Dante e Petrarca, la Faustini, autentica e nuova vox clamantis in deserto (28), innalza, per tutta l’umanità, la sua preghiera alla “Vergine” (p. 73), il cui “pianto misericordioso” (ib.) può davvero incontrare “lo sguardo di Dio” (p. 72) e rendere “visibile/ il Suo pianto di Padre” (p. 68).
Mi piace ricordare che, nella sua prefazione, Càsoli la colloca “degnamente tra le più belle poesie del ’900 alla Madonna”, p. 8, e che, nella sua postfazione, Damian annota con acutezza interpretativa: “i versi riverberano un’infinita tristezza per la condizione dell’uomo, riscattata però dalla fede in Cristo” (p.79).

*Conclusione
Anche se molto si è scritto e molti hanno scritto del dire poetico di Margherita Faustini, l’analisi dalla quale non si può affatto prescindere è quella curata, si può dire?, quasi religiosamente da Liliana Porro Andriuoli in “La ricerca del trascendente nella poesia di Margherita Faustini” (Le Mani, Recco-Genova, 1999): ricerca del trascendente viva e attuale, come s’è potuto constatare, ma altresì permanente e palese anche in questa sua ultima meritoria e non piccola fatica poetica.
Aggiungo, in conclusione, che per Margherita Faustini pare che gli anni non passino mai (anche se, essendo uno dei suoi temi più frequenti e insistenti, quasi per contrappasso o in opposizione all’infanzia, parla spesso di vecchiaia): il suo cuore e la sua mente sono e restano giovani, frizzanti, ricchi di intuizioni liriche sempre rinnovate, pur nella continuità di intenti.
Permane in lei la delicatezza infantile dei puri sentimenti infantili, ovvero “l’incantevole sogno dell’infanzia/mai sfumato” (p. 15); e “infanzia” (29), unitamente a “silenzio” (30) e “luce” (31), sono tre tra i numerosi vocaboli fondanti posti (e rintracciabili) all’interno della silloge, che si incontrano e delineano una sorta di rivolo semantico di particolare valore.
E se nella vecchiaia si annidano da un lato speranze simili a “tremule fiammelle/insidiate dal vento” (p. 14), dall’altro per la Faustini la vecchiaia va intesa anche come una sorta di magico bozzolo che ha il doveroso compito di custodire l’infanzia e i suoi ricordi; mentre silenzio e luce sono due termini sine qua non e dai quali non si può derogare perchè demarcano e contraddistinguono quell’intimo iter (“Tempo interiore” (p. 9), lo chiama lei) verso la trascendenza rintracciato in Margherita Faustini e criticamente prospettato da Liliana Porro Andriuoli.

NOTE:
(1) da Francesco Petrarca, Rerum Vulgarium Fragmenta:
1. “un sol conforto, e de la Morte, avemo”, IX, v. 11.
2. “che per mia Morte”, XI, v. 13.
3. “Morte po’ chiuder sola a’ miei penseri”, XIV, v. 5.
4. “Così davanti ai colpi de la Morte/fuggo”, XVIII, v. 9.
5. “Morte mi s’era intorno al cor avolta”, XXII, v. 95.
6. “chiamando Morte, e lei sola per nome”, ib., v. 140.
7. “Quanto più m’avicino al giorno estremo”, XXXII, v. 1.
8. “(begli occhi)/ ne’ quali Amore e la mia Morte alberga”, XXXIX, v. 2.
9. “ma perché ben morendo onor s’acquista”, LIX, v. 15.
10. “che questo è ‘l colpo di che Amor m’à morto”, LXXIII, v. 90.
11. “questi avea poco andare ad esser morto”, LXXVI. V. 14.
12. “che di vostro fallir Morte sostene”. LXXXIV, v. 2.
13. “ch’è bel morir mentre la vita è destra”, LXXXVI, v. 4.
14. “ben vedi ormai sì come a Morte corre”, XCI, v. 12.
15. “che vi può dar, dopo la Morte ancora”, CIII, v. 13.
16. “(l’antiquo valore) ne l’italici cor non è ancor morto”, CXXVIII, v. 96.
17. “egualmente mi spiace e Morte e vita”, CXXXIV, v. 13.
18. “ché ben po’ nulla chi non po’ morire”, CLII, v. 14.
19. “mille volte il dì moro e mille nasco”, CLXIV, v. 13.
20. “mio ben, mio male, e mia vita e mia Morte”, CLXX, v. 7.
21. “li occhi suoi da mercé, sì che da Morte”, CLXXXIII, v. 7.
22. “e s’a Morte pietà non stringe ‘l freno”, CLXXXIV, v. 12.
23. “ch’altri che Morte od ella sani ‘l colpo”, CXCV, v. 13.
24. “che Morte sola fia ch’indi lo snodi”, CXCVI, v. 14.
25. “dove è chi Morte e vita inseme, spesse”, CXCVIII, v. 7.
26. “dritto a Morte m’invia”, CCVI, v. 15.
27. “Di mia Morte mi pasco e vivo in fiamme”, CCVII, v. 40.
28. “pianto, sospiri e Morte”, ib, 96.
29. “regnano i sensi, e la ragion è morta”, CCXI, v. 7.
30. “sol Amor e Madonna e Morte chiamo”, CCXII, v. 11.
31. “parente de la Morte, e ‘l cor sottragge”, CCXXVI, v. 10.
32. “Amor, e così preso il mena a Morte”, CCLIII, v. 4.
33. “L’alma, cui Morte del suo albergo caccia”, CCLVI, v. 9.
34. “parlan di me dopo la Morte, è un vento”, CCLXVI, v. 69.
35. “ché co la Morte a lato”, CCLXIV, v. 134.
36. “Madonna è morta ed à seco il mio core”, CCLXVIII, v. 4.
37. “che pur morta è la mia speranza, viva”, ib., v. 52.
38. “Ma poi che Morte è stata sì superba”, CCLXX, v. 69.
39. “Morte m’à sciolto, Amor, d’ogni tua legge”, ib., v. 106.
40. “Morte m’à liberato un’altra volta”, CCLXXI, v. 12.
41. “e la Morte vien dietro a gran giornate”, CCLXXII, v. 2.
42. “non basta men ch’Amor. Fortuna e Morte”, CCLXXIV, v. 2.
43. “e Morte la memoria di quel colpo”, ib., v. 10.
44. “Morte biasimate, anzi caudate Lui”, CCLXXV, v. 12.
45. “Questo un, Morte, m’à tolto la tua mano”, CCLXXVI, v. 9.
46. “che Morte à tolto, ond’io la chiamo spesso”, CCLXXXI, v. 8.
47. “Discolorato ài, Morte, il più bel volto”, CCLXXXIII, v. 1.
48. “non pur mortal ma morto, ed ella è diva”, CCXCIV, v. 4.
49. “come Morte che ‘l fa: così nel mondo”, CCCII, 13.
50. “Quel foco è morto e ‘l copre un picciol marmo”, CCCIV, v. 9.
51. “Morte ebbe invidia al mio felice stato”, CCCXV, v. 12.
52. “Ai, Morte ria, come a schiantar se’ presta”, CCCXVII, v. 7.
53. “ch’a lo stil, onde Morte dipartille”, CCCXXI, v. 7.
54. “Ai, dispietata Morte, ai crudel vita”, CCCXXIV, v. 4.
55. “quella per ch’io ò di morir gran fame”, CCCXXV, v. 110.
56. “canzon mia, spense Morte acerba e rea”, ib. 111.
57. “o crudel Morte; or ài ‘l regno d’Amore/impoverito”, CCCXXVI, v. 2.
58. “i’ chieggio a Morte incontra Morte aita”, CCCXXVII, v. 6.
59. “mie speranze sparte/à Morte, e poca terra il mio ben preme”, CCCXXXI, v. 47.
60. “ché Morte al tempo è non duol, ma rifugio”, ib., 63.
61. “odiar Vita mi fanno e bramar Morte”, CCCXXXII, v. 6.
62. “Crudele, acerba, inesorabil Morte”, ib., v. 7.
63. “e ripiegando te, pallida Morte”, ib., v. 29.
64. “Morte m’à morto, e sola po’ far Morte”, ib., v. 43.
65. “che Laura mia potesse torre a Morte”, ib., v. 50.
66. “e però mi son mosso a pregar Morte”, ib., v. 58.
69. “che già forse le piacque, anzi che Morte”, ib., v. 65.
70. “prego che ‘l pianto mia finisca Morte”, ib., v. 75.
71. “La sciato ài, Morte, senza sole il mondo”, CCCXXXVII, v. 1.
72. “Ogni mio ben crudel Morte m’à tolto”, CCCXLIV, v. 9.
73. “e dolce cominciò farsi la Morte”, CCCLII, v. 14.
74. “di ch’a me Morte e ‘l ciel son tanto avari”, CCCLIII, v. 11.
75. “Non po’ far Morte il dolce viso amaro”, CCCLVIII, v. 1
76. “ma ‘l dolce viso dolce po’ far Morte”, CCCLVIII, v. 2.
77. “che bisogn’a morir ben altre scorte”, CCCLVIII, v. 3.
78. “Dunque vien, Morte,: il tuo venir m’è caro”, CCCLVIII, v. 8.
79. “che Madonna passò da questa vita”, CCCLVIII, v. 12.
80. “e mia giornata ò co’ suoi pie’ fornita”, CCCLVIII, v. 14.
81. “Morte à spento quel sol ch’abagliar suolmi”, CCCLXIII, v. 1.
82. “ed al morir, degni esser tua man presta”, CCCLXV, v. 13.
83. “contra colpi di Morte ed i Fortuna”, CCCLXVI, v. 18.
(2) “(Morte) pietosa”, in Triumphus Mortis, I, v. 108.
(3) “in sua ragion sì rea”, ib., v. 126.
(4) “Morte bella parea nel suo bel viso”, ib., v. 173.
(5) “Quella leggiadra e glorïosa donna”, ib., v. 1.
(6) “Non po’ far Morte il dolce viso amaro,
ma ‘l dolce viso dolce po’ far Morte”, in Rerum Vulgarium Fragmenta, CCCLVIII.
(7) “La Morte è fin d’una pregione oscura”
(all’anime gentili; all’altre è noia che in Petrarca sta per angoscia), in Triumphus Mortis,
II, vv. 34-35)
(8) “pallida in vista, orribile e superba”, in Triumphus Fame, I, v. 5.
(9) “Crudele, acerba, inesorabil Morte”, in Rerum Vulgarium Fragmenta, CCCXXXII, v. 7.
(10) da Il nuovo dono in Strada del mattino.
(11) da Invisibili sentieri in Presenze.
(12) da Seppellire la morte in Attimo primo.
(13) da L’appuntamento in op. cit.
(14) “una donna involta in veste negra” in Triumphus Mortis; I, v. 31.
(15) in Posso giocare?
(16) da Ancora dialogo con te in Unico respiro.
(17) ib.
(18) ib.
(19) da Se conoscessimo in Opposte preghiere.
(20) da Opposte preghiere in op.cit.
(21) da Io e te, madre in op. cit.
(22) da Il vecchio in op. cit.
(23) da Unico desiderio in op.cit.
(24) da Irrequieto risveglio in op. cit.
(25) da Incubo ricorrente in op. cit.
(26) da Notte di gelo in op. cit.
(27) da Unico desiderio in op. cit.
(28) S. Matteo, III, 3.
(29) “infanzia”, pp. 15, 25, 32 e 44.
(30) “silenzio”, pp. 16, 19, 23, 28, 52 e 58.
(31) “luce”, pp. 14, 18, 23, 29, 34 e 35.

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