di Francesco Mari

da’ be’ rami scendea (dolce nella memoria) una pioggia di fior

e io che credevo che fosse una cosa che si era inventato poeticamente il
Petrarca!!


29 Aprile 2010. Jardin des Plantes.

« Carlo, fai una foto! »
« A cosa? »
« All’albero, Carlo, all’albero! »

Non credevo che una cosa simile esistesse davvero fuori delle poesie, e invece ce l’ho davanti. È un albero dai rami bassi, piantato all’incrocio tra uno dei due viali che si muovono tranquilli all’ombra delle betulle che fiancheggiano il Jardin des Plantes e un viottolo perpendicolare che disegna una linea chiara in mezzo al tripudio delle aiuole fiorite di fine aprile. Lui copre quell’angolo di prato col suo ombrello largo, come certi ulivi che usavamo da piccoli per giocare, quando facevamo finta di viverci sopra. È al massimo della fioritura. Rosa. Ma non la timida tinta pastello delle coccarde di battesimo delle bambine, la prima a cui pensiamo quando qualcuno dice rosa. No. Rosa davvero.

« Vuoi una fotografia lì sotto? »

Eccome, se la voglio. Il vento sottile che rende sopportabili i trentuno gradi che nonostante la stagione acerba fanno rallentare Parigi nel sole di mezzogiorno si insinua tra i petali e li stacca dai rami. Planano piano al suolo, tappeto di seta.
Una chiesa.
Io non sapevo che esistesse. Sta lì tranquillo da giorni, a offrire la sua giovinezza di quest’anno. La sua stessa esistenza è la più bell’inno di gloria che si possa concepire. È solo straordinario, e non mi aveva mai sfiorato l’idea che potesse esistere fuori del canto dei poeti.
Mi abbasso per entrare sotto i rami e poi mi dirigo verso il tronco tripartito della pianta, intimidito. Se da una parte ho paura di incrinare con la mia presenza goffa quell’istante di perfezione, dall’altra l’albero stesso sembra invitare sotto le sue fronde per prendervi parte. Mi siedo con la schiena contro il legno e guardo fuori attraverso i fiori rosa. Mentre Carlo cerca un’inquadratura che gli piaccia, piovono sulla mia testa altri petali. Tutto ciò che di meraviglioso l’uomo ha potuto costruire è pallida imitazione di quest’albero. Quest’albero che ha pavimenti volte colonne e rilievi, e luci che nessuna Notre-Dame potrà mai eguagliare. Alla fine sceglie di lasciare un ramo fiorito in primo piano.
Ho una foto di me dentro una preghiera.

3 Maggio.

Ma non poteva durare. Mezzo addormentato, mi sporgo dal bordo del copriletto e guardo la luce che filtra oltre le tende chiare di camera mia. Grigia. Parigi è sempre Parigi in fondo, e qui le giornate di sole sono un regalo che l’oceano troppo vicino concede raramente. Ma in effetti il problema è che coi raggi del sole se ne va anche il caldo. Non esiste via di mezzo, e dai trenta si riprecipita senza preavviso negli otto gradi. È in momenti come questi che apprezzo davvero il guscio antivento che mi sono comprato prima di partire. Spesso come una T-shirt, tiene caldo come un cappotto. Fa sentire leggeri. Psicologicamente meraviglioso, è lo strumento perfetto per convincersi contro ogni evidenza che fa più caldo che a Marzo. Anche se nel frattempo le mie dita ibernano sul manubrio della bicicletta. Con quella ho fatto pace. A tre mesi di distanza, la mia disavventura notturna sembra una barzelletta sui carabinieri. Il fatto che qui le forze dell’ordine portino berretti da baseball, tra l’altro, contribuisce decisamente all’ironia della scena del poliziotto che scambia un ciclista miope per un folle ubriaco. In ogni caso, sono tornato a pedalare e a boicottare la metropolitana. Metto in conto almeno quaranta minuti per ogni spostamento e sono quasi certo che, se potessero rivolgersi ad un avvocato, i miei polmoni mi denuncerebbero per tentato avvelenamento. Ma avvizziscano pure per lo smog, imparare i sensi unici di Parigi non ha prezzo. Sono certo che prima o poi, conoscendone le arterie, mi capiterà di pedalare in mezzo al cuore della città, quello che sento battere in ogni angolo ma che non ho ancora trovato. Colpa del traffico, temo. Non ho mai incontrato un automobilista peggiore del parigino delle nove del mattino. Spaventato dalla sua stessa automobile, terrorizzato da quelle altrui, procede a cinque chilometri all’ora guardandosi intorno con l’aria di una volpe braccata dai cani. In Italia è una specie estinta, ma la Ville Lumière (che dopo cent’anni alle macchine ancora non si è abituata e rimpiange segretamente i cavalli e le carrozze dei bei tempi che furono) ne ospita ancora una grande quantità di esemplari. Sembrano animali innocui. Fanno quasi tenerezza se non li si conosce. Ma chi ne ha visto un branco in movimento sa che è meglio starne alla larga. Negli ingorghi inestricabili a cui i pavidi automobilisti della capitale danno vita ad ogni incrocio, si corre il rischio di perdere ben più della pazienza. Io me la cavo chiedendo un passaggio ai marciapiedi, riaggancio la bici davanti al palazzo della Borsa, e mi incammino verso la biblioteca. Con un po’ di fortuna, ne troverò un’altra al mio ritorno. Se c’è una cosa peggiore del traffico delle nove affrontato in bicicletta, è il traffico delle sei affrontato a piedi.

11 Maggio. Sul pavimento di legno di casa, numero 6 di Villa Dancourt, terzo piano, prima porta a sinistra.

“Durante la processione, ogni mucca guiderà la delegazione della propria tribù”. No aspetta, non può essere mucca. Cosa c’entra ora la tribù di mucche. La mucca che sfila. Ah ah. La sveglia mi ha preso per i capelli alle sette, come ai tempi della scuola. Mi letteralmente buttato la faccia nell’acqua gelata, ma niente da fare. Più di metà del mio cervello è ancora fuori uso, e io provo a tradurre iscrizioni greche. Bradipescamente. Verso le due del mattino, ieri notte, mi sono ricordato della lezione di recupero di Epigrafia Greca. E io non so neanche di cosa parlano le iscrizioni in programma. In una qualunque classe italiana, avrei ottime probabilità di farla franca. Ma qui, su un totale di quindici persone, solo in tre sanno il greco. Inutile dire che uno di quei tre sono io, e che i testi da portare sono quattro.
Cominciamo male. Ma quando scoprirò che in frigo non c’è più latte, allora sarà tragedia.

C’è uno strano odore nell’aria. Infilo la chiave nella toppa della porta di casa. Come diavolo ho potuto credere che fosse davvero una delegazione di mucche? Ogni tanto vado proprio a cercarmi le brutte figure. La chiave gira a fatica nella serratura, come al solito. Ma non si potrebbe ungerla un po’? Mi ci manca la porta che non si apre, oggi, la processione bovina non è abbastanza. Non ho mai sentito una cosa più ridicola, accidenti, una parata di mucche. E il bello è che sono stato io a dirlo, come se ce ne fosse una ad ogni dannata festa patron… oh merda.
Sulla soglia di casa, la porta spalancata, resto impalato a contemplare l’acqua nera davanti ai miei piedi. Due uomini mi scavalcano di corsa e si precipitano in cucina urlando in francese. Poi capirò che si tratta di idraulici. Per ora mi limito a notare che la posta che la portinaia ha fatto scivolare sotto la porta è gonfia di acqua sporca. Alta due centimetri, ha allagato tutta la cucina e l’inizio del corridoio fino davanti alla porta di casa. Ed è tanto nera che per un attimo ho la certezza che stia uscendo dal forno. Lo dicevo io, che andava lavato. Esco dal mio torpore stupito giusto in tempo per accorgermi che la portinaia, discretamente fuori di sé, sta urlandomi qualcosa contro. Lei e gli idraulici sono chiusi fuori da un’ora. Ma noi dov’eravamo? Dov’è il mazzo di chiavi di scorta che dovrebbe avere nella bacheca in portineria? Chi ci parla coi vicini di sotto adesso. Ed è anche il suo orario di riposo. Già, e nel frattempo l’acqua maleodorante ha raggiunto le mie scarpe. Mi chino a raccogliere la posta zuppa e vado a cercare un secchio.
Sono ormai le quattro quando, dopo aver offerto loro il secondo caffè, chiudo la porta dietro agli idraulici. Ho ricostruito che a causa di un problema idraulico al settimo piano, si è formato un tappo nei tubi all’altezza della nostra cucina. Quale fosse la natura di tale tappo, preferisco non saperlo. Fragranza e sfumatura del riflusso fuoriuscito dal lavandino mi hanno tolto ogni desiderio di approfondire. Di entrambe, il parquet del corridoio porterà a lungo il ricordo.
Tanto per rilassarmi un po’, esco per andare a dare ripetizioni. Le grida disarticolate fuori della finestra a cui Davide si abbandona ultimamente pur di non fare i compiti di geometria sono proprio quello di cui ho bisogno.
Al mio ritorno a casa, trascorro qualche minuto in cucina cercando di abituare il naso al fetore che aleggia per la stanza. Poi, per la prima volta da dodici ore, entro in camera mia. Faccio per buttarmi sul letto, ma scivolo nel paradosso ancor prima di essermi slacciato le scarpe. Per terra, davanti alla finestra, fanno bella mostra di sé i tre specchi Ikea che mio padre ha comprato per errore a Ottobre, e che io non ho mai deciso dove appendere. In frantumi. Tutti e tre, ancora impacchettati come appena usciti dal negozio. Devono essere precipitati dall’armadio sopra il quale li avevo appoggiati. Come abbiano fatto, resta un mistero. Da un rapido conto emerge che mi aspettano ventuno anni di guai. Mi accuccio per terra e inizio meccanicamente a tirar su frammenti di vetro, con la strana sensazione di stare raccogliendo i pezzi di me stesso. Così mi trova Charles quando alle sette rientra a casa. In qualche anfratto remoto del mio cervello, registro che la sua chiave gira nella serratura come l’acqua scorre nei ruscelli di montagna.
Strano, strano davvero che questi specchi abbiano deciso di infrangersi alla fine di una giornata così. Se fossero stati compassionevoli, lo avrebbero fatto al mattino, fornendomi se non altro una spiegazione di sicuro effetto per l’allagamento.

Ma se invece si fossero sacrificati per me? Forse posso rileggere la mia storia la contrario, e convincermi che il disastro domestico non è che l’ultimo episodio di ventuno anni di sfiga retroattiva, sigillati e conclusi dal crollo degli specchi che, pietosi, mi annunciano la loro fine. Come ho fatto a non pensarci prima? È certamente così che stanno le cose!
Bisogna festeggiare.
È un po’ di tempo che esco con una ragazza. Stasera la porto fuori e vediamo di concludere qualcosa. In fondo, questa dev’essere la mia serata fortunata. O no?

22 Maggio. Le otto di sera. Moschea di Parigi.

Mi sono scoperto torturatore di libri. All’inizio dell’anno, quando – non avendo ancora il permesso di portare via dalla biblioteca i libri che mi servivano per scrivere il mio mémoire – ero costretto a fotocopiarli, ho preso l’abitudine di piegare l’angolo delle pagine più importanti. Un modo per salvare tempo e portafoglio, e per non trovarmi con centinaia di fotocopie inutili. Non mi rassegnavo all’idea che i bibliotecari non me li lasciassero portare a casa, e consideravo le orecchie sui libri una vendetta più che appropriata nei loro confronti. I bibliotecari sono sempre personaggi infidi, si meritano la barbarie. Poi ci ho preso gusto, e anche i romanzi che ho letto quest’anno si sono riempiti di orecchie. Un’orecchia per ogni verità tra le righe. Una per ognuno di quei baci che si incontrano talvolta fra le pagine, di quelli speciali che hai sempre sognato invano di dare, perché in realtà fuori dei libri non sopravvivono. Un’orecchia per ogni frase da masticare piano e da ripetere forse un giorno, quando verrà il momento. Orecchie di carta, che gonfiano leggermente lo spigolo de L’amore ai tempi del colera, appoggiato sul tavolino di fronte a me. Sotto le fronde degli alberi del cortile, il cameriere berbero dal gilet nero si intrufola tra le poltrone con i nostri bicchieri di tè. I passeri cantano forte tra le foglie, nel fresco della sera ancora straordinariamente chiara. Io e Alessandra chiacchieriamo mangiando pasticcini al pistacchio e alle nocciole. Sentiamo di nuovo l’aria d’estate, e lei si gode i suoi ultimi, caldi mesi a Parigi con quell’ansia leggera tipica degli studenti in Erasmus. Sanno che una volta partiti non torneranno, e allora bevono fino all’ultima goccia dal bicchiere, quando si sente il gusto del vetro. Io ascolto Alessandra che parla veloce, affascinata dalla vita e rapita dal suo stesso entusiasmo. Il gusto dolce del tè alla menta che servono qui fa eco alle sensazioni che risalgono piano la mia schiena. La sua passione per il mondo la rende magnifica, e invidio quasi l’urgenza lieve che si coglie nelle sue parole. Sorrido con la curiosa, dolce impressione di stare perdendomi qualcosa. Ma più di tutto, sorrido felice di accorgermi che se il mare di casa è più vicino che mai, a Ottobre i narghilè di questa moschea profumeranno ancora l’aria intorno a un romanzo pieno di orecchie, sulle mattonelle colorate del tavolo di fronte a me.

Chissà se per allora la storia delle mucche avrà smesso di tormentarmi.

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